Ildikó Enyedi: connettersi, dall’umano al postumano.
“What would you do if you wanted to connect to a being, but had no common language?”

Questa domanda, posta dalla dottoressa Alice Sauvage – il personaggio interpretato da Léa Seydoux in Silent Friend (Stille Freundin, 2025) – sembra riassumere in sé il punto a cui è arrivata la filosofia della regista del film, Ildikó Enyedi.
Attiva dal 1981 come regista di corti, Ildikó Enyedi – ungherese, classe 1955 – ha firmato Il mio XX secolo (Az én XX. századom), il suo primo lungometraggio, nel 1989. Da lì la sua carriera ha incontrato dieci anni di fortuna critica, dalla vittoria della Camera d’Or al Festival di Cannes dell’89 fino alla partecipazione al Festival di Locarno nel 1999 con Simon mágus, vincitore del Premio Don Quijote. Con il nuovo millennio, però, la voce di Enyedi sembra zittirsi, e i suoi progetti non vengono prodotti, finendo in quello che la stessa regista definisce “development hell” (lett. inferno dello sviluppo). Tante idee, nessun modo per portarle alla luce, Enyedi ottiene la possibilità di riavvicinarsi alla regia con la serie Terápia, prodotta tra il 2012 e il 2017 dalla divisione europea di HBO. Il 2017 segna non solo la fine dell’esperienza televisiva, ma anche il nuovo inizio di quella cinematografica con l’uscita di Corpo e anima (Testről és lélekről), che fa ripartire la carriera di Enyedi là dove si era interrotta: il film partecipa in concorso alla Berlinale e ne esce vincitore dell’Orso d’oro. Da allora Enyedi è riuscita a dirigere un film ogni quattro anni. Nonostante le difficoltà causate dall’industria durante l’epidemia di Covid-19, nel 2021 arriva in sala Storia di mia moglie (A feleségem története), mentre nel 2025 partecipa alla Mostra del cinema di Venezia con Silent Friend, vincitore del premio FIPRESCI.
Un cambio di rotta.
Con un salto di diciotto anni tra Simon mágus e Corpo e anima, non sorprende che il cinema di Ildikó Enyedi si presenti in modo profondamente diverso nel 2017 da come lo avesse lasciato nel 1999. Estetica, attori, sguardo, temi, tutto, a prima vista, sembra essere diverso nella produzione della regista, del resto il cinema stesso è cambiato, ed Enyedi con esso. In particolare, oggi i suoi film sono diventati un mezzo di esplorazione delle teorie postumane che, dalla prigionia dell’accademia degli anni ’90, sono via via entrate sempre più a far parte del discorso pubblico. In questo Corpo e anima e Silent Friend costituiscono quasi un dittico ideale, in cui è rintracciabile l’evoluzione del pensiero di Enyedi riguardo al rapporto che esiste tra l’essere umano e il mondo che lo circonda.

Ambientato in un mattatoio, Corpo e anima ha come protagonista Mária, la nuova ispettrice addetta al controllo qualità, una donna doppiamente estranea al mondo in cui si muove: lavorativamente, perché la sua assunzione non fa capo alla fabbrica, ma anzi, ne è quasi antagonista, e socialmente, in quanto persona con autismo (sebbene questa condizione non venga mai esplicitata, solo suggerita). A Mária si contrappone Endre, il CFO, apparentemente integrato nei meccanismi del mattatoio ma che si rivelerà poi anch’egli una persona ai margini, che fatica a costruire una ricca vita sociale da quando un incidente lo ha lasciato con un braccio offeso, ferita che assume il doppio ruolo di simbolo e causa del suo malessere. I due instaurano una reticente relazione quando scoprono di condividere ogni notte lo stesso sogno, nel quale sono due cervi in una foresta innevata. Contrapposta al mondo reale – industriale, urbano, insanguinato – la foresta è il luogo dell’idillio, un posto silenzioso e tranquillo dove Mária ed Endre smettono di essere reietti e diventano parte di una natura più grande, che li ingloba e accoglie in sé. Enyedi crea per i suoi due personaggi una realtà alternativa, quella del mondo animale, dove le relazioni con l’altro non sono sofferte, ma intuitive, naturali. Per Mária ed Endre la realtà del sogno, la loro metamorfosi in cervi, diventa uno strumento essenziale per comprendere la vita umana. In un rovesciamento del sistema antropocentrico che guida la moderna vita urbana, perfettamente racchiusa nella rappresentazione del mattatoio, i due umani rigettano il ruolo di specie superiore per imitare e imparare dagli animali.
Umani, animali, piante.
Silent Friend, l’ultima opera della regista, amplia e allo stesso tempo cambia il punto di vista adottato in Corpo e anima. L’amico silenzioso del titolo è infatti un albero, un esemplare di ginkgo biloba, che àncora attorno a sé tre storie: quella di Grete (Luna Wedler, vincitrice del premio Marcello Mastroianni), la prima studentessa di botanica all’università di Marburg, nel 1908; quella di Hannes (Enzo Brumm), solitario studente di lettere, anch’egli nella stessa università ma nel 1972, nel mezzo dei movimenti di protesta giovanili della Germania Ovest; quella di Tony (Tony Leung Chiu-wai), neuroscienziato di Hong Kong che, nel 2020, va a Marburg per tenere una serie di lezioni all’università e viene sorpreso, e isolato, dallo scoppio della pandemia.
Grete Hannes Tony
Come nel film precedente, i protagonisti di Silent Friend sono caratterizzati dalla solitudine, condizione che non si applica solo ai personaggi umani, ma anche al rappresentante del mondo naturale, il ginkgo, unico esemplare della sua specie all’interno del giardino dell’università. A differenza di Corpo e anima, però, qui i personaggi ricercano attivamente la connessione con gli altri. Le tre storie, diverse tra loro per estetica – la prima girata su pellicola 35mm in bianco e nero, la seconda con un nostalgico 16mm, la terza in digitale – e per sviluppo della trama, sono unite dalla ricerca di relazioni, umane e non, dei personaggi, una lotta che li unisce attraverso il tempo, supervisionata dalla sovrastante presenza del ginkgo, testimone e attore nella creazione di legami nell’ecosistema che lo circonda. Ricollegandoci alla citazione iniziale, il cinema di Enyedi in Silent Friend fa quello che il personaggio di Léa Seydoux si domanda: instaura connessioni che prescindono da un linguaggio comune, non grazie alla neuroscienza, come nel film, ma attraverso il potere delle immagini, aggregatrici di legami simbolici e reali.
Interconnessione metacinematografica.

I legami che si instaurano in Silent Friend non sono però solo quelli che avvengono nella finzione filmica. L’opera di Enyedi dialoga infatti con il cinema contemporaneo, riprendendone temi e stilemi. La Bête di Bertrand Bonello (2023) e Il suono di una caduta (In die Sonne schauen,2025) di Mascha Schilinski sono due titoli recenti che attuano un’operazione simile a quella di Enyedi: contengono storie diverse che avvengono in periodi diversi, ma unite da relazioni verticali, in La Bête quella tragica tra due amanti – di cui una è interpretata da Léa Seydoux – che rivivono le loro vite precedenti, in Il suono di una caduta quella tra

quattro generazioni della stessa famiglia e dei traumi che vengono ereditati. Collegamenti casuali, certo, che fanno però emergere una tendenza del cinema contemporaneo a porsi domande sul ruolo delle relazioni nella società, del presente e del passato, e di come il cinema stesso possa interagire con esse e amplificarle. Apparentemente tragici, questi film sono in realtà subissati di una comune speranza: nonostante possa sembrare che tutto – destino, epidemie, disparità, traumi – lotti contro la formazione di nuovi legami, essi sono imprescindibili per la vita umana e, Enyedi aggiunge, per la vita stessa.
Le connessioni che Ildikó Enyedi costruisce sono inoltre evidenti all’interno della sua stessa filmografia. Sebbene la sua carriera sia divisa in due parti, come già detto, da anni e da temi di fondo, è impossibile non vedere anche i punti di contatto. In questo Silent Friend risulta essere la summa della prima parte della sua carriera e della seconda, portando avanti la concezione del mondo postumana introdotta da Corpo e anima, ma riprendendo il gusto per il cinema in costume, in particolare per il primo ‘900, che Enyedi aveva fatto protagonista del suo primo film, Il mio XX secolo.

Dal 1989 al 2025 tantissime cose sono cambiate nel cinema della regista, Il mio XX secolo è un film storico, girato con un bianco e nero dal forte contrasto, sperimentale nella sua forma e nella trama, che segue la storia di due sorelle gemelle nate nel 1880 e poi separate. L’una il doppio oppositivo dell’altra, il film, ambientato a cavallo tra i due secoli, rimanda nella sua costruzione al cinema sperimentale degli anni ’60, in particolare all’opera sovversiva Le Margheritine (Sedmikrásky) della regista ceca Věra Chytilová. Il mio XX secolo è innamorato del cinema e della sua nascita, ed esprime ciò attraverso il focus sulla luce elettrica, invenzione ancora nuova e sorprendente all’inizio della storia. È quindi un film che gioisce del progresso umano, lo stesso progresso celebrato in Silent Friend. Ciò che rende le due opere diverse e ne denota la distanza, è la sfera d’interesse del progresso: nel primo concernente solo gli esseri umani, nel secondo motore di ricerca delle interazioni tra umani e piante. Il cinema di Enyedi è da sempre interessato alla formazione delle relazioni, e, con gli anni, si è spostato da una prospettiva antropocentrica a una postumana, che abbraccia ogni essere vivente.
g. c.




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