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Goliarda Sapienza: performatività di genere in Io, Jean Gabin

Scritto tra il 1979 e il 1980, mai terminato e dato alle stampe solo nel 2010, Io, Jean Gabin, penultimo tassello dell’Autobiografia delle contraddizioni di Goliarda Sapienza, si muove al limite tra autobiografia e romanzo, un esempio di quello che oggi chiameremmo autofiction. La narrazione, infatti, confonde i confini tra realtà e fantasia, catturando tra le sue parole il ritratto favoloso della realtà che si forma nella mente di una bambina brillante come Goliarda.

Goliarda Sapienza e i suoi genitori, Maria Giudice e Peppino Sapienza
Goliarda Sapienza con la madre, Maria Giudice, e il padre, Peppino Sapienza

Io, Jean Gabin è, in fin dei conti, un romanzo di formazione, una formazione peculiare e sghemba, che avviene in una famiglia bohémienne-socialista, popolata da caratteri fantastici e irresistibili, a metà tra i personaggi di un romanzo dell’800 e i familiari volti dell’infanzia in casa Sapienza. Idealisti e battaglieri, i protagonisti della formazione della giovanissima Sapienza sembrano soffrire di una contraddizione insita nel loro statuto sociale: borghesi che rigettano le convenzioni e regole della loro casta d’appartenenza, inseguendo un anarchico sogno di contaminazione tra classi e culture, dei moderni Don Chisciotte, combattono contro mulini a vento di pregiudizi utilizzando come armi la cultura e il linguaggio (a casa Sapienza non si dice “serva”, ma “donna di servizio”, e al termine “puttana” si preferisce la più marxista espressione “fare mercato di sé stessi”). La lente dell’infanzia contribuisce alla mitizzazione dei personaggi presentati, a partire dal fratello-balia, che porta il romanzesco nome di Ivanoe, la sorella Musetta, che si muove, portando con sé echi moranteschi, tra l’umano e l’animale. Vi è poi lo zio Alessandro, contrario alle armi, ma che si narra abbia ucciso cinque fascisti a mani nude, la madre-fantasma, portatrice di saggi consigli, ma fuggevole come un’apparizione ultraterrena, e infine il padre, Peppino Sapienza, una presenza ingombrante e ombrosa, definito dalla stessa figlia un “avvocato-filibustiere”.


Impigliati nella ricerca di una soluzione alla loro individualità complessa e in contrasto con sé stessa, le nevrastenie dei personaggi si riflettono sul precoce sviluppo intellettuale di Goliarda, che viene spinta a cercare la sua strada nel mondo e a costruire la sua individualità, libera di scegliere per sé chi divenire, tanto che, Sapienza racconta, a casa sua vigeva il motto: “vuoi diventare [X]? Allora lo sarai, basta che studi e cerchi dentro di te la tua vera vocazione”. Esempi di virtuoso impegno civile, i familiari di Sapienza lasciano la giovane decidere per sé e, soprattutto, la spingono a trovare soluzioni autonome ai suoi problemi. È il cinema ad offrirle una via da seguire. Per eccellenza luogo in cui realtà e fantasia si incontrano e dove il buio ottenebra le differenze sociali, il cinema offre a Goliarda un mito, un eroe: Jean Gabin. L’attore francese diventa per lei un simbolo in cui identificarsi, una guida morale sotto la cui sorveglianza agire, un dio a cui aspirare e di cui seguire i dogmi.



Per molti versi simile ai caratteri della famiglia Sapienza, Jean Gabin, non l’uomo, ma la maschera di celluloide che racchiude i suoi personaggi, si offre a Goliarda come un tramite per comprendere il mondo, diventando la maschera sociale di Goliarda stessa. Travalicando il confine tra schermo e realtà, Goliarda diventa Gabin, assumendone la morale, lo spirito anarchico, i modi di fare, il genere e la sessualità. Confinata nel ruolo di bambina nella fascista e misogina Catania degli anni ’30, Sapienza deve trovare un modo per esprimere il suo sentire interiore: se le caratteristiche sociali a cui devono attenersi le bambine non la rispecchiano vorrà dire che lei bambina non è, ed ecco che quindi si metamorfizza in uomo per sfuggire al ruolo che le si vorrebbe assegnare e per trovare una giustificazione al suo sentirsi “diversa”. Lo sguardo di Jean Gabin è essenziale anche come strumento di accettazione per la propria sessualità, attraverso gli occhi dell’attore, Goliarda può infatti manifestare la sua attrazione per il genere femminile senza esserne spaventata e ricollocandolo in una dinamica eterosessuale.


La trasformazione mentale, pensare e agire come Jean Gabin, si riflette anche a livello fisico, nel vestiario che adotta. Parla infatti di una giacca dal taglio maschile che ha richiesto espressamente venisse confezionata per lei da una vecchia giacca del fratello Carlo e che indossa spesso. Goliarda, quindi, non adotta l’uomo solo come lente attraverso cui guardare il mondo, ma anche, e soprattutto, come simbolo attraverso cui essere percepita da esso. A prima vista ciò potrebbe sembrare semplicistico e anche un modo reazionario per leggere un’identità complessa e multiforme come quella di Sapienza, una reiterazione del binario uomo-donna, ma così non è. Goliarda travalica il confine prestabilito tra identità maschile e femminile, si muove tra i due opposti e li rende parte di un’unica identità. Un ulteriore sconfinamento tra i due generi è insito nella sua nascita: Goliarda prende infatti il nome di un fratello morto, Goliardo, e il padre, talvolta, confonde i due figli, attribuendo alla viva il nome dello spirito. Durante il romanzo le persone le si rivolgeranno utilizzando sia parole femminili, come bambina, o femmina, come lo zio Alessandro, che ne sminuisce l’intelletto dicendole che “il calzolaio non è lavoro per femmine”, sia con appellativi maschili, come lo zio Nunzio, che invece le dice che “parla da uomo”.


Pur essendo stato scritto solo successivamente al suo più conosciuto L’arte della gioia (1976), nella ricostruzione dell’infanzia di Sapienza in Io, Jean Gabin è possibile rinvenire i semi di alcuni tratti fondamentali di Modesta. L’eroina del capolavoro di Sapienza è infatti multiforme come la scrittrice stessa, pronta a calarsi nel ruolo che la situazione richiede, lasciandosi alle spalle la precedente maschera, senza però mai perdere di vista il suo Io, la sua individualità. Modesta si barcamena tra identità diverse, maschili e femminili, ma mai interamente l’una né l’altra, rifiutandosi di aderire ad un’identità precostituita, nonostante gli svariati tentativi ad opera di altri personaggi di costringerla ad assumere un unico ruolo. La giovane Goliarda in Io, Jean Gabin deve ancora comprendere ed accettare il suo modo di essere molteplice, divisa tra l’essere figlio o figlia, fratello o sorella, Goliardo o Goliarda, inviluppata ancora nella nozione che si debba scegliere una singola maschera e che sarà quella a governare la performance del quotidiano da svolgere in favore di altri. Al contrario, Modesta, in quanto alter ego di una Sapienza matura, accetta fin da subito quelle che altri apparirebbero come contraddizioni, facendone il suo punto di forza e principale attrattiva, per i lettori e le lettrici e per i personaggi che le gravitano intorno, incapaci di comprenderla, così come di lasciarla andare. Le chiederanno di scegliere, o l’una o l’altra maschera, di rinunciare a parte della sua natura, ma Modesta non vede le sue caratteristiche come in opposizione, bensì come un completamento, indissolubili l’una dell’altra. Lei è sorella e fratello, madre e padre, e rifiuterà di farsi piegare davanti a qualunque richiesta di scissione e semplificazione.

Goliarda Sapienza
Goliarda Sapienza

Modesta e la versione di Goliarda presente in Io, Jean Gabin possono quindi essere lette come due momenti diversi della vita di Sapienza e di un superamento della stessa della divisione tra maschile e femminile, in favore di una comunione tra i due. Politicamente e socialmente anarchica, Sapienza traccia nei suoi testi la ricostruzione di una crescita, fisica e mentale, altrettanto anarchica, sfuggente ad ogni identità precostituita in nome di una ricerca eterna: quella della libertà, assoluta e impenitente. 



g. c.


1 commento


Ospite
16 set 2025

lettura molto interessante!

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