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Carla Lonzi e la rivoluzione dello stare tra donne

Rubrica: Libreria femminista


Nel 1970 Carla Lonzi, critica d’arte, fonda uno dei primi gruppi separatisti femministi nati in Italia, Rivolta femminile, e rivoluziona il modo di pensare e fare il femminismo nel nostro Paese, diventando nel tempo una delle pensatrici femministe più amate e celebrate al mondo. Insieme al collettivo fonda la prima casa editrice femminista italiana, dandole lo stesso nome del gruppo, e pubblica alcuni testi che scuotono la società dell’epoca, che si ritrova a confrontarsi con un nuovo modo di pensare l’uomo e la donna nella vita privata e pubblica.


Carla Lonzi
Carla Lonzi

Partendo dalla sua biografia, Carla Lonzi nasce nel 1931 a Firenze, primogenita di cinque fratelli. Sin dall’infanzia desidera essere indipendente, tanto che a nove anni chiede di essere iscritta in collegio per vivere da sola. In seguito si laurea in storia dell’arte, spinta dal desiderio di diventare critica d’arte e di potersi mantenere da sola. Durante gli anni dell’università, nel 1954, si iscrive al Partito Comunista Italiano, iniziando a interessarsi alle tematiche e rivendicazioni sociali portate avanti dal partito.

Dopo aver conseguito la laurea lavora per una decina di anni come critica e curatrice d’arte, trasferendosi nel 1967 a Minneapolis. Qui si dedica alla realizzazione di un’opera che racchiude tredici dialoghi con alcuni tra i maggiori artisti italiani dell’epoca, dal titolo Autoritratto.



L’incontro con Carla Accardi e l’esperienza americana

In questo periodo, soprattutto grazie all’esperienza americana, nasce il suo interesse per la soggettività femminile e la sua coscienza femminista. Il primo fatto che la avvicina a queste tematiche è l’incontro con la pittrice Carla Accardi, una delle artiste intervistate per Autoritratto. Accardi era già partecipe del movimento femminista, facendosi portavoce del suo attivismo nelle istituzioni artistiche. Il dialogo che nasce tra le due rappresenta la parte più significativa della raccolta di Lonzi. 

Il secondo fatto che influenza fortemente la critica d’arte è ciò che osserva del femminismo d’oltreoceano. Negli Stati Uniti i movimenti femministi iniziano a promuovere dei gruppi di collettivi di sole donne, che si riuniscono principalmente per condividere le proprie esperienze di vita. Questa pratica diventa fondamentale per la creazione di un nuovo soggetto sociale, quello femminile.


Lonzi rientra in Italia in un periodo di grande fermento: la fine degli anni Sessanta. La contestazione culturale degli studenti, unita alla lotta di classe portata avanti dai lavoratori, attraversa il Paese da nord a sud. Anche le donne, le femministe, si inseriscono in questa lotta unita contro i valori tradizionali e obsoleti di un Paese che prevede ancora il delitto d’onore, l’istituto del matrimonio riparatore, e che definisce l’aborto un reato e lo stupro un crimine contro la moralità pubblica. Sebbene il fronte di lotta sembri unito, il ruolo delle donne viene assorbito nella battaglia al capitalismo e allo Stato: viene rifiutata la discussione riguardo l’ordine patriarcale e si rinvia l’argomento dell’emancipazione femminile a un secondo momento, successivo alla lotta di classe.


Carla Lonzi, Carla Accardi e Elvira Banotti a Roma
Carla Lonzi, Carla Accardi ed Elvira Banotti a Roma, 1970 (ph. Pietro Consagra, Archivio Pietro Consagra, Milano)

La nascita di Rivolta femminile e dei gruppi di autocoscienza

Tra il 1969 e il 1970 Carla Lonzi, insieme a Carla Accardi e alla giornalista Elvira Banotti, forte dell’esperienza americana dell’autocoscienza, decide di fondare Rivolta femminile, un gruppo separatista e radicale, che mette al primo posto della propria esperienza la pratica dell’autocoscienza. L’idea centrale del femminismo radicale è quella di lottare non solo dal punto di vista legislativo, ma anche di sviluppare una riflessione e rivoluzione sul piano culturale, che si può ottenere solo partendo dall’avvalorare l’esperienza femminile nel quotidiano. I gruppi di autocoscienza servono proprio a questo, a parlare di donne tra donne. Si affrontano apertamente tutti i temi che segnano la quotidianità: il corpo, la sessualità, le relazioni, il lavoro, la maternità, le violenze.


Nel momento in cui il movimento studentesco e quello operaio affrontano in modo unitario il mondo tradizionale usando un metodo di contestazione pubblica nelle piazze, i movimenti femministi compiono un percorso inverso, facendo attivismo a partire dai piccoli gruppi di autocoscienza. Questo nuovo modo di agire è fondamentale per un motivo specifico: si viene a costituire un nuovo soggetto, politico e non solo, che chiede di essere visto come a sé stante rispetto al soggetto maschile: il soggetto femminile. Il mito dell’emancipazione femminile che prevedeva di doversi allineare al pensiero e all’agire maschile per “liberarsi” cade, ed emerge una nuova ricerca della libertà, che cerca di andare molto più a fondo nella questione patriarcale per riconoscere il problema alla radice e decostruirlo.


I primi scritti femministi italiani

Manifesto di Rivolta femminile pubblicato nel 1970
Il Manifesto di Rivolta femminile, 1970

Nel 1970 il collettivo Rivolta femminile pubblica il proprio Manifesto, che viene inizialmente affisso per le strade di Roma e Milano. Questo testo, stilato insieme da Lonzi, Accardi, Banotti e dalle donne che avevano preso parte agli incontri di autocoscienza, rappresenta per il femminismo italiano una svolta ideologica molto ben definita.

“Il nostro manifesto contiene le frasi più significative che l’idea generale del femminismo ci aveva portato alla coscienza durante i primi approcci tra di noi. La chiave femminista operava come una rivelazione. Il bisogno di esprimersi è stato da noi accolto come sinonimo stesso di liberazione”. Questa è la premessa scritta da Lonzi nel volume Sputiamo su Hegel e altri scritti, raccolta dei suoi scritti personali e di quelli del collettivo, pubblicato nel 1973.



“La donna non va definita in rapporto all’uomo. Su questa coscienza si fondano tanto la nostra lotta quanto la nostra libertà.”
“Liberarsi per la donna non vuol dire accettare la stessa vita dell’uomo perché è invivibile, ma esprimere il suo senso dell’esistenza.”
“La donna come soggetto non rifiuta l’uomo come soggetto, ma lo rifiuta come ruolo assoluto. Nella vita sociale lo rifiuta come ruolo autoritario.”

Dagli enunciati incisivi che compongono il documento traspare la consapevolezza e l’autoaf

fermazione di questo gruppo di donne, di questo soggetto che si è costituito rifiutando la necessità del riconoscimento maschile e soprattutto l’idea di doversi emancipare attraverso l’accesso alle istituzioni del potere maschile.


Proprio il concetto di potere diviene sempre più chiaro negli scritti di Lonzi. Ne parla nel testo Sputiamo su Hegel, così intitolato perché la volontà dell’autrice è quella di smascherare non solo il patriarcato del passato, ma anche quelle ideologie rivoluzionarie che senza rendersene conto vorrebbero continuare a perpetuarlo, quali la lotta di classe marxista.


Lonzi illustra chiaramente il pensiero emerso a riguardo dall’esperienza dello stare tra donne: “Per uguaglianza della donna si intende il suo diritto a partecipare alla gestione del potere nella società mediante il riconoscimento che essa possiede capacità uguali a quelle dell’uomo. Ma il chiarimento che l’esperienza femminile più genuina di questi anni ha portato sta in un processo di svalutazione globale del mondo maschile. […] Il porsi della donna non implica una partecipazione al potere maschile, ma una messa in questione del concetto di potere. È per sventare questo possibile attentato della donna che oggi ci viene riconosciuto l’inserimento a titolo di uguaglianza”.


il gruppo rivolta femminile a Roma durante la stesura di un testo
Il gruppo a Roma (ph. Angela De Carlo)

È questo pensiero così lucido che porta Rivolta femminile a separarsi dalla lotta di classe portata avanti dal PCI: all’interno di quel movimento gli uomini non riescono a riconoscere la diversità della condizione femminile, anteponendo la presa di potere dell’uomo proletario a quella – in realtà difficilmente immaginabile – della donna come soggetto a sé. La critica al marxismo di Lonzi passa per un punto tanto semplice e quotidiano quanto fondamentale: ci si è resi conto dell’oppressione che concerne il mondo del lavoro, ma nessuno si è accorto del peso del lavoro di cura che le donne hanno sempre dovuto svolgere oltre alle altre loro attività.

La donna è oppressa in quanto donna, a tutti i livelli sociali: non al livello di classe, ma di sesso. […] Perché non si è visto nel suo sfruttamento all’interno della famiglia una funzione essenziale al sistema dell’accumulo di capitale? […] Il marxismo ha espresso una teoria rivoluzionaria dalla matrice di una cultura patriarcale”.


Il concetto di “differenza sessuale”: soggetto femminile e soggetto maschile


Il concetto di uguaglianza può essere corretto a livello giuridico, ma a livello esistenziale Lonzi inizia a professare un’altra idea: la differenza sessuale. Il pensiero della differenza accomuna Riforma femminile ad altri collettivi e associazioni a livello internazionale che attraverso la condivisione dell’esperienza femminile vogliono costruire un nuovo ordine simbolico contrapposto al modello maschile.


Il collettivo Rivolta femminile
Carla Lonzi e il collettivo Rivolta femminile, 1973 (ph. Jacqueline Vodoz, Fondazione Jacqueline Vodoz e Bruno Danese)

L’importanza di questa soggettività femminile a sé stante viene spiegata da Lonzi nel testo Significato dell’autocoscienza nei gruppi femministi, scritto nel 1972. Nello stare tra donne e condividere le proprie storie, facendosi soggetto del racconto, ci si rende conto di quanto pesi l’approvazione maschile su di noi. L’uomo può mettere a disposizione della donna tutta la sua cultura, “il suo io tutto intero”, e la donna la riceve in un simbolico passaggio di virtù da un soggetto “completamente umano e universale” a un’entità, quella di donna per l’appunto, incompleta che solo così può riscattarsi.


Di questo inganno ci si accorge quando si cerca di portare nel proprio ambito un punto di vista femminista, scrive Lonzi. “Nella migliore delle ipotesi l’uomo pretende di assumere il controllo anche su questa loro operazione: un modo indiretto per negare la legittimità dell’operazione stessa svuotandola di senso”. Quello che viene a mancare alla donna è uno spazio – fisico ma anche psicologico, storico e mentale – suo, in cui l’uomo non abbia facoltà di giudizio. Ecco a che cosa servono i gruppi di autocoscienza, a creare e occupare questi nuovi spazi.

“I gruppi femministi di autocoscienza acquistano la loro vera fisionomia di nuclei che trasformano la spiritualità dell’epoca patriarcale: essi operano per lo scatto a soggetto delle donne che l’una con l’altra si ri-conoscono come esseri umani completi, non più bisognosi di approvazione da parte dell’uomo.”

Quando la donna non ha più bisogno di garantirsi la comprensione dell’uomo raggiunge uno stadio di libertà tale che le permette di non far dipendere più il proprio destino da lui. Quando la donna cerca la risonanza con un’altra donna, all’interno della propria specie, lì trova sé stessa. E l’esclusione dell’uomo viene compiuta non perché abbia un significato in sé, ma perché dall’esperienza dell’autocoscienza ci si è rese conto che l’esclusione da lui mossa contro le donne è segno di un suo problema, una sua incapacità di concepire la donna come soggetto, poiché questa nuova concezione sgretolerebbe il suo equilibrio patriarcale.

Per questo motivo Rivolta femminile conclude il proprio Manifesto esclamando: “Comunichiamo solo con le donne”. 

e.c.


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