Marcella Di Folco: l’arte di diventare se stesse
- Anna Milan
- 5 ore fa
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Rubrica: Vita da Strega
Marcella Di Folco non è stata solo una protagonista della cultura italiana, ma un vero e proprio ponte tra due mondi: la sfavillante Cinecittà dei maestri del cinema d’autore e le piazze militanti per i diritti civili. Attrice felliniana dalla presenza magnetica, attivista instancabile e pioniera politica, Marcella ha incarnato una transizione che è stata al contempo intima e collettiva. La sua esistenza si è mossa lungo un crinale sottile, trasformando un corpo "caratteristico" – prestato alle visioni oniriche di registi come Federico Fellini e Roberto Rossellini – in un'identità femminile rivendicata con una fierezza che ha cambiato la storia d’Italia. La sua è stata una resistenza determinata, Una nobile rivoluzione capace di dare un’ossatura a un
movimento allora fragile e marginalizzato.

La Dolce Vita di Marcella
La carriera di Marcella, inizialmente accreditata con lo pseudonimo di Marcello Di Falco (recuperando l’originario cognome di famiglia), affonda le radici in una Roma ormai leggendaria.
Marcella vive un’infanzia difficile, segnata da un padre autoritario e violento, e alla morte di lui deve rimboccarsi le maniche per affrontare il grave dissesto economico in cui versa la famiglia.
La "vita vera" di Marcella sboccia di notte; grazie alla sorella Liliana, approda al Piper Club, il tempio
italiano della cultura beat e pop, un laboratorio di innovazione musicale, artistica e generazionale. Qui, dal 1965 al 1976, lavora come buttafuori, un paradosso vivente: un corpo imponente e maschile a guardia di un tempio della libertà, mentre dentro di sé fiorisce quella che i vicini chiamano già, schernendo, "Marcellina". Al Piper stringe amicizie con future icone come Patty Pravo, Renato Zero, Mia Martini e l'Equipe 84, arrivando persino ad accompagnare sul palco una quasi cieca e mitica Joséphine Baker.

La svolta cinematografica avviene nel 1969. Recatasi a Cinecittà solo per consegnare una lettera, Marcella viene notata da Federico Fellini proprio mentre il regista è impegnato nelle riprese di Satyricon.
«Fellini vede i miei ricciolini e ridacchia soddisfatto ma con un certo rammarico: “Vi rendete conto? Una faccia così mi arriva solo alla fine delle riprese”»
È l’inizio di un sodalizio artistico che la vede inabitare le maschere di un patriarcato grottesco o morente: I clowns (1970), Roma (1972), Amarcord (1973). Oltre al lungo sodalizio con Federico Fellini, Marcella Di Folco attraversa il cinema d’autore italiano lavorando con alcuni dei registi più importanti della sua epoca. Per Roberto Rossellini dà un volto diverso al potere rinascimentale ne L’età di Cosimo de’ Medici (1973) e partecipa anche a Cartesius (1974), inserendosi nel progetto pedagogico e televisivo del grande maestro del neorealismo.
È diretta da Dino Risi in In nome del popolo italiano (1971), mentre con Alberto Sordi prende parte a Finché c’è guerra c’è speranza (1974), entrando nel registro della commedia amara e corrosiva. Con Elio Petri lavora in Todo modo (1976), dove interpreta Saccà, inquietante maschera del potere democristiano, in uno dei film politici più feroci degli anni Settanta.
Il suo percorso incrocia anche Mario Monicelli, che la vuole in Un borghese piccolo piccolo (1977), e Bruno Corbucci, con cui recita in Squadra antigangsters (1979), muovendosi così tra cinema d’autore, satira politica e poliziesco italiano.
Il cinema è per Marcella uno strumento di emancipazione economica, ma anche un luogo di profonda ironia. Interpretare eunuchi, abati o proconsoli significa prestare il proprio involucro a ruoli maschili non convenzionali in un’epoca di scarsa diversità visiva. La sua forza sta proprio nel volto: non addomesticato dalle regole della bellezza dominante, ma potente, espressivo, marcatamente teatrale. In un’epoca in cui il cinema italiano alterna divismo e neorealismo, Marcella incarna una terza via: quella del carattere. Non deve essere protagonista per essere memorabile: il suo corpo e il suo sguardo rompono l’idea uniforme di identità e normalità, aprendo la scena a chi è ai confini della norma.
Mentre sul set inabita questi simulacri maschili, Marcella conquista la propria libertà interiore, in attesa del momento in cui la finzione non sarebbe stata più necessaria.
La battaglia per diventare donna
Ho girato film fino all’80 e tutto è finito quando ho cambiato sesso. La mia carriera avrebbe potuto essere brillante, ma è stata bruciata dalla voglia di diventare donna […] Sapevo che, da trans, non avrei avuto più possibilità di lavorare
Così confida Di Folco nel libro che Bianca Berlinguer le ha dedicato, Storia di Marcella che fu Marcello, parole che restituiscono con lucidità il prezzo pagato alla propria autenticità, mettendo a nudo il meccanismo di esclusione che per anni ha colpito le identità non conformi nel mondo dello spettacolo.

Il conflitto con la propria disforia di genere diviene un fardello insostenibile. La tensione tra l'immagine pubblica e la verità privata culmina, nel 1980, in un drammatico tentativo di suicidio. Nello stesso anno, in agosto, Marcella vola a Casablanca per l'intervento di riassegnazione di genere. È un viaggio segnato da un dolore fisico atroce e da una solitudine immensa, intrapreso con i risparmi accumulati lavorando all'Italcable.
Questa scelta segna la fine definitiva della sua carriera cinematografica. Un episodio resta emblematico: nel 1986, Fellini la chiama per Ginger e Fred, proponendole il ruolo di una transessuale che, togliendosi la parrucca, tornava uomo. Marcella rifiuta categoricamente, perché non può più accettare di tornare a essere una maschera.
Va sottolineata con forza la discrepanza temporale del suo percorso: Marcella si opera nel 1980, in un vuoto legislativo assoluto, due anni prima che in Italia venga approvata la Legge 164 del 1982. Per lungo tempo vive in un limbo, con un corpo femminile e documenti maschili, sfidando uno Stato che ancora non prevede la sua esistenza. E sfidando un’interiorità che deve imparare a conoscersi, ad abitare il proprio corpo e a confrontarsi con le sfide quotidiane dell’essere donna.
La militanza nelle piazze
Trasferitasi a Bologna a metà degli anni '80, Marcella trova qui il terreno fertile per la sua seconda vita. Si unisce al MIT (Movimento Italiano Transessuale), diventandone Presidentessa nel 1988. Sotto la sua guida, il movimento smette di essere un'aggregazione spontanea per diventare un soggetto politico strutturato. Marcella non rinnega mai di essersi dovuta prostituire per sopravvivere in quegli anni difficili, e proprio da quel fango trae la forza per pretendere dignità per tutte le "sue ragazze".
L'impegno di Marcella porta alla nascita, nel 1994, del primo consultorio per l'identità di genere al mondo gestito direttamente da persone trans. Fondato a Bologna, il centro diviene un modello di collaborazione con l'ASL, permettendo che il benessere delle persone transgender sia finalmente affidato alla cura e alla narrazione di chi vive quella medesima condizione, sottraendolo alla sola patologizzazione medica.
Marcella Di Folco è stata la prima persona transgender a ricoprire incarichi istituzionali. La sua non è una politica di testimonianza, ma di pragmatismo: nel 1990 viene eletta consigliera nel quartiere Saragozza a Bologna, nel 1995 entra nel consiglio comunale di Bologna con i Verdi Arcobaleno, di cui è anche fondatrice; negli anni successivi consolida alleanze con il PDS e l’Ulivo, portando le istanze LGBTQ+ nel cuore della coalizione dei Progressisti. La sua visione è rivoluzionaria: non chiede l'accettazione di un "terzo sesso", ma rivendica l'esistenza di una "terza cultura", un'identità specifica portatrice di valori, arte e dignità politica. Grazie alla sua caparbietà, nel 2000 ottiene l'istituzione della Commissione "Diritti per l'identità di genere" presso il Ministero delle Pari Opportunità.
Marcella Di Folco si è spenta nel settembre 2010 a Bentivoglio. Ha vissuto molte vite in una sola, attraversando il buio della discriminazione per approdare alla luce della visibilità istituzionale. La sua grande rivoluzione non è finita; continua ogni volta che una persona transessuale rivendica il diritto di abitare il mondo senza chiedere il permesso, nella consapevolezza – squisitamente politica – che la cura di sé non è completa senza la cura della propria comunità.
Non abbiamo diritti, non abbiamo niente, ma noi risponderemo con una grande rivoluzione, una rivoluzione ghandiana, non violenta, con azioni continuate che facciano capire che noi esistiamo, che vogliamo esistere con la nostra diversità
a.m.














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