Lebohang Kganye: custode della luce
- Barbara Brutto

- 2 giorni fa
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Rubrica: Donne in mostra
Nel panorama dell’arte contemporanea, dove l’immagine è spesso consumata con voracità e distrazione, l’opera di Lebohang Kganye (Johannesburg, 1990) si impone come un esercizio di lentezza e devozione. Non è soltanto una fotografa, ma una scultrice del tempo che ha saputo trasformare l’archivio familiare in un teatro vivente. Nata verso la fine dell’Apartheid, Kganye appartiene a quella generazione di artisti sudafricani che hanno dovuto ricostruire la propria identità sulle macerie di una storia frammentata, spesso scritta da mani altrui.
La sua formazione ha avuto luogo alla Market Photo Workshop, scuola di fotografia fondata nel 1989 a Johannesburg da David Goldblatt, dove Kganye ha potuto osservare e vivere l'evoluzione del mezzo fotografico. Infatti, se la generazione precedente di artisti usava questo strumento nella sua declinazione fotogiornalistica per combattere l’Apartheid, Kganye lo ha sfruttato per intraprendere un percorso aritsitico con approccio d’indagine personale.
"Indagavamo la nostra storia, l’identità di sudafricani quando l’Apartheid era un capitolo chiuso. Per me si è trattato di capire la storia, ma anche di creare uno spazio in cui immaginare un Sudafrica diverso giocando sulla narrazione ufficiale e quella vissuta dalla gente".
L’etimologia della luce: il peso di un nome
Ogni elemento, nella sua pratica artistica, sembra scaturire da una radice molto profonda: il suo cognome. In lingua Sesotho, la parola kganya si traduce in "luce", significato che per l’artista non rappresenta solo un riferimento tecnico alla fotografia, ma diventa una missione esistenziale. Durante il regime segregazionista, infatti, i nomi delle famiglie nere venivano deformati, storpiati o registrati in modo errato: lo stesso cognome dell’artista mutò diverse volte, da Khanye a Khanyi, fino all'attuale Kganye. Questa instabilità burocratica le ha insegnato che l'identità è una "costruzione fatta di narrazioni vere, semi-vere e false". Riportare alla luce queste stratificazioni post-coloniali è diventato il sottile filo rosso che unisce ogni suo scatto.
Il suo interesse investigativo nasce anche da una fascinazione per la produzione letteraria che l’ha indirizzata verso lo studio giornalistico proprio per approfondire la letteratura africana. Questo background nutre in modo sistematico la sua ricerca: si reca sul posto, parla con le persone e ascolta le narrazioni per capire come il Sudafrica sia mutato nel tempo.
Le custodi della luce: l’archeologia del faro
In una delle sue ricerche più suggestive, Kganye ha indagato le storie dimenticate delle donne guardiane di fari tra il XIX e il XX secolo. L’ispirazione per questo lavoro è scaturita dalla lettura di un libro che narra la vicenda di Ida Lewis, leggendaria custode a Rhode Island. L'artista ha cercato una corrispondenza nelle coste sudafricane, scontrandosi però con il silenzio della modernità: i fari, oggi automatizzati, sono contenitori vuoti, privi di presenza umana. Questa ricerca è confluita nel progetto Keep the Light Faithfully (2022), titolo che ha il potere di riflettere una serie di significati.
Dopo aver presentato le serie Tell Tale e In Search for Memory a Fotografia Europea di Reggio Emilia nel 2021, l'artista è stata insignita della Menzione speciale della giuria alla VII edizione del MAST Photography Grant on Industry and Work di Bologna. Il progetto, esposto nella photo gallery del MAST in una mostra curata da Urs Stahel, analizza il mestiere delle guardiane del faro come “eroine quotidiane inquadrate all’interno delle loro ignote disavventure”, partendo dal loro racconto orale. Kganye, davanti al vuoto storiografico incontrato durante il viaggio lungo le coste da Cape Town a Durban, ha scelto di "inscenare" storie, mescolando la documentazione alle tradizioni orali dei suoi antenati. In queste opere le donne della sua famiglia diventano le "custodi della luce" di una memoria che rischiava di spegnersi. Non si tratta di pura documentazione fotografica, ma di un teatro delle immagini dove l'artista ricombina eventi reali e rielaborazioni letterarie.
Il dialogo con l’assenza: Ke Lefa Laka
Il cuore più intimo dell’opera di Kganye batte nel confronto con la perdita, che l’ha portata, dopo la morte della madre, ad intraprendere un viaggio a ritroso attraverso gli album di famiglia. In Ke Lefa Laka - la sua storia (2013) l'artista mette in atto un rito di identificazione totale: indossa i vestiti della madre, ne imita le pose e le espressioni, e attraverso la manipolazione digitale si inserisce in modo velato (abbassando l'opacità della sua immagine) nelle vecchie fotografie. In questi fotomontaggi, madre e figlia coesistono in una dimensione atemporale. "Lei è me, io sono lei".
Il progetto ha avuto una chiara valenza terapeutica legata al lutto. Iniziato quasi inconsapevolmente, ha portato l'artista a indossare gli abiti della madre quando aveva la sua stessa età (come la ritraggono le foto degli anni '80), cercando persino le stesse location. Allo stesso modo, nella serie Ke Lefa Laka- storia dell’erede (2013) , ha indagato la figura del nonno, il primo a trasferirsi a Johannesburg. Pur non avendolo mai conosciuto, Kganye ha vestito i suoi panni (e la sua giacca) negli scatti. "La storia riguardava lui ma io ero la persona a colori", dice, sottolineando il gioco tra memoria, reale e immaginario. L’utilizzo del bianco e nero qui si trasforma in un elemento fondamentale: mentre all'inizio veniva usato solamente per creare un contrasto con la sua figura a colori, è poi diventato il suo linguaggio totale, connesso all'idea di come lei immagina il passato.
La teatralità delle ombre: silhouette e movimento
L’estetica di Kganye è profondamente scultorea. Utilizzando silhouette di cartone a grandezza naturale e diorami in miniatura, l'artista costruisce scenografie che lo spettatore può attraversare. Questa tecnica deriva dalla sua esperienza di biennale in una produzione televisiva, dove creava pezzi teatrali: "mi piacevano quelle sagome ritagliate nel cartone che sembrano quasi spazi reali.
Attraverso i suoi film d'animazione, queste installazioni prendono vita tramite la stop motion in opere come Pied Piper’s Voyage (2014) o Ke Sale Teng (2017) dove le figure interagiscono con scenografie che appaiono e scompaiono come sogni. Il fascino di queste animazioni risiede nella loro voluta imperfezione.
Berlino e la pace ritrovata: Le Sale ka Kgotso
La consacrazione definitiva di questo percorso è avvenuta recentemente alla Fotografiska di Berlino con la mostra personale Le Sale ka Kgotso (2025), tutt'ora in corso. In questo progetto, Kganye raggiunge una sintesi poetica straordinaria, stratificando video, media misti e installazioni monumentali. La fotografia è sempre stata utilizzata come strumento di testimonianza, ma lo è anche di immaginazione, che dà forma visiva ai ricordi e alla narrazione collettiva.
Le Sale ka Kgotso si traduce in Sesotho come "rimani in pace". È una frase di addio, pronunciata quando si lascia la casa di qualcuno. Ma il linguaggio ha molteplici strati di significato. Quando pronunciata erroneamente come "le sale le Kgotso", la frase evoca non la pace, ma un tokoloshe: uno spirito malizioso e pericoloso della mitologia Xhosa e Zulu, ritenuto causa di malattia, caos e sconvolgimento spirituale. Lebohang Kganye richiama l'attenzione su questo slittamento linguistico, rivelando come le parole – case e storie – possano avere una doppia valenza. Proprio come con l'architettura che costruisce, Kganye dimostra che il linguaggio stesso può diventare un luogo di inquietudine. Ciò che appare come un gesto di buona volontà può, in realtà, evocare qualcosa di molto più minaccioso.
La mostra invita i visitatori a entrare in una struttura a grandezza naturale, percorribile a piedi, modellata su una casa del “Reconstruction and Development Programme” (RDP), un programma socio-economico di edilizia abitativa implementato dal governo di Nelson Mandela dopo l’Apartheid nel 1994, trasformata qui in una struttura spettrale, solida e fragile al tempo stesso, piena di rotture piuttosto che di soluzioni. Pur essendo profondamente radicata nel materiale storico, l'opera di Kganye non è mai nostalgica. Parla di un presente irrisolto: politico, inquietante e profondamente intimo, tutto allo stesso tempo. Rifiuta la chiusura e permette a mito e memoria di coesistere senza gerarchia. Con Le Sale ka Kgotso, crea una casa infestata costruita in alluminio e acciaio, confondendo deliberatamente realtà e finzione, usando la memoria familiare come lente attraverso cui esaminare il mito nazionale. Questa esposizione ha confermato la sua capacità di trasformare il dolore personale in una riflessione universale sulla resilienza, portandola a ricevere prestigiosi riconoscimenti, come il Premio della Fondazione Deutsche Börse 2024.
Il futuro della memoria
L’opera di Lebohang Kganye utilizza l'archivio come un laboratorio dinamico per analizzare il presente. Attraverso l'uso della stop motion, della scultura e di installazioni monumentali, l'artista dimostra che la memoria non è un dato statico, ma un processo in continua evoluzione che richiede una partecipazione attiva.
Il percorso di Kganye, coronato dai successi al MAST e alla Fotografiska, conferma la sua capacità di trasformare la ricerca storiografica in un linguaggio visivo solido e accessibile. Rifiutando una chiusura definitiva, l'artista permette a mito e realtà di coesistere, offrendo una sintesi oggettiva sulla resilienza e sulla costruzione dell'identità nazionale. La sua pratica restituisce dignità a storie frammentate, trasformando la fragilità del ricordo in una testimonianza visiva concreta e profondamente radicata nella realtà contemporanea.
b.b.



















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