Il testamento di Ann Lee: il corpo come strumento di libertà
- Gemma Cannavà
- 6 apr
- Tempo di lettura: 7 min

Nonostante il cinema hollywoodiano abbia alle spalle oltre un secolo di costruzione della sua egemonia culturale sul resto del mondo, ci sono generi che, ancora oggi, appaiono strettamente americani e che, in Europa, non ricevono la stessa attenzione che hanno oltreoceano. Il biopic, il musical, tutte quelle narrazioni fortemente epicizzate e volte a creare nuovi miti, sono alla base dell’industria culturale U.S.A. ma, fuori dalla loro bolla, non riescono a ottenere la stessa rilevanza. Sarebbe quindi naturale immaginare che dietro Il testamento di Ann Lee – biopic musicale sulla leader di un ramo dei quaccheri, gli Shakers – ci sia una regista statunitense, ma non è così. Il film è infatti diretto da Mona Fastvold, regista e sceneggiatrice norvegese che offre una nuova e brillante prospettiva su quelli che sono due tra i generi capisaldi del cinema americano.
Tra mito e realtà.
Scritto insieme al marito Brady Corbet, statunitense, in quella che è solo l’ultima di una serie di collaborazioni artistiche tra i due, Testamento racconta la vera storia di Ann Lee (1732 - 1784), conosciuta anche come Madre Ann Lee, e il suo viaggio alla ricerca dapprima di una fede, e poi di un luogo in cui poterla praticare. Raccontato attraverso lo sguardo di Mary (Thomasin McKenzie), braccio destro della protagonista, il film adotta una prospettiva personale sulle vicende, sfuggendo all’inquadramento classico del biopic in favore di una dimensione quasi fiabesca. Testamento non è quindi la semplice ricostruzione di una figura storica e religiosa, bensì un’opera complessa ed emotivamente partecipata sul tema della libertà, coniugata nei suoi diversi significati che, alla fine, possono essere ricondotti ad uno solo: libertà di esistere. Tramite ellissi temporali Fastvold mostra la crescita di Ann Lee (Amanda Seyfried) nel contesto della Manchester di metà ‘700. Costretta fin da bambina a lavorare nei cotonifici della città, Ann – diventata giovane donna a capo della sua famiglia, composta da un fratello e una nipote orfana – è spiritualmente irrequieta. In un momento storico in cui vanno diffondendosi nuove fedi e denominazioni, gli Shakers offrono un modo di sentire e professare la religione nuovo, al cui centro vi è il corpo che, tramite il movimento (lo shaking da cui prendono nome) e il canto, riesce a purificarsi e ad avvicinarsi a Dio. Lee entra a far parte del gruppo, diventandone una figura di spicco, fino ad essere riconosciuta come Madre e manifestazione femminile del Messia. Nel ruolo di predicatrice guida il gruppo via da Manchester – dove le riunioni degli adepti stavano iniziando a causare frizioni con gli altri gruppi religiosi – e li conduce in un nuovo mondo: l’America del nord.
Frontiere, libertà e corpi.
All’intreccio si aggiunge un ulteriore mito americano, nonché simbolo di libertà: la frontiera. Rifiutando l’usuale narrazione di conquista della terra, Fastvold, con la sua prospettiva straniera, declina la frontiera in sinonimo di accoglienza e coesistenza. Utilizzando un approccio utopistico, legittimato dalla parzialità della cornice narrativa del racconto di Mary, Fastvold immagina una terra ideale, in cui le differenze vengono annullate dalla volontà di creare un paradiso terrestre in cui l’esistenza di ogni persona non è solo giustificata, ma celebrata. Una terra libera e che libera, le danze degli Shakers che scuotono i corpi degli adepti dall’interno, anziché essere solo una manifestazione religiosa, diventano, per la coppia di sceneggiatori atei, pretesto per indagare la liberazione del corpo dalle aspettative sociali e autoimposte.

Già nel suo precedente Il mondo che verrà (The World to Come, 2020) Fastvold aveva fatto del binomio corpo/frontiera il centro del suo discorso, ma in chiave negativa. Con al centro la tormentata storia d’amore tra due donne, il film mette in luce come le due protagoniste siano schiacciate dalle pressioni sociali e culturali che vengono dall’essere donne e mogli nella campagna nordamericana di metà ‘800. Mettendosi alla prova con un capovolgimento del western, Fastvold dimostra come il vuoto e vasto paesaggio rurale, che agli uomini concede la libertà di imporre la loro volontà inosservati, fino a permettergli di trasfigurare la realtà secondo i loro bisogni, per le donne diventi invece simbolo di prigionia. Il vuoto si ribalta in solitudine e l’estensione degli spazi, anziché promessa di avventure, rende le distanze insormontabili e schiaccia i corpi femminili con la sua grandezza a misura d’uomo.
Libertà come comunità.
Testamento ha una visione più positiva del rapporto corpo/spazio e ciò avviene grazie all’introduzione di un elemento nuovo: la comunità. Se le due protagoniste di Il mondo che verrà erano sole e isolate, da altri come da sé stesse, Ann Lee è circondata da un gruppo di persone che, insieme a lei, lavorano per raggiungere lo stesso risultato: costruire un luogo di accoglienza. I corpi dei singoli personaggi scossi dalla danza nei momenti di preghiera diventano un riflesso della creazione di comunità: i movimenti degli arti si completano tra loro, instaurando un gioco di armoniose simmetrie che, anziché dare ordine ai corpi in scena, sembra farli fondere tra loro generando un unico movimento composto da tante micro-azioni. Sussulti, scosse, gesti, tutto concorre nel creare un intreccio di persone liberate dal peso della loro individualità e che trovano conforto nell’abnegazione dell’io nel gruppo, corpi che trascendono la fisicità per diventare puro e libero movimento.

Tramite l’utilizzo del campo largo, Fastvold accoglie all’interno delle inquadrature l’intero gruppo di persone in scena, scelta poco praticata dai musical cinematografici in anni recenti, che spesso preferiscono comunicare il movimento tramite un montaggio veloce, al limite della nevrosi. La scelta della regista si rivela qui non solo funzionale a livello tematico, sottolineando l’importanza della comunità nella pratica religiosa e di vita, ma anche esteticamente necessaria: lo schermo, riempito dal movimento ritmico e ripetuto, sembra animarsi di vita propria, illusione che viene spinta al limite nell’ultima coreografia: momento catartico a pochi minuti dalla fine, rappresenta il rito funebre in onore di Lee. Gli shakers uniti dal dolore e dall’amore, si esibiscono in una danza a due passi ripetuti, disponendosi in cerchi concentrici: nonostante la semplicità apparente del movimento, o forse proprio essa, lo schermo, invaso dai corpi, sembra respirare.

E che corpi possono essere quelli che più degli altri cercano la libertà? Corpi ai margini, scartati dalla società: corpi queer, razzializzati, schiavi, disabili, femminili, materni, anziani. In un atto di riappropriazione del mito della fondazione, Fastvold porta sullo schermo un’utopia di diversità libere di esistere. Anche l’aspetto vocale è costruito in funzione della libertà. Sfidando ancora una volta le convenzioni del genere, agli attori non è stato chiesto di esibirsi in numeri cantati volti all’ostentazione tecnica, ma di lasciarsi andare in un’invocazione, in una preghiera che spoglia i personaggi davanti allo spettatore/Dio tramite un suono che, privato di ogni valenza narrativa, reitera nel sonoro quanto la danza racconta a livello visivo.
Ann Lee.

Ann Lee, in qualità di protagonista, rappresenta il nucleo in cui sono presenti tutte le idee del film. Come raccontato dall’interprete, Amanda Seyfried, il ruolo è stato fin dalla sua genesi incentrato sul rapporto con il corpo, con tutte le sfide, fisiche e psicologiche, che ne conseguono. Un corpo che muta e si trasforma con l’avanzare degli anni, che viene ferito dalla vita a più riprese. Il rapporto di Lee con la fede viene presentato immediatamente come inscindibile dalla dimensione fisica: nella sua psiche, il corpo è sia lo strumento attraverso cui operare la punizione divina, così come il mezzo, tramite la cui mortificazione, espiare le colpe e avvicinarsi al divino.
La maternità è uno dei modi in cui, secondo la prospettiva del personaggio, Ann Lee viene punita per aver avuto rapporti sessuali con il marito (l’astinenza sessuale nel matrimonio sarà uno dei precetti più controversi degli Shakers, introdotta proprio da Lee). I quattro parti, difficili e mostrati da Fastvold nella loro crudezza, risultano nella morte dei bambini, ma sono il primo passo del percorso di espiazione fisica che la porterà a diventare Madre spirituale degli Shakers. Lee trova nella fede un modo per giustificare le tassazioni che il suo corpo, così come quello di altre donne, tra tutte la madre, ha subito e, in quest’ottica, il nubilato può essere visto come un atto di libertà, di sottrazione al potere maschile. Fastvold però non ha una visione semplice del suo personaggio e della storia che la ha come protagonista, e, anziché adottarne la prospettiva per enfatizzare il sentimentalismo della vicenda, la tiene invece a distanza. Pur simpatizzando con i temi che vengono alla luce nel film, la regista è critica nei confronti di Lee e ne fa emergere gli aspetti più oscuri, rendendola al pubblico un personaggio di difficile comprensione, le cui motivazioni non sono mai chiare fino in fondo. La fede accecante che la contraddistingue è problematizzata nel momento in cui sembra giustificare una visione del mondo in bianco e nero, basata sull’opposizione inflessibile tra giusto e sbagliato e incapace di considerare ogni situazione a sé. Un personaggio grigio, che predica comunità e uguaglianza per il suo gruppo, ma che si pone in relazione ad esso con una prospettiva gerarchica, senza però mai ammetterlo.
Testamento è intriso di contraddizioni che dovrebbero renderlo un film impossibile: un musical-biopic che si professa contrario alle fondamenta stesse dei due generi e che le mette in discussione a più riprese. Un film su una figura religiosa, scritto da due sceneggiatori atei che a più riprese denunciano la follia dell’intransigenza della fede pur ammettendo i potenziali benefici, tra tutti la comunità che può sorgere da un gruppo di fedeli. Senza aver paura di porre lo spettatore davanti a pensieri complessi e sfaccettati, Fastvold ha creato in Il testamento di Ann Lee un terreno fertile per aprire domande sul ruolo della fede nella costruzione della libertà e nello scontro con essa, nonché sulla nozione stessa di libertà, mettendo in dubbio una sua possibile attuazione nel mondo reale.
g. c.













Grazie per questa ennesima recensione, che riesce ad invogliare a vedere ma credo anche a rivedere i film recensiti, perché apre a molte chiavi di letture, sfuggite ad uno spettatore diciamo semplice come me. Complimenti.