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La ribellione poetica di Forugh Farrokhzad

Rubrica: Libreria femminista


Che le parole portino in grembo il significato del mondo è la verità che la poesia, da sempre, tenta di rivelare. Per Forugh Farrokhzad (1935–1967), questo destino era iscritto già nel nome: Forugh, ovvero radianza, e Farrokhzad, “nata col volto splendente di gloria”, una luminosa profezia per una donna destinata a diventare una delle figure più rinomate, ammirate e controverse della letteratura iraniana moderna.

Nata a Teheran nel 1935, in una famiglia conservatrice dominata da una rigida figura paterna, Farrokhzad manifesta già dall’infanzia un animo ribelle e incontenibile.


Forugh Farrokhzad

Modernizzazione e Occidentalizzazione

La sua parabola artistica si inscrive nelle trame nell’Iran febbrile della modernizzazione accelerata imposta da Mohammad Reza Shah Pahlavi. Se da un lato le riforme strutturali dello Stato — culminate nella Rivoluzione Bianca, che spinse molto sul suffragio femminile e sull'istruzione — sembravano schiudere varchi per un’inedita autonomia femminile e nuove libertà espressive, dall’altro tale progresso si rivelò un’illusione di facciata: mentre l’élite urbana inseguiva i canoni di un’occidentalizzazione d’importazione, nel ventre profondo del Paese persisteva un sistema patriarcale che agiva da codice morale e legale parallelo.

In questo scenario, l’emancipazione era concessa solo a patto di non profanare i simulacri della castità e della modestia. La donna restava così intrappolata in un paradosso: cittadina per lo Stato, ma suddita nel focolare; apparentemente libera nello spazio pubblico, ma segregata in un ruolo muliebre di sottomissione.


Forugh Farrokhzad

La rottura con il canone patriarcale

Questo sistema trova un riflesso speculare nelle arti e nella letteratura. Sebbene il modernismo iraniano avesse iniziato ad aprirsi a temi fino ad allora considerati tabù, come il desiderio carnale e una sessualità esplicita, il fil rouge di questo fenomeno restava saldamente ancorato all'egemonia dello sguardo maschile. Il canone socio-letterario, infatti, prescriveva che il corpo femminile potesse essere ammesso sulla pagina solo come oggetto passivo ed erotizzabile, disponibile ad uso e consumo di una libido esclusivamente maschile.


In questo panorama, il desiderio della donna e il suo erotismo soggettivo rimanevano confinati nell'invisibilità, privi di un linguaggio che fosse in grado di legittimarli. È in questa frattura che Farrokhzad compì il suo atto più sovversivo: non si limitò a scrivere d’amore, ma invase territori proibiti e inaccessibili della sessualità, reclamando per sé il ruolo di soggetto desiderante.

“Io mi chiedo sempre per quale motivo la musica della mia poesia risulti così estranea alle vostre orecchie. Perché sono tanti quelli che non possono digerirla agevolmente? Forse perché mi accusano di contribuire con i miei versi alla diffusione di dissolutezza e corruzione? Forse a una donna non è permesso di comunicare in poesia la verità del proprio sentire rispetto a qualsiasi oggetto di desiderio?” – Postilla a Prigioniera, 1955


Forugh Farrokhzad

Questa inversione di rotta non fu un mero esercizio stilistico, ma l'introduzione di un’inedita onestà emotiva e di una sincerità disarmante che esibiva il sé femminile senza filtri né travestimenti. In questo Farrokhzad fu vera e propria pioniera: grazie all’audacia con cui sovvertì la millenaria passività assegnata al suo genere, legittimò il potere della parola femminile nella tradizione letteraria iraniana, squarciando il canone per accogliere e incoraggiare le voci di chi era rimasta in ombra. La sua poesia sfidava direttamente la donna a prendere coscienza della propria sottomissione, interrogandola con una forza che risuona, purtroppo, ancora attuale:

Per quanto ancora sarai fonte di godimento / e piacere nel tempio di lussuria dell’uomo? / Per quanto ancora come serva sventurata / strofinerai la tua testa fiera sui suoi piedi?” – Per mia sorella, 1955

La sua stessa biografia – il divorzio, la perdita dell'affidamento del figlio e la scelta di vivere in modo indipendente, frequentando circoli intellettuali – è stata una forma di resistenza pratica alle leggi sociali che legavano il valore di una donna al suo ruolo di moglie e madre obbediente.


Tuttavia, questa sfida frontale al decoro non fu priva di conseguenze, riverberandosi tanto nella sfera pubblica quanto in quella privata e personale. Al suo debutto poetico con la raccolta Asir (Prigioniera, 1955), Farrokhzad dovette confrontarsi con un’opinione pubblica recalcitrante, divisa tra lo scandalo moralistico e il totale ostracismo intellettuale. Ma la resistenza più complessa fu quella contro i dogmi interiorizzati: la voce della poetessa, appena ventenne, rifletteva il paradosso di una soggettività che cercava di emergere in modo sincero in un mondo che, tuttavia, riteneva questa sincerità viziosa, scandalosa e colpevole. Il racconto degli incontri sessuali e dei desideri fisici rimaneva così inevitabilmente intriso del concetto di peccato, un’ombra che rendeva l'estasi erotica indissociabile dal tormento morale e religioso:

“Ho peccato, un peccato colmo di piacere / accanto a un corpo vibrante e stordito.” – Il Peccato, 1955


Forugh Farrokhzad

Il viaggio in Europa

Questo senso di precarietà morale e vergogna intrinseca viene, col tempo, superato a favore di una nuova consapevolezza. Cruciale in questa metamorfosi è il soggiorno europeo tra Italia e Germania: un’esperienza di esilio fertile che le permette di riscoprire il retaggio letterario persiano attraverso il prisma delle avanguardie occidentali.

Durante questo viaggio, Farrokhzad smette di percepire la libertà come mera antitesi alla costrizione, elevando l’indagine verso territori spirituali e religiosi. Il corpo smette di essere l'unico campo di battaglia nella definizione dell’identità, liberandosi progressivamente dalle catene del peccato internalizzato.


La riscrittura del mito del peccato originale

In questa fase di maturità, il rapporto con l’uomo non è più il perno attorno a cui ruota la definizione della donna; la dialettica della lotta tra i sessi sfuma in una forma di solidarietà inedita. La poetessa attinge al mito e alla tradizione religiosa per scardinarne i significati, riscrivendo la storia del peccato originale. Il gesto di mangiare la mela, così, non è più interpretato come un’accusa da imputare ad Eva, ma un gesto di complicità e audacia condivisa, una conquista che trasforma la colpa in una sacra alleanza tra due esseri che hanno scelto, insieme, la conoscenza:

“Tutti lo sanno / che io e te abbiamo visto il giardino / da quel freddo e triste spiraglio, / e colto una mela / da quel ramo che oscillava elevato. / Tutti temono / tutti hanno paura, ma io e te / siamo legati alla fiamma, all’acqua, allo specchio / e non temiamo nulla.” – La conquista del giardino, 1962


Forugh Farrokhzad

La battaglia per l’educazione femminile

È proprio sul concetto di conoscenza che converge il fulcro dell’impegno politico di Farrokhzad. Per la poetessa, l’accesso al sapere non è un dato neutro, ma un privilegio storicamente negato alle donne da una cultura ostile, che ne ha sistematicamente castrato le potenzialità intellettuali. Farrokhzad denunciò con forza come l’educazione femminile fosse, in realtà, un processo di costruzione sociale: un addestramento precoce volto a plasmare la donna su misura dell’uomo.

Contro questa visione ancillare, Farrokhzad rivendicò un’istruzione che non fosse finalizzata a produrre migliori compagne, madri obbedienti o mogli devote, ma a forgiare individui autonomi e soggetti politici a sé stanti. La sua battaglia fu quella di trasformare l’educazione da strumento di conformismo patriarcale a motore di indipendenza, convinta che solo una donna intellettualmente libera potesse davvero abitare il mondo come protagonista della propria storia.

“Sollevati adesso e rivendica i tuoi diritti / sorella mia, perché stai in silenzio? / Sollevati adesso, d’ora in poi potrai bere / il sangue degli uomini tiranni.”


The House is Black e la poesia del disincanto

La resistenza di Farrokhzad travalica i confini della pagina scritta per declinarsi nel linguaggio del cinema. Nel documentario The House is Black (1962), ambientato in un lebbrosario, Forugh combina una ricerca estetica sulla transitorietà della vita e della bellezza a un’indagine politico-sociale sul dolore, dando voce ai marginalizzati e frantumando la narrativa di progresso radioso e perfetto che il regime Pahlavi ostentava.

Questa esperienza cinematografica agisce come catalizzatore per le sue ultime opere poetiche, dove il disincanto verso la condizione sociale del Paese si fa radicale: il giardino iraniano, simbolo di ordine e bellezza per eccellenza, appare ora trascurato, invaso dai vermi e in preda alla sterilità (“Nessuno pensa ai fiori, / nessuno pensa ai pesci, / nessuno vuole credere / che il giardino sta morendo.” – Mi fa pena il giardino, 1963).


Forugh Farrokhzad

La visione profetica di Crediamo nell'avvento della stagione fredda

In questo clima di gelo esistenziale, l’intera raccolta poetica Crediamo nell'avvento della stagione fredda si configura come una visione apocalittica e profetica: non è solo il racconto della fine di un’epoca, ma l'annuncio imminente di una catastrofe sociale e del collasso dei valori di una nazione che stava perdendo la propria anima.

Per Forugh Farrokhzad, l’atto di guardare non era un esercizio passivo, ma una necessità vitale di assistere al proprio divenire e alle ferite del mondo. Nelle sue opere mature, la poetessa esorta a squarciare il “fazzoletto nero della legge” che vela gli occhi, rivendicando l’amore come unica risposta al vuoto dell'esistenza. Questa finestra aperta sulla realtà non è solo uno spiraglio poetico, ma un invito etico a restare vigili, a non voltarsi altrove mentre “queste esplosioni continue” “fanno a pezzi il cuore delle luci” (– Una Finestra, 1964).

Oggi, la sua voce risuona come un monito per chiunque cerchi di affermare la propria identità contro le narrazioni del potere. Il suo lascito ci sfida a non restare impassibili davanti alle oscurità del presente, ricordandoci che guardare e amare sono i primi, e forse i più importanti, atti di resistenza.


c.t.

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