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The Watermelon Woman: costruire un archivio per la memoria

Nel 1992 la studiosa e accademica B.Ruby Rich conia l’espressione “New Queer Cinema” per definire la fiorente produzione di film con protagonistə e tematiche queer rintracciabile negli ultimi anni. In questi titoli, la queerness non è un elemento di sfondo, ma è al centro della narrazione, con personaggi che vivono ai margini e rivendicano la propria identità ponendosi in netta rottura con la rappresentazione eteronormativa convenzionale nel cinema mainstream dell’epoca. Condividendo temi e riflessioni, i film del New Queer Cinema sono prima di tutto uno strumento di ribellione nei confronti di una società che, da sempre, fa di tutto per marginalizzare e rendere invisibili le identità queer.


Manifestazione di Act Up negli anni della pandemia AIDS in USA

Questo aspetto è fondamentale nel contesto storico e sociale in cui si estende il movimento: sono, infatti, gli anni successivi al Movimento di Liberazione Omosessuale, nonché quelli in cui scoppia negli Stati Uniti la pandemia di AIDS, che decima la popolazione e genera un’ondata di paura anche a causa di una disinformazione diffusa e di un’indolenza istituzionale. Ben presto, la “colpa” della diffusione del virus viene attribuita agli uomini gay – si parla addirittura di “gay plague” – e una già marginalizzata comunità LGBTQ+ finisce per essere ulteriormente demonizzata dall’opinione pubblica. Sebbene ci vorranno anni, o forse decenni, per liberarsi dallo stigma, la comunità queer cerca dei modi per combattere la marginalizzazione e riappropriarsi del proprio spazio: moltə artistə, tra cui anche cineastə, scendono in campo per raccontare le proprie storie e quelle della comunità, facendosi attivistə e veicolando attraverso l’arte un senso di urgenza e di ribellione che spesso si traduce in operazioni sperimentali e di avanguardia le cui suggestioni verranno anche assorbite dal cinema mainstream.


La regista Chantal Akerman
Chantal Akerman, regista belga e una delle grandi cineaste della storia del cinema queer e femminista.

Tuttavia all’interno di questo contesto, che potrebbe apparire come inclusivo, c’è uno squilibrio di fondo: anche nel cinema queer, infatti, sono spesso stati i registi uomini a ottenere con maggiore facilità le risorse per realizzare i loro progetti. Non c'è dunque da stupirsi se, cercando una lista di cineastə ascrivibili al movimento, le fonti citano in gran parte uomini, oltre al fatto che la maggioranza dei film del New Queer Cinema ponga al centro delle sue storie uno sguardo e un desiderio strettamente maschili, seppure non eteronormati. Quanto rischia di sfuggire è dunque non solo la presenza, ma anche la centralità di una produzione di e con donne queer che, pur avendo avuto un ruolo pionieristico per il movimento, ha faticato maggiormente per affermarsi e rivendicare il suo spazio a causa di un continuo processo di invisibilizzazione.


Un nome da ricordare in questo contesto è quello di Cheryl Dunye che, nel 1996, scrive e dirige The Watermelon Woman, un titolo che ha segnato la storia del cinema come primo lungometraggio diretto da una donna nera e apertamente lesbica. Il film segue Cheryl (interpretata da Dunye), una giovane che lavora in una videoteca con il sogno di diventare regista per raccontare le storie dimenticate e mai raccontate delle donne nere e lesbiche venute prima di lei.


Cheryl Dunye in "The Watermelon Woman"

Decisa a realizzare un documentario, Cheryl trova il suo soggetto quando si imbatte per caso in un film degli anni Trenta con Fae Richards, un’attrice misteriosa di cui, inizialmente, non si scopre neppure il nome, in quanto accreditata come “Watermelon Woman”, soprannome razzista con cui il suo personaggio viene interpellato nel film. È così che il progetto di Dunye si fa anche metanarrazione: mescolando alla storyline del film interviste e riprese del documentario che sta cercando di realizzare, la protagonista tenta di ricostruire la vita di Richards, in una riflessione che però va ben oltre alla sua storia individuale.


L'attrice Hattie McDaniel
L'attrice Hattie McDaniel, prima donna afroamericana a vincere un premio Oscar nel 1940.

Nella Hollywood degli anni Trenta e Quaranta, infatti, attrici come Butterfly McQueen e Hattie McDaniel vengono ripetutamente castate in ruoli limitanti come serve e balie, ricalcando lo stereotipo razzista della “mammy”,  impiegato all’epoca per relegare le donne nere a ruoli di cura domestica e materna in famiglie bianche e benestanti. Oltre a essere particolarmente dannosa in termini di rappresentazione, poiché sembra implicare che le donne nere si accontentino della loro posizione subordinata e marginalizzata al servizio di persone bianche, questa caratterizzazione stereotipata è stata anche un mezzo per impedire a queste grandi attrici di mettere in ombra le interpreti bianche e di avere la carriera che si meritavano. Oltretutto, molto spesso queste attrici non vengono neppure accreditate nei titoli di coda dei film a cui prendono parte, in un processo razzista di cancellazione delle identità nere che rende ancora più complicato recuperarne la memoria.


Il desiderio di Cheryl di realizzare un documentario su Fae Richards nasce proprio dal desiderio di ricostruire questa memoria collettiva che sembra essere andata persa e che solo la comunità stessa può avere conservato. Attraverso interviste a membri della sua famiglia, della comunità nera e lesbica di Philadelphia e conoscenti di Richards, Cheryl incontra storie e vite mai raccontate e andate perse nello scorrere della storia dominante – quella bianca – ma che sono da sempre state presenti e reali. Il progetto di Cheryl, quello del film che vediamo così come il documentario nella finzione narrativa, è molto più della semplice ricostruzione di una storia individuale: è il tentativo di riportare alla luce la storia di una comunità che ha dovuto da sempre autoconservare la propria memoria, perché nessun altro lo avrebbe fatto al suo posto.


Still da "The Watermelon Woman"
Un'immagine di repertorio di Fae Richards in cui la protagonista si imbatte durante le sue ricerche.

Un’altra comunità che viene chiamata in causa nel film è la comunità lesbica (e nera), a cui Cheryl rivendica la propria appartenenza con orgoglio e di cui si promette di conservare lo spirito mettendo insieme testimonianze, fotografie e qualunque tipo di materiale riesca a scovare sepolto negli archivi. Quando poi Cheryl scopre che anche Fae Richards era una donna lesbica, i punti di contatto tra le due protagoniste acquisiscono un significato ulteriore: specchiandosi in lei e nella sua vita a distanza di decenni, in un vero e proprio scavo che la porta a conoscere le sue antenate e sorelle dimenticate, Cheryl ricostruisce non solo la storia della sua comunità, ma scopre anche una nuova consapevolezza nella sua vita personale.


Cheryl Dunye in "The Watermelon Woman"

Dunye compie però un passaggio ulteriore: nei titoli di coda rivela infatti che Fae Richards in realtà non esiste perché è un personaggio inventato da lei stessa e, quindi, anche il documentario è una finzione narrativa. Richards diventa dunque un simbolo importante: la sua storia, per quanto fittizia, rappresenta quella di tante altre donne nere e queer che, come lei, sono state rese invisibili e dimenticate dalla storia ma che hanno aperto la strada a tante altre donne venute dopo di loro.


a.m.


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