Da Sofocle al cinema: l’eterna ribellione al potere di Antigone
- Chiara Maremmani
- 23 gen
- Tempo di lettura: 7 min
Rubrica: Sguardo sul reale
Le storie hanno uno strano effetto collaterale, possono contenere qualcosa di così universale e profondo da venire ciclicamente riproposte in contesti e periodi differenti. Possono cambiare le forme, i modi, le strutture, ma se ritornano nelle nostre narrazioni e colorano i nostri immaginari è perché al loro interno hanno qualcosa di inspiegabile e vero.

Quando il drammaturgo greco Sofocle ha messo in scena Antigone intorno al 440 a.C. non si immaginava che la tragedia sull’eroina figlia di Edipo sarebbe diventata un caposaldo della cultura occidentale.
Il libro che George Steiner dedica allo studio di Antigone si chiama proprio Le Antigoni, perché secondo lui il dramma ha subito talmente tante riscritture e interpretazioni che non ha più senso parlare di una sola Antigone ma di una pluralità di versioni, differenti per ogni periodo storico e portatrici dello stesso conflitto. Ma quale?
Cosa c’è di così tanto forte in Antigone da poter essere riportato in vita anche duemila anni dopo? E se ci parla ancora oggi, cosa ci dice?
Antigone di Sofocle
Ai tempi della rappresentazione ateniese di Antigone non c’era certo bisogno di un antefatto per raccontare chi fosse la protagonista. I drammaturghi greci prendevano infatti ispirazione dai miti antichi, ben conosciuti all’epoca, per rielaborarli e adattarli ai tempi e alla trasmissione del proprio messaggio; in questo caso, dal mito tebano della stirpe di Edipo, considerata maledetta. Antigone è figlia del famoso re tebano, nonché sorella di Polinice ed Eteocle, i due fratelli che si sono sfidati e uccisi dopo che il primo ha tentato di prendere la città di Tebe, il secondo di proteggerla.
Il dramma si apre all’indomani della battaglia. Creonte, il nuovo re, introduce un emendamento che vieta la sepoltura a traditori della patria – come Polinice – prerogativa invece sacra nella cultura greca, soprattutto per i familiari. È infatti la filia, l’amore per la famiglia, a smuovere Antigone nel voler concedere al fratello un seppellimento degno.
E lo farà davvero, un gesto rivoluzionario che pagherà con la vita.
Se da una parte c’è Antigone che segue il suo cuore e gli dèi, dall’altra Creonte è il rappresentante della poleis, in cui vige la democrazia nella sua accezione più estrema: la legge è uguale per tutti e chi la infrange deve essere punito, persino se è sua nipote e promessa sposa del figlio.
Ma sarebbe troppo semplice vederlo unicamente come antagonista. No, Creonte crede nella giustizia, nelle leggi terrene, mette prima i doveri statali che quelli personali; idee che teoricamente hanno senso, ma che, se applicate rigorosamente, rischiano di essere fallaci. La legge, infatti, mantiene l’ordine, ma elimina la libertà del dissenso: è proprio in difesa di essa che si erge Antigone, rendendo il dramma sofocleo prima che etico e politico, profondamente esistenziale.
Dalla tragedia, sia Antigone che Creonte escono sconfitti. I protagonisti dei drammi sofoclei dopotutto sono così: individui incapaci di compromessi, eroi assoluti e inascoltati, per questo destinati alla morte o al totale isolamento.
Antigone non può sottrarsi al fallimento, in ogni caso: la sua è una stirpe maledetta a causa della hybris dei suoi antenati. Pur onorando gli dèi fino alla fine, deve espiare con la vita peccati non suoi. A niente possono gli umani quando il fato è avverso. La tragedia greca nasce proprio per raccontare la tensione tra la libertà individuale e il fato ineluttabile. Una tensione che non può risolversi perché il conflitto portante è troppo forte: da una parte la legge del cuore e degli dei, per cui il seppellimento è una prassi religiosa che non si può negare; dall’altra la legge dello stato, a cui bisogna ubbidire. Due assi inconciliabili, due linee parallele che non troveranno mai un punto di incontro. Ed è questo che ha consacrato Antigone come opera senza tempo.
L’eredità di Antigone in Bertolt Brecht

La storia di Antigone è diventata una pietra miliare nel mondo filosofico, letterario e teatrale, tanto che fare una lista degli adattamenti e delle citazioni del dramma sarebbe impossibile.
Hegel ha analizzato Antigone leggendola come archetipo del conflitto tra individuo e potere, tra legge della coscienza e legge dello Stato. Quando due leggi giuste entrano in collisione non vi è possibilità di conciliazione: il risultato può essere solo tragico.
Tra le numerose riscritture nel mondo teatrale, Antigone è stata ripresa dal famoso drammaturgo novecentesco Bertolt Brecht, che ne ha fatto un’eroina rivoluzionaria e un modello di resistenza. Nella sua riscrittura attualizzata del dramma del 1948,Antigone diviene un simbolo atto a denunciare l’autoritarismo durante la Seconda Guerra Mondiale. L’eroina, in questa visione, non è più guidata dal principio religioso ma da una resistenza politica consapevole contro il regime di Creonte, totalitario e fascista.
Antigone ha soprattutto il grande merito di essere un punto di partenza per mettere in luce, in chiave femminista, il ruolo subalterno della donna e la sua forza sovversiva contro il potere maschile. Per Creonte Antigone è una minaccia al potere, non solo in quanto trasgressore della legge, ma soprattutto in quanto donna che osa sfidarlo. “Io ora non sono un uomo, questa è un uomo se questo potere rimane invertito”, dice ad un certo punto del dramma. Antigone lo infastidisce soprattutto perché critica, con il suo atto e con la sua presenza, il potere di sopraffazione del giovane sul vecchio e dell’uomo sulla donna.
In questa luce è facile capire come mai l’eroina sia sopravvissuta fino ad oggi: Antigone non cambia, è sempre uguale a se stessa, lei e il suo atto di ribellione. Dopotutto pure il suo nome parla per lei: il prefisso anti- vuol dire proprio contro. Non ci può far nulla, è fatta per contrastare. Ciò che cambia è cosa o chi contrasta.
Antigone al cinema: la riscrittura di Sophie Deraspe

Tra gli adattamenti contemporanei più interessanti e meglio capaci di riportare la questione alla messa in discussione del potere c’è Antigone, un film del 2019. Scritta e diretta da Sophie Deraspe, la pellicola riattualizza la vicenda sofoclea ambientando la storia ai nostri giorni a Montreal, in Québec.
In questa trasposizione, Antigone è una giovane immigrata di prima generazione da un paese arabo non identificato, una studiosa diligente e con un futuro che sembra radioso. Anche i due fratelli, Eteocle e Polinice, sono profondamente legati tra loro. Non esiste conflitto tra i due, perché il conflitto è con il mondo circostante. Ed è proprio quest’ultimo che li porterà alla morte. Ciò che muove Antigone, nel film, è infatti l’uccisione ingiustificata di Eteocle da parte della polizia e il conseguente arresto di Polinice.
Se nel mondo greco la famiglia di Antigone è maledetta dall’inizio, nel film non vi sono più fati avversi. Le responsabilità sono sociali e culturali, come la difficile integrazione degli immigrati nei paesi occidentali e la discriminazione razziale da parte della polizia; regole e conseguenze lontane e ineluttabili come degli dèi, e proprio per questo tragiche, di cui Antigone non ha colpe ma che influenzeranno il suo epilogo. Nonostante lei provi a emanciparsi, ad esempio essendo una studentessa modello, non sarà mai alla pari dei suoi coetanei canadesi, per colpe non sue.
Quando Antigone capisce che Polinice rischia l’estradizione si sente in dovere di aiutarlo a fuggire: ecco il tema della legge del cuore contro la legge dello stato.
Il filo conduttore tra questo film e il dramma è proprio l’ingiustizia di fronte a un potere impersonale, pieno di bias culturali e che non tiene conto delle persone reali di fronte a sé. Qui è la polizia ad assumere un ruolo centrale, violenta e dispotica come un sovrano. I genitori di Antigone, emigrati da un paese tirannico, sono stati uccisi proprio da quest’ultima, e pure in Canada, il paese che li ha accolti, essa gioca ancora un ruolo di sopruso.
Anche il personaggio di Creonte viene ridimensionato. Il suo nome è Christian ed è semplicemente un politico, non è altro che un complice, un meccanismo che continua ad alimentare la dinamica di potere. “Sto alle regole per tenermi il lavoro” afferma, come a sottolineare che chi viola la legge si merita la giusta punizione, senza valutare se essa sia proporzionata o no. Creonte nel dramma è l’incarnazione del potere assoluto, mentre nel film Christian non è che un tassello della sua manifestazione.
Antigone, comunque sia, è posta sempre davanti a una scelta: la cittadinanza (e quindi l’integrazione, che però sarebbe solo su carta) o la famiglia. È “una scelta impossibile”, come afferma lei stessa,che infatti non è destinata a risolversi. Cambiano i modi, ma arriviamo alla stessa conclusione proposta da Sofocle: Antigone perde la vita. Se nel dramma muore, nel film perde la vita canadese, quella di studentessa modello che poteva emanciparsi dalle umili origini familiari.

Nella scena finale, quando viene scortata dalla polizia all’aeroporto – probabilmente per l’estradizione – un dettaglio cattura il suo occhio: la polizia sta accogliendo una famiglia araba, proprio come la sua anni prima. I fatti sono quindi destinati a ripetersi finché i presupposti culturali e sociali non cambieranno, un fato peggiore della morte.
Ma c’è un elemento in più, un elemento che Sofocle non aveva considerato. O meglio, forse aveva sottovalutato. Nella tragedia greca particolare importanza la assume il coro, che ha la funzione di essere l’interlocutore con cui il protagonista interagisce e commenta la vicenda. In Antigone, il coro rappresenta l’opinione dei cittadini maschi tebani che ammoniscono la ragazza e solo alla fine ne capiscono le ragioni.
Nel film, il coro sembra quasi essere il mondo di internet che ha saputo del gesto di Antigone e che lo sta rendendo un caso mediatico. Le opinioni che vengono mostrate, le immagini alterate e i montaggi tipici del web rappresentano l’opinione pubblica e i suoi diversi schieramenti: c’è chi condanna il gesto ponendosi dentro il contesto razzista e pregiudicante della radicalizzazione islamica, e chi mette in evidenza il coraggio della ragazza, sostenendola della sua disubbidienza civile.
Il potere, centrale nella storia, si raffigura quindi anche nella massa e negli strumenti di comunicazione che possono diventare un megafono positivo o una camera d’eco di odio. L’elemento mediale apre una riflessione sul potere democratico e la libertà di parola, con i limiti e le degenerazioni che essi comportano nel contesto di internet.
Sofocle scriveva i personaggi nella loro solitudine e nel loro conflitto, ma il mondo globalizzato e plurale non ammette più questo finale. Siamo, nel bene e nel male, eternamente connessi: dobbiamo iniziare ad usare questo potere a nostro vantaggio.
Gli antichi greci scrivevano e mettevano in scena le vicende per ciò che Aristotele chiama la catarsi, la purificazione di un’emozione attraverso la sofferenza. Antigone dopo duemila anni soffre ancora, e soffre anche per noi, per dirci di continuare a lottare per ciò che è giusto nel nostro animo, per interrogarci su chi detiene il potere e cosa ne sta facendo. Non c’è più il fato avverso, ma responsabilità collettive che possiamo cambiare.
Soprattutto, ci dice di porre una semplice domanda a quel potere, la stessa domanda che Antigone, nel film di Deraspe, urla disperata alla giudice: dov’è il nostro cuore?
c.m.





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