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Annie Ernaux: scrivere di sé per cambiare il mondo

Rubrica: Libreria femminista


Memorie di ragazza, 2016. Annie Ernaux descrive la foto di una sorridente giovane donna che sta per passare l’estate del 1958 in una colonia dove scoprirà il sesso e le relazioni. Si chiama Annie D., e per Ernaux che scrive non è altro che una sconosciuta, “un’estranea che mi ha lasciato la sua memoria in eredità”.

Annie Ernaux

Quanti giri di parole per parlare di se’ stessi, ma dopotutto quale miglior modo di introdurci nella scrittura di Annie Ernaux se non proprio attraverso il suo rapporto con Annie D. (diminutivo di Duchesne, il cognome di Ernaux da nubile). L’una non esisterebbe senza l’altra, e nemmeno tutti i libri che le hanno permesso di vincere il Nobel per la letteratura nel 2022 e di divenire una delle più importanti scrittrici del contemporaneo. Annie Duchesne vive dentro Annie Ernaux, la sua vita è fusa nella scrittura.

Varie e disparate etichette sono state utilizzate per descrivere i libri di Ernaux. C’è chi li definisce “romanzi autobiografici”, chi semplicemente “autobiografie”. Ogni possibile categorizzazione sarebbe limitante perché è difficile dopotutto dare un nome a queste opere, divenute vere e proprie innovazioni nella forma: a metà strada tra una narrazione lineare e un dialogo tra un io del passato ed uno del presente, racconti con cui Ernaux ha trattato diversi argomenti della sua vita in retrospettiva, anno dopo anno, fino a costituire un vero e proprio mosaico delle sue esperienze. Ernaux è, come lei stessa ama definirsi, “una etnologa di sé stessa”, una scavatrice del suo stesso animo e del suo stesso mondo.

Annie Ernaux

Ci si aspetterebbe, data la fama dei suoi libri, un’esistenza formidabile o perlomeno una narrazione avventurosa, e invece all’apparenza tutto il contrario. Nata in Normandia nel 1940 da una famiglia di modeste condizioni, Ernaux passa la sua giovinezza nel bar-drogheria che i genitori hanno aperto con i propri risparmi. Il contesto in cui cresce è quello popolare e contadino della provincia francese del Secondo Dopoguerra: dialetto normanno stretto, convenzioni rigide, educazione cattolica. Come afferma, era “immersa nella realtà sociale”, in un mondo su cui si interrogherà solo successivamente, quando uscirà dal paese di campagna per frequentare l’università a Rouen e specializzarsi come insegnante di lettere.

Non c’è molto, ma c’è già tutto. O perlomeno, tutto ciò che serve a Ernaux per fare della sua esistenza scrittura. Mi sono messa a scrivere davvero quando ho trovato la memoria nella mia infanzia e nella mia adolescenza. Quando ho smesso di pensare a me stessa come un essere nato da nessuno, senza origini geografiche o sociali, il cui unico paese erano la letteratura e le cose intellettuali. Prima non avevo memoria, avevo solo ricordi”.

Pur avendo da sempre in mente l’idea di attingere dalla sua vita personale per scrivere, Ernaux lascia che i suoi primi libri siano pubblicati sotto la categoria di romanzo. Era l’unico modo che credeva in quel periodo possibile per entrare nel mondo dei letterati, ma successivamente rifiuta questo riferimento ad un genere specifico, fino ad arrivare ad eliminare completamente ogni tentativo di vendere i suoi racconti come elementi di finzione, rivendicando invece la forte carica autobiografica.

Anche solo questa parola sarebbe una riduzione per l’operazione che Ernaux compie nei suoi libri, definiti da lei stessa piuttosto “socio-biografici”: il suo obiettivo non è di esprimere il proprio io, ma di “perderlo in una realtà più ampia”. Usare la narrazione di sé per “disseppellire le cose”, per “aiutare a comprendere – a sopportare – ciò che accade e ciò che facciamo”. Fermare un determinato evento, descriverlo, analizzarlo e proprio per questo renderlo universale.

La donna Gelata di Annie Ernaux, 1981

Un caso esemplare è  La donna gelata. Pubblicato nel 1981 sotto la dicitura di romanzo, non viene percepito tale dal pubblico, ed è proprio da questo momento che la scrittrice inizia ad abbandonare l’idea di catalogare i suoi libri in un genere, usando semplicemente la scrittura come mezzo per parlare del reale senza senza scappatoie. Ne La donna gelata, la voce narrante è un io anonimo che riflette sulla sua condizione di donna dall’infanzia al matrimonio, devoto a scoprire il passato ma continuamente pungolato dal presente. L’opera analizza il suo rapporto col genere maschile nel contesto degli anni Cinquanta, che la trasforma da ragazzina bisognosa di validazione maschile alla perfetta casalinga, evidenziando come il suo sogno di scrittrice sia stato messo da parte per doversi occupare della casa e dei figli mentre al marito era concesso uscire, avere vita sociale, pubblicare i suoi libri. “In nome di quale superiorità?”, commenta la voce del libro, Ernaux stessa. La storia contiene dettagli profondamente personali: il passato nel contesto provinciale francese, il lavoro da professoressa, la passione per la scrittura.

Nel suo scavare in profondità per comprendere le insidie patriarcali della società, Ernaux inizia un percorso che verrà ripreso in ogni libro successivo: un’indagine nella memoria a scopi sociali, un’analisi pulita - per questo dolorosa sia per chi scrive che per chi legge - sulle disparità di genere. È in ogni pensiero, perfino quelli che facciamo da bambine, che si può vedere con più ferocia la struttura rigida della nostra cultura. Proprio per questa dedizione alla causa, Ernaux sa che non può sottrarsi proprio a niente. “Sono io che mi scrivo, posso fare di me ciò che credo, restituirmi l’immagine che preferisco e sbugiardarmi quanto mi pare. Ma se voglio far luce sul mio percorso di donna non posso rinnegare la lungagnona che piangeva di rabbia perché sua madre le vietava di indossare le calze e una gonna attillata sul sedere. Spiegare, invece. Non dire che ero una cretina, sono poi davvero finiti, quei tempi?”. Ecco, spiegare. Usare la parola per comprendere profondamente meccanismi inconsci del proprio passato, una torcia per illuminare e capire fenomeni nascosti dentro di sé.

C’è in Ernaux una devozione profonda per la sua stessa memoria, come se fosse una persona fisica che guarda con compassione e tenerezza. Non a caso in molti suoi lavori la riflessione parte proprio da elementi concreti come foto e giornali. “Questa stanza è il reale che resiste, per restituirne l’esistenza non ho altri mezzi che sfinirla di parole”, scrive Ernaux in Memorie di ragazza. Le parole come mezzo per accedere al passato senza romanticizzazione o rinnegamenti: solo così può divenire autentico e tangibile.

Annie Ernaux con il suo libro Il posto, 1983

Questo lavoro sulla memoria viene esplicitamente rivendicato con Il posto (1983), che diviene a tutti gli effetti un’analisi socio-biografica. Ernaux usa la morte del padre per fare un viaggio a ritroso nel loro contesto d’origine, ricordando l’uomo come lavoratore e come padre ma anche inquadrandolo dentro il mondo provinciale per riflettere su come il conseguente allontanamento di Ernaux per poter studiare li abbia separati definitivamente.

Partendo da Il posto e a seguire con La vergogna (1997), i suoi libri diventano una storia di classe prima che personale, l’analisi di un mondo a cui non servivano partiti o sindacati per essere fortemente politico: bastava che fosse il mondo proletario. “Come bambina cresciuta in un ambiente dominato ho avuto un’esperienza precoce e continuativa della realtà della lotta di classe”, dice Ernaux.

I suoi libri diventano dei veri e propri manifesti politici dove si riflette sulla vita dei contesti umili e sulle loro norme sociali. “Descrivere per la prima volta, con la precisione come unica regola, strade che durante l’infanzia non avevo mai considerato ma soltanto percorso comporta questo: rendere leggibile la gerarchia sociale che racchiudevano. Sensazione, quasi, di sacrilegio: sostituire la dolce topografia di ricordi […] con un’altra dalle linee dure che ne spezza l’incantesimo, ma la cui lampante verità non può essere messa in discussione neanche dalla memoria: nel ‘52 mi bastava un’occhiata alle imponenti facciate che si ergevano in fondo a un giardino in fiore per sapere che ci abitava non era come noi”.

Un mondo chiuso, abitato da regole invalicabili, un mondo strettamente fermo nella classe di riferimento. Una classe che Ernaux sente di abbandonare lentamente, a partire dai suoi sentimenti contrastanti verso quel mondo: prima la vergogna costante, poi la voglia di andarsene. Poi ancora lo scatto sociale studiando in un istituto privato, quello per cui i suoi avevano effettivamente sacrificato tutto affinchè lei potesse avere un’educazione migliore della loro. Infine l’allontanamento, un senso di colpa profondo verso la vita che l’ha svezzata ma con cui non aveva più niente in comune. E quindi la voglia di ricordarla, di riprenderne le regole e le leggi non scritte, la religione e il buon costume.  La scrittura […] non sarebbe stata necessaria né avrebbe avuto alcuna giustificazione se non fosse stata, per prima cosa, un’immersione in ciò che avevo dimenticato, nel mio primo mondo, proprio per comprendere come e perché l’avessi dimenticato”.

È proprio la scrittura lo scarto che la eleva e al tempo stesso la allontana: ha salito il gradino che la separa dal mondo dei dominati e la fa entrare nel mondo dei dominanti, lasciando indietro chi ha di più caro, come il padre. “Pensavo che per me non potesse fare più nulla. Le sue parole e le sue idee non erano quelle che circolavano nelle lezioni di letteratura o di filosofia, nei soggiorni con i divani di velluto rosso dei miei compagni di classe. […] Forse scrivo perché non avevamo più niente da dirci”.

Un cambiamento che vive per tutta la sua vita con senso di colpa, e che usa la scrittura per espiare. “Ho avuto a lungo – e forse ho ancora oggi – la sensazione di aver conquistato il sapere intellettuale con un atto di effrazione”, scrive Ernaux. Il senso di colpa per essere andata via dal contesto popolare ed essere entrata nel mondo borghese la porterà a tornarci con la memoria, per analizzare non solo il mondo da lei fuggito ma anche il suo stesso senso di vergogna per quel contesto umile. “Credo che questo senso di colpa sia definitivo, e se da una parte si situa alla base della mia scrittura, dall’altra è proprio la scrittura il più potente mezzo per liberarmene”.

Il libro di Annie Ernaux L'evento, 2000

Questo tradimento diviene un punto centrale nell’opera che avrà più fortuna, L’evento (2000), in cui la donna racconta il suo percorso dopo essere rimasta incinta per sbaglio all’età di 23 anni, fino all’aborto clandestino. Un aborto segreto, che Ernaux sente di meritare proprio per l’essere fuggita dal suo contesto di origine. Stabilivo confusamente un legame tra la mia classe sociale d’origine e quello che mi stava succedendo. (...) Ma né il diploma né tutti gli esami dati a lettere erano riusciti a ostacolare la fatale trasmissione di una miseria di cui la ragazza incinta era, alla stregua dell’alcolizzato, l’emblema. Mi ero fatta fregare all’ultimo dagli ardori, e ciò che cresceva in me era, in un certo senso, il fallimento sociale”.

In L’evento le tematiche femministe de La donna gelata si scontrano con quelle di classe de Il posto, e si uniscono alla sua tragica storia personale. Ma per Ernaux è proprio questo il punto, è ciò che lei ha sempre ricercato nella scrittura. “Nel desiderio di scrivere qualcosa di pericoloso vedo anche altre ragioni strettamente legate al sentimento di aver tradito la mia classe sociale di origine. Svolgo un’attività di lusso (…). E uno dei modi di ricattarlo, questo lusso, è far sì che esso non offra alcun confronto e che io paghi di persona, io che non ho mai lavorato con le mie mani. Che la mia scrittura contribuisca alla sovversione delle visioni dominanti del mondo”.

Torna il tema del passaggio dal mondo dei dominati ai dominatori, ma se a livello sociale ed economico si sente elevata, è la condizione di donna che le ricorda cosa voglia dire non avere diritti, essere dalla parte dei dominati come suo padre è stato, per motivi diversi, tutta la vita. “Aver vissuto una cosa, qualsiasi cosa, conferisce il diritto inalienabile di scriverla. Non ci sono verità inferiori. E se non andassi fino in fondo nel riferire questa esperienza contribuirei a oscurare la realtà delle donne, schierandomi dalla parte della dominazione maschile del mondo.”

Ecco che l’aborto viene descritto in ogni suo dettaglio, in ogni pensiero, in ogni azione fallita prima del successo. Perfino quando, dopo che ha provato da sola ad indursi un aborto e viene ricoverata d’urgenza all’ospedale, un medico la scambia per una persona di classe sociale inferiore, riservandole diverse frasi classiste e misogine. Quella frase […] continua a gerarchizzare il mondo dentro di me, a separare, come a colpi di manganello, i medici dagli operai e dalle donne che abortiscono, i dominanti dai dominati”.

Gerarchizzare, è proprio questa parola che rende chiaro il lavoro di Ernaux in tutti i suoi libri. Rendere lampanti le gerarchie sociali che ha dato per scontate tutta la vita.

Quando, nel 2022, le viene assegnato il Nobel per la letteratura, la sua scrittura viene elogiata per “l’accuratezza clinica” con cui racconta la sua vita. Ed effettivamente Ernaux ne parla come se fosse un'arma, un coltello che usa per aprirsi in modo chirurgico e preciso. Ma si sbaglia se si pensa che questo conferisca alla sua scrittura una freddezza da ospedale, un’analisi da trattato. Al contrario, nella sfacciata purezza con cui Ernaux descrive ogni suo pensiero fino a quelli più imbarazzanti, si nasconde il fine ultimo della sua scrittura: “mi chiedo se scrivo per sapere se anche gli altri hanno fatto o provato cose simili, o altrimenti per far sì che trovino normale provarle. Forse persino perché le vivano a loro volta, un giorno, dimenticando di averle già lette da qualche parte”, dice in Passione semplice (1992). Anche in libri come questo, descrizioni delle sue numerose storie romantiche, la quotidianità non è altro che testimonianza, ed ogni pensiero all’apparenza insignificante diviene denso di vita.  

Annie Ernaux

Non esiste libro in cui non rifletta su come sta scrivendo, sulle parole che sta utilizzando, so cosa stia dicendo il modo in cui ne sta parlando. Perché per lei la scrittura è questo, l’autenticità a servizio del mondo. Ed è per questo che è una delle voci più importanti nell’ambito letterario, non solo per aver innovato le forme della narrazione e dell’approccio alla memoria personale, ma proprio per essersi spogliata genuinamente dentro i suoi libri in una comunione totale con il lettore. Perché ci ricordi che è di minime realtà quotidiane che si forma il mondo e si impara a sovvertirne le regole

Lo dice lei stessa alla fine de L’evento: “Al di là di tutte le ragioni sociali e psicologiche che posso trovare per quanto ho vissuto, ce n’è una di cui sono sicura più di tutte le altre: le cose mi sono accadute perché potessi renderne conto. E forse il vero scopo della mia vita è soltanto questo: che il mio corpo, le mie sensazioni e i miei pensieri diventino scrittura, qualcosa di intellegibile e di generale, la mia esistenza completamente dissolta nella testa e nella vita degli altri”.

c.m.

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