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Visibilità non è inclusione: stereotipi e potere nel mondo di Bridgerton


Famiglia Bridgerton
La famiglia Bridgerton nella prima stagione della serie tv (2020), regia di Tom Verica

Bridgerton è una serie tv prodotta da Netflix che ha ottenuto dei risultati incredibili a livello di audience, diventando un vero e proprio fenomeno mediatico.

Si tratta di un period drama basato sulla serie di romanzi di Julia Quinn, che raccontano le storie d’amore della famiglia Bridgerton. Lo sfondo storico è quello della Reggenza inglese (1811 – 1820), tuttavia è rivisitato in chiave ucronica, ovvero una realtà alternativa rispetto a quella a noi nota. Invece che mostrarci una società inglese ancorata al sistema della schiavitù e del colonialismo, mette in scena una società multietnica, in cui tutti possono far parte della nobiltà indipendentemente dalla propria etnia.

Shonda Rhimes, la produttrice e sceneggiatrice della serie, nota per grandi serie di successo quali Grey’s anatomy e How to get away with murder, ha spesso sottolineato come il suo intento fosse quello di portare sullo schermo una maggiore diversità etnica, di genere e sessuale, per ottenere una rappresentazione inclusiva in un genere occupato quasi totalmente da personaggi bianchi ed eterosessuali. Tuttavia, molti critici hanno sollevato dei dubbi riguardo la positività di queste rappresentazioni.


La questione cruciale della rappresentazione

La rappresentazione mediatica è diventata, in una società come la nostra, costantemente esposta ai media, una questione piuttosto fondamentale. Come sostiene il sociologo Stuart Hall, i media non sono estranei alla struttura della società che rappresentano; per questo concorrono a perpetuare quelle gerarchie che sono alla base della relazione tra generi nell’ambiente in cui vengono sviluppati. Hall, però, riconosce un altro ruolo ai media: diffondendo in modo capillare determinate narrazioni, presentandole come naturali e innate, essi contribuiscono anche alla costruzione delle norme egemoniche che regolano i rapporti sociali. In sintesi, possiamo dire che i media rappresentano il mondo “reale”, ma concorrono anche a costruire e modellare quella stessa realtà. Proprio in questa duplice ottica possiamo comprendere l’importanza della rappresentazione al fine di costruire una società egualitaria.


L’importanza dei casting

Per rendere Bridgerton più inclusiva, Rhimes ha utilizzato una fusione di due pratiche: il colorblind casting e il color-conscious casting.

Shonda Rhimes
Shonda Rhimes

Per colorblind casting si intende che le parti vengono assegnate a prescindere dal genere, dall’etnia o dalla conformazione fisica di coloro che partecipano alla selezione di un determinato ruolo. Con il color-conscious casting, invece, viene tenuta in considerazione la complessità di questi temi nella produzione o tra gli argomenti trattati. Bridgerton si colloca a metà tra queste due pratiche poiché riconosce le diversità tra etnie, ma non affronta in modo significativo le implicazioni che queste comportano.

Durante il quarto episodio della prima stagione viene spiegato che l’aristocrazia multietnica si è formata in seguito al matrimonio tra Re Giorgio III e la Regina Carlotta, interpretata dall’attrice nera Golda Rosheuvel. Il matrimonio tra i due ha portato anche all’unione tra due parti della società fino a quel momento impari. Re Giorgio, infatti, ha nominato nobili alcuni individui razzializzati al fine di non far mescolare l’aristocrazia bianca britannica con persone provenienti da una classe sociale inferiore. Essendo questa la premessa, non è possibile sottovalutare l’importanza di ciò che i personaggi neri rappresentano in questa serie: una classe marginalizzata, elevata per volere dell’apoteosi del personaggio bianco, il re inglese.


Il caso del duca di Hastings: relazioni interraziali e sessualizzazione del corpo nero

Simon Bassett è un personaggio che appare nella prima stagione di Bridgerton, quale principale interesse amoroso della protagonista, Daphne Bridgerton. L’attore nero Regé-Jean Page interpreta questo misantropico duca e si è detto contento di essere stato coinvolto nella rappresentazione della “gioia e umanità nera”. Il suo personaggio però non ha di

Simon Bassett
Simon Bassett in Bridgerton (2020)

certo un passato e un presente semplici: il padre lo maltratta sin da piccolo a causa della sua balbuzie, poiché non sopporta l’idea di lasciare la propria eredità a un successore indegno del titolo di Duca. Carolyn Hinds, che scrive per il periodico britannico The Observer, legge in questa rappresentazione del primo Duca di Hastings lo stereotipo dell’uomo nero che abbandona il proprio figlio.

Oltre al passato molto difficile, che molti dei personaggi bianchi della serie non devono affrontare, Simon subisce una rappresentazione problematica anche all’interno della storia d’amore con Daphne. La giovane è una ragazza bianca, che, all’inizio della prima stagione, ha appena debuttato in società e cerca marito. Bridgerton, dunque, mette in scena una relazione interraziale, che diventa problematica nel momento in cui viene messo in scena il tema dello “scuro che corrompe il chiaro”. Daphne, infatti, sceglie consapevolmente di avere un rapporto con Simon al di fuori del matrimonio, tuttavia, nel momento in cui vengono scoperti, è lui ad essere accusato di averla corrotta, nonostante lei stessa affermi di essere “colpevole”. Oltre a rientrare nello schema dello “scuro che corrompe il chiaro” viene negata anche la possibilità che il personaggio bianco possa avere delle colpe. 

Per finire, assistiamo anche all’ipersessualizzazione del Duca. Il suo corpo viene mostrato in due scene di nudo integrale, in contrapposizione al corpo di Daphne completamente coperto. Ci viene mostrato in quello che potremmo definire un rovesciamento del male gaze, in cui l’uomo diventa un’immagine e la donna è una spettatrice attiva; tuttavia, questo sguardo, ritenuto emancipato, non può essere tale se vi è una disuguaglianza razziale di mezzo. In seguito, Daphne si riferisce al corpo di Simon definendolo una “terra da esplorare”, una frase problematica che richiama un passato coloniale e di disuguaglianza razziale, ignorato dai produttori.


Marina Thompson: la perpetuazione dello stereotipo della Jezebel

Marina Thompson è un personaggio ricorrente della prima stagione di Bridgerton, interpretata dall’attrice nera Ruby Barker. Marina è parente della famiglia Featherington, bianca e benestante. La ragazza viene mandata a vivere con questa famiglia per volere del padre, che si è indebitato giocando d’azzardo e dunque non può prendersi cura di lei. Marina e la sua famiglia sono gli unici parenti neri della famiglia Featherington, e sono anche gli unici a provenire da uno sfondo socioeconomico inferiore.

A differenza delle giovani donne bianche rappresentate, Marina attraversa una serie di eventi drammatici senza lieto fine. Pur non essendo sposata, la ragazza è incinta, e attende che l’innamorato torni dalla guerra per sposarlo. È importante notare come nella serie tv le uniche donne che vengono mostrate avere rapporti al di fuori del matrimonio sono prostitute, donne nere o entrambe. La famiglia Featherington non può aspettare che il padre del bambino torni, perciò le viene fatto credere che il giovane sia morto. Marina, sconvolta, tenta il suicidio, ma viene soccorsa e costretta a cercare marito in fretta.


Marina Thompson
Marina Thompson in Bridgerton (2020)

Lo status di Marina stride con la vita che conducono le altre giovani bianche della sua età, che iniziano a domandare come si rimanga incinte. La castità e innocenza di queste ragazze, a confronto con la libertà sessuale di Marina, contribuisce a portare avanti lo stereotipo della “Jezebel”, che rappresenta le donne nere come ipersessualizzate, seduttrici e manipolatrici.

Durante la ricerca di un marito, Lady Featherington mette in mostra le qualità di Marina ai pretendenti ricalcando il modo in cui le donne nere erano vendute come schiave sessuali, e uno dei pretendenti ispeziona il suo corpo e i denti proprio come se volesse comprarla.

Alla fine Marina non può che accontentarsi di un matrimonio di convenienza senza amore. Di tutte le giovani debuttanti della prima stagione è l’unica a non avere un lieto fine.

È significativo che, per quanto riguarda il tema delle relazioni romantiche a lieto fine, solamente i personaggi maschili neri si realizzino da questo punto di vista, mentre le donne nere non hanno questo privilegio. Oltre al personaggio di Marina, subisce la stessa sorte la modiste Madame Delacroix, che nel corso della prima stagione intrattiene una relazione segreta con Benedict Bridgerton. Il loro rapporto viene mostrato solo per i rapporti sessuali che intrattengono e mai come rapporto intimo. La stessa Regina Carlotta si ritrova a vivere un matrimonio senza amore e intimità visti i problemi di salute mentale del marito.


Tra progressi e semplificazioni

Analizzando questi aspetti problematici, non si vuole screditare completamente il lavoro dei produttori e produttrici della serie tv. Di certo Bridgerton ha fatto dei passi avanti nella ricerca di una maggiore inclusività, in un genere storicamente dominato da un immaginario bianco e eteronormativo, dando visibilità a corpi e identità marginalizzate. Tuttavia, come ricorda Stuart Hall, la rappresentazione non è mai solo estetica: i media producono significati e possono riprodurre gerarchie anche quando dichiarano di volerle superare.

L’inclusività di Bridgerton resta spesso superficiale, inscritta in una logica post-razziale e postfemminista che celebra la diversità senza interrogare le strutture di potere che la rendono necessaria. La presenza di personaggi neri non impedisce la persistenza di stereotipi — dalla sessualizzazione maschile alla figura della Jezebel — che studiosi come Patricia Hill Collins e Frantz Fanon hanno mostrato essere centrali nell’immaginario razziale occidentale.

La serie dimostra che visibilità e inclusione non coincidono: moltiplicare i corpi in scena non è sufficiente se le storie che narrano riproducono le stesse logiche di marginalizzazione. In un contesto culturale che tende a proclamare il superamento delle questioni di genere e razza, è essenziale mantenere uno sguardo critico su ciò che viene rappresentato e, soprattutto, su ciò che continua a essere taciuto. 

e.c.


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