Milena Milani e la frammentazione dell'io
- Gemma Cannavà
- 18 mag
- Tempo di lettura: 7 min
Una biografia complessa.

È ormai un dato di fatto che il Novecento italiano sia stato un periodo di fioritura artistica e letteraria per tante scrittrici. Tuttavia, a differenza dei loro colleghi maschi, quest’ultime vengono però lasciate fuori dal canone, quasi volontariamente nascoste, causa forse la portata spesso sovversiva, o quantomeno provocatoria, delle loro opere. Ciononostante, oggi i loro nomi stanno iniziando ad essere portati in superficie, grazie anche al lavoro di case editrici, spesso indipendenti, che credono nella riscoperta e nel recupero di un canone alternativo. Uno di questi nomi è quello di Milena Milani, scrittrice, artista e curatrice ligure, attiva tra la fine degli anni ’40 e l’inizio degli anni ’80, la cui carriera autoriale può essere eletta a prova di quanto appena detto: le artiste del secolo breve causavano scandalo, e per questo venivano punite.
La ragazza di nome Giulio, il suo titolo più conosciuto, pubblicato nel 1964, venne infatti portato a processo per oltraggio al “comune senso del pudore” e ritirato dal mercato. Milani nel 1966 fu per questo condannata a sei mesi di reclusione, per poi venire assolta all’appello del 1967 grazie alle proteste di un gruppo di artisti e scrittori, capitanati dall’amico Ungaretti, che rivendicavano la portata artistica dell’opera di Milani e il diritto alla libertà d’espressione.

La vita di Milena Milani non è semplice: nata a Savona nel 1917 in una famiglia comunista, frequenta la Sapienza, dove inizia a scrivere sul giornale del GUF, Roma fascista. Come molti intellettuali suoi contemporanei che bazzicano negli ambienti futuristi – tra tutti Massimo Bontempelli – ha una prima fase di vicinanza al fascismo, per poi allontanarsi da Mussolini e dal suo partito fino a combattere attivamente contro di esso. È questo comportamento che segna il forzato allontanamento di Milani da Roma per Venezia, città nella quale si stabilisce e che, proprio in quegli anni, la vede nascere come scrittrice. Tra il ’44 e il ’46 pubblica infatti due raccolte, una di poesie e l’altra di racconti, e nel ’47, con la vittoria del neonato premio Mondadori che le apre le porte per la pubblicazione del suo primo romanzo, Storia di Anna Drei, il suo nome inizia ad acquisire maggiore notorietà.
Frammenti d’identità in costruzione.
Storia di Anna Drei segna l’inizio di una carriera volta all’indagine della psiche femminile, con una spiccata enfasi sulla sua frammentazione nella contemporaneità. Milani cattura nei suoi romanzi gli attacchi nevrotici della società sulle donne: se da un lato il nuovo secolo porta con sé una consapevolezza diversa sulla soggettività femminile e impulsi all’emancipazione tramite il lavoro, il fascismo in Italia combatte fervidamente contro la liberazione femminile riconducendo, soprattutto nei primi anni del ventennio, la donna a massaia. Milani cresce dunque in un periodo di forti contrasti che andranno solo ad aumentare durante il dopoguerra, quando la donna diventerà uno strumento cardine nello sviluppo capitalista dell’Italia. In questo panorama contraddittorio, Milani dà voce a donne dall’io spezzato, in lotta costante con sé stesse e ciò che le circonda.
Il doppio.

Anna Drei mette in scena queste dicotomie dalla sua prima frase, che vede la voce narrante raccontare di come un pomeriggio, davanti a un cinema di Roma, fa la conoscenza del personaggio eponimo. Con il suo primo romanzo Milani dimostra una puntuale e concisa capacità di messa a fuoco, a fronte di sole centodiciannove pagine (stando all’edizione Quodlibet, 2025) la prima riga introduce già il tema che sarà essenziale alla comprensione dell’opera: il doppio, ritrovabile in più di un punto. Il più ovvio è l’incontro dei due personaggi, la voce narrante (che resterà senza nome) e Anna Drei, che si riflettono l’un l’altra nella loro solitudine; il secondo è l’ambientazione. La sala cinematografica è infatti il luogo per eccellenza di sdoppiamento e di riflesso, dove i confini tra soggetto e oggetto, tra guardare ed essere guardato si confondono fino a sparire, cosa peraltro ripresa nella narrazione, come esemplificato dalla frase “Io guardavo Anna e Anna guardava me”.
Il romanzo è un gioco di continui rimandi costruiti per parallelismi e opposizioni. Alla narrazione in prima persona della voce narrante si contrappone quella, sempre in prima persona, del diario di Anna, che divide il personaggio tra due percezioni, una soggettiva e una esterna, e che al contempo crea uno sdoppiamento della narrazione tra passato e presente, tra Roma e la provincia, tra fanciullezza ed età adulta, fino all’opposizione più grande di tutte, quella tra vita e morte, costruita per parallelismi, uomo vivo, uomo morto, uomo vivo che porta morte, donna viva, donna morta, donna viva che vuole la morte. Anna Drei è quindi una creatura frammentata, come essa stessa dice: il suo corpo le pesa, come una montagna, sintomo di un’inconciliabilità tra ciò che è e ciò che sente di essere. Crede di essere più viva tra le fittizie pagine del suo diario che tra le strade reali della capitale, per tutto il corso del romanzo la sua è una disperata fuga dalla cattura di un’identità inevitabilmente elusiva.
Il lutto come perdita identitaria.
Milani continua ad esplorare identità in bilico in Io donna e gli altri. Pubblicato nel 1972, il romanzo può configurarsi come un ibrido di memoir che annuncia i lavori e i temi di Ernaux – la cui prima opera uscirà appena due anni dopo – e Didion. In guisa di un romanzo di finzione, l’autrice elabora il lutto che aveva dovuto affrontare dopo la morte del compagno Carlo Cardazzo – editore, collezionista e mercante d’arte veneziano morto nel 1963 – ponendo al centro la riscoperta della vita di un “io” dopo il venire a mancare del “tu” che dava luce al “noi”. Personalissimo, nonostante l’intento di porre distanza tra sé e la storia tramite l’uso di nomi fittizi, Io donna e gli altri è un’operazione di raccolta delle memorie dei primi anni dopo la scomparsa di Cardazzo, nel testo rinominato Tommaso, che si legge come un viaggio nella psiche in frantumi della protagonista, la quale, come in Anna Drei, viene lasciata senza nome, un io narrante che riparte dalla parte più piccola di sé stesso, il pronome, per costruire una nuova identità.

Tramite il confronto con le precedenti versioni di sé, la protagonista cerca di venire a patti con quello che è diventata nel presente, ma non solo. L’atto del ricordare è essenziale anche alla comprensione della realtà che sembra privata del suo significato, e la spinta affinché questo processo possa avvenire è il viaggio. Le protagoniste di Milani sono spesso flaneurs e qui, ancor più che in altri romanzi, il viaggio è interpretato come una fuga che, anziché allontanare i problemi, li porta a galla. Spostandosi tra le città e le case che avevano fatto da sfondo alla storia tra lei e Tommaso, la voce narrante si trova da un lato ad affrontare le memorie di cui sono ricchi i posti del loro passato, e dall’altro viene costretta a risemantizzare gli stessi, ormai vuoti e privi del vecchio significato. In suo soccorso vengono le parole: quelle proprie nello scrivere, atto per eccellenza salvifico e significante, ma anche quelle degli altri, siano esse conversazioni avute con amici o citazioni da poesie, canzoni e romanzi, che diventano uno strumento per la significazione del presente, come se solo tramite l’appropriarsi di un pensiero, e quindi di un’identità, altrui la protagonista fosse in grado di esistere, se non come persona, almeno in quanto riflesso di un altro.
Maschile e femminile.

La decostruzione dell’io in Milani assume anche i caratteri di indagine dell’identità di genere. Spesso confondendo i confini tra maschile e femminile, l’autrice ha spesso come protagoniste donne che respingono la categorizzazione sessuale, come del resto Milani stessa ha fatto in più di un intervento pubblico. Anna Drei si apre su un’incognita: a chi appartiene la voce narrante? Molti indizi farebbero pensare ad un uomo: il modo in cui guarda e descrive Anna, essere al cinema da sola, la brevità quasi brusca delle frasi, il fatto che riaccompagni Anna alla pensione… Viene tuttavia rivelato, alla fine del primo capitolo, che la voce appartiene ai una donna. La stessa Anna nel corso del romanzo problematizza il suo rapporto con la femminilità, recriminando più volte l’avere un corpo “disperatamente fatto come una donna”. Diversamente, in Io donna e gli altri il rapporto di genere assume i tratti dello sconfinamento tra femminile e maschile, che si manifesta tramite la fusione della protagonista con il ricordo del compagno.

Ma il romanzo che affronta il tema del genere nel modo più diretto è, come già il titolo annuncia, La ragazza di nome Giulio: la storia di formazione e (dis)educazione sessuale di una ragazza – Jules, Giulio nel titolo – che copre un arco temporale che va dai suoi tredici anni ai ventiquattro. Nel romanzo Jules, essere peripatetico che balza di città in città, si autodefinisce come né donna né uomo, né ragazzo né ragazza, semplicemente “Io, Jules”; la sua essenza inizia e finisce all’interno di un nome androgino, che diventa simbolo del suo contravvenire alle norme. Intriso di rimandi alla psicoanalisi, cosa all’epoca quasi inedita in Italia, il romanzo è lo studio di una giovane che, pur sapendo che la società la vorrebbe passiva davanti agli uomini, non riesce ad esserlo. La risoluzione finale sembra riprendere le teorie di Julia Kristeva sul mostruoso femminile: vediamo infatti Jules, incapace di riconciliare sé stessa con il mondo che la circonda, uccidere con un temperino il suo ultimo amante, scena quasi cinematografica che riprende la simbologia della madre castratrice ma che, con la penna di Milani dalla sua, dona alla protagonista uno sguardo di comprensione e intriso di rassegnata malinconia per il suo futuro.
Il testo generò scandalo a causa della libertà sessuale che veniva concessa alla sua protagonista e per il candore di Milani nel descriverla. Tra tutti gli autori andati a processo per oltraggio al pudore negli anni ’60, tra cui figurano anche Moravia e Pasolini, Milani è stata la prima ad essere condannata, a riprova del fatto che, a parità di capi d’accusa, essere donna costituisce un’aggravante. Nel 1968, a seguito dell’assoluzione, il romanzo venne ripubblicato ed ottenne grande successo, complice forse anche il clima politico, ma cadde poi, insieme al nome della sua autrice, nell’oblio. Oggi, le opere di Milani stanno pian piano tornando alla luce e offrono uno spaccato ancora attuale sulla difficoltà di crescere, donna e indipendente, a metà ‘900.
g. c.




Commenti