Finding Vivian Maier: il valore della riscoperta
- Marta Frugoni

- 5 ore fa
- Tempo di lettura: 4 min
Rubrica: Sguardo sul reale
È possibile racchiudere la vita di una persona in poche scatole? Ridurla ad una pila di diapositive, fotografie mai sviluppate, fogli di giornali, carta straccia? Questo è quello che è successo a Vivian Maier. Nel 2007, il fotografo John Maloof, lavorando al suo libro Portage Park (Images of America) – un reportage sulla storia di Chicago – compra ad un’asta una serie di scatole contenenti dei negativi sconosciuti, decidendo successivamente di svilupparli più per curiosità che per necessità.
Quello che era iniziato come passatempo di un appassionato di mercatini diventa, per il mondo dell’arte, una scoperta sorprendente: 150.000 fotografie – tra cui ritratti, autoritratti, paesaggi e foto di famiglia – che raccontano l’intera vita di una donna, documentata quasi giorno per giorno. Maloof rimane folgorato dall’immenso operato e dalla talentuosa mano che vi si cela dietro; da quel momento in poi decide che farà di tutto per scoprire l’identità della fotografa.

Quello che era iniziato come passatempo di un appassionato di mercatini diventa, per il mondo dell’arte, una scoperta sorprendente: 150.000 fotografie – tra cui ritratti, autoritratti, paesaggi e foto di famiglia – che raccontano l’intera vita di una donna, documentata quasi giorno per giorno. Maloof rimane folgorato dall’immenso operato e dalla talentuosa mano che vi si cela dietro; da quel momento in poi decide che farà di tutto per scoprire l’identità della fotografa.
Dopo essere risalito al possessore originale dei rullini, scopre un intero deposito di ricordi: ricevute di ogni tipo conservate da decenni, i più disparati oggetti, pile di giornali… ma soprattutto, un nome: Vivian Maier. Quest’ultima, deceduta pochi mesi prima dell’asta, sembra una persona con nessun legame al mondo, eppure, tutta la sua vita è stata meticolosamente e gelosamente custodita ed etichettata. Più rapidamente di quanto si possa immaginare, Maier passa da eccentrica fotografa a soggetto ambiguo, sfuggente, ma sempre più intrigante. Maloof documenta le sue indagini, sempre più determinato a scoprire le ragioni per cui Meier abbia tenuto segreto quello che sembra essere stato per decenni il suo principale interesse.
Dopo aver pubblicato le foto sul suo account Flickr, Maloof – unitosi al collega e amico film-maker Charlie Siskel – si rende conto di non essere l’unico ad amare e riconoscere il talento della fotografa; dal viaggio – metaforico e letterale – di Maloof nasce il documentario Finding Vivian Maier che ha l’obiettivo di presentare il profilo di una delle artiste più intriganti del secondo novecento.
Chi è Vivian Meier?
Vivian Maier nasce in un piccolo paesino della Francia nel 1926. Le sue origini sono umili, emigra con la madre e i fratelli negli Stati Uniti pochi anni dopo – più precisamente a Chicago – dove passerà praticamente tutta la sua vita. Alla fine degli anni ‘40, Maier comincia la sua carriera di tata, frequentando perlopiù famiglie medio-borghesi dei quartieri residenziali dell’Illinois.

La sua quotidianità sembra normale, ma dietro a questa apparente semplicità si cela una passione segreta e totalizzante: la fotografia. Armata di una Rolleiflex Meier riesce a catturare immagini di vita urbana, ritratti di bambini, scene di strada, momenti di intimità e di caos cittadino. La sua tecnica, spontanea e naturale, riflette lo spirito di un’osservatrice acuta, ma schiva, e la sua capacità di cogliere l’essenza del momento. Intervistati dai film-maker, i bambini accuditi da Meier, ormai cresciuti, sottolineano l’imprevedibile carattere della tata.
“Mi ricordo che Vivian ci portava in città [a Chicago] solo perché voleva scattare. Capitava spesso che passassimo ore e ore in quartieri parecchio pericolosi, in balia della sua ossessione, mentre cercava di catturare tutti i dettagli che la circondavano.”
Finding Vivian Maier
Una finestra su una vita nascosta
La storia di Vivian Maier cambia radicalmente grazie all’esposizione di John Maloof e Charlie Siskel, ma le domande su di lei rimangono molte ed irrisolte: alcuni dei suoi ex datori di lavoro si lamentano della sua mania di accumulare giornali e del fatto che spesso abbia fornito loro nomi falsi, fingendo anche un accento francese o tedesco. Risulta molto chiaro che Maier volesse tenere la sua vita e la sua arte private, lontane dalla realtà lavorativa. Il fatto che non abbia mai considerato di trarre guadagno dal suo operato, suggerisce quanto i negativi e le foto venissero considerati solo elementi da riporre in un cassetto, un deposito di ricordi apparentemente inutilizzato.
Il documentario Finding Vivian Meier ha, forse involontariamente, la capacità di farci confrontare con una domanda essenziale di natura morale: l’abilità creativa e il desiderio genuino di condividere lo sguardo dell’artista sono ragioni sufficienti per violare il suo desiderio di non essere vista? Dove dobbiamo tracciare il confine tra esposizione artistica e invasione della privacy?
L’impatto sul mondo dell’arte
Meier, che in vita non aveva mai cercato fama o riconoscimenti, si ritrova tutt’un tratto ad essere sulla bocca di tutti. Più volte, durante le riprese, Maloof si chiede ad alta voce se sia andato troppo oltre; purtroppo, i registi minimizzano tutto giustificandosi attraverso il fascino verso questa outsider talentuosa. La curiosità diventa effettivamente una scusa per invadere la privacy di Meier e ci porta a chiederci: è possibile amare l’arte ma dissentire sul modo in cui viene presentata? Finding Vivian Maier diventa, così, più di una narrazione biografica: un racconto che parla di memoria, di arte e di anonimato. La verità sembra sfuggire a chi dirige il film: Meier si nasconde dietro le sue stesse immagini e l’importanza dell’arte come forma di auto-espressione diventa simbolo di un talento che può e, a volte, deve rimanere nascosto, invisibile agli occhi del mondo. Finding Vivian Maier ha un impatto profondo sul mondo dell’arte, contribuendo – tra le altre cose – a sottolineare il valore della memoria e della scoperta personale. Attraverso le sue fotografie, Vivian Maier ci parla di un mondo che non ha mai cercato di mostrare, insegnandoci che le storie più nascoste, se scoperte, possono cambiare la nostra percezione del mondo.
M.F.






















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