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Dirty Dancing: corpi liberi e la lotta di classe

Quando pensiamo ai film degli anni Ottanta ci districhiamo tra alieni e galassie spaziali, miti ancora oggi impressi nel nostro immaginario collettivo, prova della pervasività del cinema nelle nostre vite quotidiane e della (sottovalutata) importanza della cultura pop nel plasmare i nostri gusti e i nostri sogni. Per questo, forse non serve nemmeno aver visto Dirty Dancing per desiderare di essere sollevata in aria da Patrick Swayze come succede a Jennifer Grey sulle note di Time of my life.

Jennifer Grey e Patrick Swayze in Dirty Dancing

Ormai la scena è iconica e viene riproposta in talmente tanti prodotti audiovisivi che contarli sarebbe inutile. In tutto il mondo il film è diventato l’emblema dell’erotismo e dell’amore romantico, la danza solo il mezzo che suggella la passione tra i due innamorati. La velocità con cui è stato categorizzato come un “film da femmine”, ha fatto sì che fosse tenuto ai margini delle riflessioni sia sociali che cinematografiche degli studiosi, maschi, poco interessati ai fenomeni femminili e alla loro ricezione. Perché Dirty Dancing, oltre ad essere tuttora uno dei film più di successo degli anni Ottanta ed un vero e proprio cult, è stato soprattutto uno dei film più politici del periodo. E sì, attraverso la danza e la storia d’amore.

 

Breve storia produttiva

Doveva essere un successo, perlomeno nella testa di Eleanor Bergstein, la giovane sceneggiatrice che decide di trarre dalla sua vita da adolescente una storia di emancipazione femminile e di danza. Bergstein era una ballerina idealista: come la protagonista, da ragazza veniva chiamata Baby e andava coi genitori - che l’avevano cresciuta con modelli liberali - in vacanza nelle Catskills.  

Dirty Dancing voleva inserirsi sulla scia dei fortunati film sulla danza come Flashdance e Footlose. Alla base della filiera cinematografica, però, c’era un gusto ancora fortemente mascolino: le case di produzioni americane, le majors, erano capeggiate da uomini che cercavano “film da duri”. Perfino la MGM, con una grande tradizione di film sulla danza e di musical, rifiutò, e con lei altre 41 case. Troppo femminile, troppo poco interessante per il gusto medio, oppure si aveva paura che una tematica così controversa potesse inceppare la macchina patriarcale hollywoodiana?

È servita una casa specializzata nell’home-video, la Vestron Pictures, per poterlo produrre, e non certo perché spinto da ideali nobili. La casa non era interessata alla qualità tanto quanto alla quantità: prendeva film rifiutati dalle majors e dalle minors e produceva quanti più film possibili a basso costo. Per la regia venne trovato un giovane esordiente, Emile Ardolino (successivamente famoso per altri grandi classici come Sister Act), che aveva appena vinto un Oscar ma per un cortometraggio e si sarebbe cimentato per la prima volta in un lungo. Niente indicava che fosse adatto a parte che era un ballerino, cosa che stregò Bergstein, così come fu stregata da i due attori protagonisti e dalla loro chimica.  

Con un budget di soli 4,5 milioni di dollari (ne incasserà 214 milioni), Dirty Dancing uscì nel 1987 ma fu venduto a detta dell’autrice come un “teenage movie that goes to the mall”, senza la volontà di ricercare un’audience adulta. Il film è scritto da una donna, prodotto da una donna (Linda Gottlieb) e diretto da un giovane regista omosessuale: lo sguardo del film è per forza di cose profondamente femminile e queer. Per questo fu vittima di una sottovalutazione da parte dell’establishment, ma non del pubblico: furono migliaia di persone (di donne) in tutto il mondo a renderlo il successo che è adesso, quando perfino Hollywood non ci aveva creduto.  

 

Quando, dove e perchè

Catskills Mountains in Dirty Dancing

La trama è nota: siamo nell’estate del 1963. Da una parte c’è Baby, una giovane ragazza benestante che si reca con la famiglia nelle Catskill Mountains, famoso luogo di villeggiatura americano. Dall’altra c’è Johnny, un lavoratore della residenza che vive insegnando danza a giovani e vecchi borghesi. Un match improbabile, che però diventa necessario: Baby fa amicizia con i lavoratori della residenza, e quando Penny, la partner di ballo di Johnny, scopre di essere incinta, Baby si offre di aiutare a trovare i soldi per farla abortire, e in contemporanea, sostituirla come ballerina. C’è solo un problema: non sa ballare, e Johnny non è minimamente interessato a insegnarle, ma per salvare il posto (suo e di Penny) è obbligato a farlo.

Le coordinate spazio-temporali in cui Johnny e Baby si muovono sembrano di poco conto ma sono essenziali: il quando è l’estate 1963. A detta di Bergstein, non avrebbe potuto ambientarlo nemmeno pochi mesi prima o dopo. “Fu l’ultima estate del progressismo, quando Martin Luther King tenne il celebre discorso “I have a dream”, quando sentivi – se avevi un cuore puro – di poter rendere migliore il mondo. Il presidente Kennedy venne ucciso pochi mesi dopo…”

E poi c’è il dove: le Catskills Mountains. Luoghi di vacanza molto popolari in America negli anni 60-70 soprattutto tra i benestanti illuminati. Per Bergstein erano luoghi di grazia ed eleganza, con un profondo spirito progressista liberale. Le Catskills non sono solo l’ambientazione, lo sfondo delle vicende, ma sono la metafora dell’America del 1963: ordinaria, piena di vita e di buone intenzioni.

Ma con gli scheletri nel cassetto

Johnny e Baby fanno parte di due classi sociali differenti, lo squilibrio di potere esiste ed è lampante sin dal primo momento in cui interagiscono. E a mano a mano che Baby conosce non solo lui ma tutti i lavoratori, ecco che la maschera borghese cade e che scopre la grande ipocrisia e lo snobismo classista delle persone che ha sempre creduto aperte. Primo tra tutti il padre, che non esita a incolpare Johnny per la gravidanza di Penny, e che invece difende a spada tratta i ricchi camerieri figli di papà che lavorano lì per pagarsi il college prestigioso.

In uno scenario così fortemente politico, Bergstein tesse le fila per una critica sociale usando ciò che conosce meglio, la danza.

 

Il corpo come campo di battaglia

Scena di Dirty Dancing

La danza diventa, in Dirty Dancing, un linguaggio vero e proprio. Ogni tipo di ballo riflette le classi sociali presenti nel film: c’è il quello “sporco” della classe lavoratrice, fatto nello scantinato lontano dagli occhi perbenisti dell’upper class e per questo libero e selvaggio. E poi c’è il ballo dei ricchi, misurato e rigido. Se i corpi sono confine invalicabile nelle stanze lussuose borghesi, a mano a mano che si scende nei luoghi ombrosi della residenza diventano simbolo di riappropriazione e resistenza.

Perfino l’amore viene dopo: prima di essere attratta da Johnny, Baby è attratta dai balli proibiti liberi, sensuali e scardinati da ogni dogma. Attraverso di lui, Baby comprende per la prima volta quanto oltre un mondo di discorsi moraleggianti da cui è sempre stata circondata, inizi quello reale, dove invece che le parole parla la carne, dove è lo scontro tra corpi che osa lottare

Oltre ad essere accusato di aver messo incinta Penny, Johnny è vittima del sistema oppressivo dei lavoratori e anche delle avance sessuali delle ricche signore del luogo.

Va bene, capisco”, gli dice ad un certo punto Baby quando lui confessa di essere andato a letto con delle clienti in cambio di soldi. “Le stavi solo usando, tutto qui”.

No, non è così, è proprio questo il punto, Baby”, le dice subito lui. “Loro usavano me”.

Il corpo, ancora una volta, come simbolo di potere e di sfruttamento. Ma se la upper class ne rifugge di facciata ma lo ricerca in segreto, la classe lavoratrice impara a rivendicarlo, a non vergognarsi della potenza provocatoria dei corpi liberi che ballano.

Ed il corpo è campo di battaglia pure attraverso il tema dell’aborto. L’autodeterminazione di Baby di scegliere per sé stessa cosa ballare passa anche dal comprendere cosa voglia dire abortire in un ambiente in cui non solo era illegale ma moralmente sbagliato. “Era una delle ragioni principali per cui ho scritto questo film”, parla Bergstein, “però avvolgendolo nella bellezza, nei vestiti glam, nell’amore, nella musica, nella danza”.

Non esisterebbe conflitto senza l’aborto, che diventa il motore di tutto e ciò che muove i personaggi. Una tematica così calda che fu oggetto di censura: diverse realtà cattoliche provarono a far rimuovere le scene incriminate, ma il film era già stato girato e l’elemento era così centrale da non poter essere tolto, pena il collasso di tutta la struttura narrativa. E Bergstein ci aveva pensato: secondo lei, se giovani autrici o autori vogliono inserire una tematica etica che sta loro a cuore, devono inserirla al centro della storia, impossibile da rimuovere.

Scena di Dirty Dancing

La storia d’amore e l’ambientazione non sono che filtri attraverso cui raccontare una storia fortemente politica e sociale. Come la stessa Bergstein dice, non era interessata a fare “un documentario in bianco e nero”, perché le persone che si recano a vederlo sono più inclini a pensarla già come il film. Voleva invece attrarre più pubblico possibile, parlare a persone che non si sarebbero interessate in nessun modo a queste dinamiche.

Già adesso l’ambizione è incredibile (si pensi a Barbie, 2023, che nella patina rosa e chic parla con semplicità di patriarcato e femminismo), ma nel 1987 era rivoluzionaria. Il film fu preda di un fortissimo pregiudizio (e lo è ancora), considerato troppo femminile e troppo frivolo per poter contenere critiche sociali. L’errore, come al solito in questi casi, è pensare che solo perché parla di tematiche femminili non possa inserire una critica sociale. Ma è anche molto di più: a volte si fa fatica a comprendere che è proprio dentro queste tematiche marcatamente femminili che la critica risiede.

Il film prende per mano Baby e le mostra che il mondo reale, fuori dai confini rassicuranti della sua realtà, è tutt’altra cosa. Proprio perché Johnny non rientra nei canoni in cui Baby vede il mondo, la ragazza si trova di fronte a una discrepanza, e permetterle di vederla le permette anche di vedere le persone intorno a lei. “Mi hai detto che tutti sono uguali e meritano una possibilità”, dice al padre dopo che lui, amareggiato, ha scoperto la sua tresca con Johnny, “ma intendevi quelli come te”.

Il film è stato promosso con lo sfortunato sottotitolo “l’estate in cui Baby perse la verginità”, ma in realtà Baby nel film non perde nulla a parte l’ingenuità idealista tipica dei giovani. Acquista invece la comprensione del mondo reale e impara attraverso il ballo a reclamare quel mondo per sé, a decidere del suo corpo. I balli proibiti sono uno strumento di ribellione e una messa in discussione di un sistema che la vuole docile in un angolo, e l’amore per Johnny avviene allontanandosi dall’ipocrisia del perbenismo attraverso la scoperta di se’ e del proprio desiderio di libertà. E sbaglia perfino chi nella celebre frase “nessuno mette Baby in un angolo”, vede un ricadere nelle dinamiche patriarcali in cui l’uomo salva la donna. Johnny le mostra che esiste un altro modo di vivere, le offre la possibilità di staccarsi dalla sua vita, e al contempo Baby gli insegna di non vergognarsi di sé e di ballare come vuole in mezzo a qualsiasi sala da ballo. Le braccia ferme che la sollevano in aria sono quelle di lui, ma è lei che decide di saltare.

c.m.


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