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The Gaza Monologues: il teatro palestinese come atto di resistenza

Rubrica: Attivismo Artistico

Sin dagli albori della civiltà, il teatro ha rappresentato un mezzo attraverso cui l’umanità interroga la propria natura e ridefinisce i confini della convivenza civile, e attorno al quale si sono consolidate identità collettive e memorie storiche. Una lunga tradizione di pensiero ha tentato di relegare l’espressione artistica a un privilegio del benessere: Aristotele riteneva che l’arte, come il teatro, potesse fiorire solo una volta soddisfatti i bisogni primari; Jean Vilar, nel Novecento, ribadiva: “L’obiettivo è costruire una società; poi, forse, faremo del buon teatro.” Eppure la storia contemporanea ribalta questo assunto: l’arte diventa necessità vitale proprio dove i diritti fondamentali vengono negati, dove la sopravvivenza stessa è messa in discussione. Se una società viene sistematicamente frammentata, dispersa ed esposta al rischio di cancellazione permanente – come è accaduto e sta accadendo in Palestina dalla Nakba a oggi – è possibile, dunque, parlare di teatro? La domanda che sorge è legittima: può ancora esistere un teatro palestinese?

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The Gaza Monologues, diretto da Lisi Estaras a Gent, 2010 ​
Archeologia della resistenza: le radici dell’odierno teatro palestinese

La risposta è affermativa: il teatro in Palestina non solo esiste, ma pulsa con vivacità e forza di resistenza, nonostante una storia segnata da antagonismo e repressione.

Da sempre attivo e prolifico, esso conobbe una fase di particolare fermento creativo negli anni Trenta – quando si consolidò come espressione di lotta al colonialismo britannico – bruscamente interrotta dalla Nakba del 1948, che ne disperse artisti e istituzioni. Agli ostacoli geografici si è aggiunta, nel tempo, l’incessante attività di censura e boicottaggio da parte di Israele, che oltre a impedire pubblicazioni e rappresentazioni, compromette concretamente i processi produttivi stessi: blocchi stradali, permessi negati, chiusure verso Gerusalemme, attorici e scrittorici arrestatə o detenutə, teatri rasi al suolo.

Dal 1988 all’Accordo di Oslo del 1993, il teatro soffrì ulteriormente a causa delle turbolenze politiche dell’Intifada, che isolò le comunità artistiche e culturali tra loro e dal loro pubblico.  Come se non bastasse, la polarizzazione della questione israelo-palestinese ha cristallizzato i bias del pubblico occidentale, che tende a delegittimare lo sguardo dellə artistə – specie quando politico – ritenendolo sempre parziale. Si è imposta così una logica di bothsidesism, l’obbligo di affiancare necessariamente il punto di vista israeliano per raggiungere una fantomatica ‘parità di rappresentazione’. Questa ricerca artificiosa di imparzialità, che equipara occupante e occupato ignorando le asimmetrie di potere, è una strategia che limita la libertà di parola palestinese. Il risultato è che le produzioni teatrali non vengono valutate per il loro reale valore artistico, ma forzate attraverso la lente della controversia politica o dell’obbligo al contraddittorio, come se ogni narrazione richiedesse un contrappeso, anche quando a parlare è chi subisce l’oppressione.

Nonostante la frammentazione geografica tra Israele, territori occupati e diaspora, e nonostante gli impedimenti fisici ed economici, l’attività teatrale ha trovato comunque la forza di rifiorire, grazie soprattutto alla tenacia di compagnie locali e studentesche impegnate a preservare l’identità culturale palestinese.

Il Teatro degli Oppressi – ASHTAR for Theatre Productions & Training 

È in questo terreno fragile che getta le radici l’ASHTAR for Theatre Productions & Training (o ASHTAR Theatre), organizzazione non governativa fondata nel 1991 a Gerusalemme da Edward Muallem e Iman Aoun, nonché prima scuola di teatro in Palestina.

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Workshop sul Teatro degli Oppressi tenuto da Boal a New York City, 13 Maggio 2008.

Una delle sue specialità pionieristiche è il Teatro degli Oppressi, tecnica performativa basata sul lavoro e le ricerche del brasiliano Augusto Boal. Lo scopo di questa modalità è quello di coinvolgere il pubblico – che, secondo Boal, nel teatro tradizionale corre il rischio di “divenire meno che umano” – trasformandolo da osservatore passivo in “spett-attore” attivo. Attraverso tecniche come il teatro forum – una forma di ‘drammaturgia simultanea’ in cui il pubblico può proporre suggerimenti allə performer, che poi improvvisano i cambiamenti direttamente sulla scena – lə partecipanti salgono sul palco per sperimentare interventi pratici volti a spezzare l’oppressione, eliminando in questo modo la distinzione tra attorici e spettatorici, che non è che un riflesso della gerarchia coloniale e di classe. Sebbene la finzione scenica non sia rivoluzionaria in sé, essa funge da terreno di prova per la rivoluzione, offrendo uno spazio sicuro per esercitarsi alla resistenza. L’obiettivo finale è preparare gli individui a trasportare questo coraggio proattivo nella vita reale per trasformare la propria realtà politica e sociale.

Juliano Mer-Khamis (regista del Freedom Theatre di Jenin, brutalmente assassinato dalle forze israeliane) credeva che “il teatro crea comunità”, ed è proprio quello che l’ASHTAR Theatre sta cercando di fare, utilizzandolo come strumento per incoraggiare gruppi emarginati, giovani e donne a diventare agenti di cambiamento.

The Gaza Monologues
performance the Gaza Monologues teatro palestinese ASHTAR theatre Palestine
The Gaza Monologues, performance diretta da Ali Abu Yaseen. ASHTAR Theatre, 2010

Tra i progetti più significativi e risonanti della compagnia emerge The Gaza Monologues, frutto di un’idea nata dalla co-fondatrice Iman Aoun, attrice e regista insignita di prestigiosi riconoscimenti, ma anche femminista convinta e coordinatrice palestinese della One Billion Rising Campaign (2014), iniziativa globale contro la violenza di genere. I suoi lavori si concentrano principalmente sull’emancipazione delle comunità locali, degli indigeni, dei giovani e delle donne, e sulla resistenza contro l’occupazione, la corruzione e la stagnazione politica.

The Gaza Monologues riflette perfettamente questo attivismo. Nato nel 2010 in seguito all’operazione israeliana Piombo fuso – che colpì e devastò Gaza tra il 2008 e il 2009 – il progetto mira ad elevare la voce di 33 giovani palestinesi al di sopra dei droni e dei bombardamenti, portando il loro punto di vista all’attenzione globale. Si tratta, infatti, di una raccolta di racconti che documentano la vita sotto assedio, violenze e soprusi dal punto di vista di bambinə e ragazzə che li hanno vissuti in prima persona. Questi racconti, che continuano a rimanere dolorosamente attuali a distanza di 16 anni, sono stati poi trasformati in monologhi che, a partire dall’Ottobre del 2010, sono stati interpretati e messi in scena da più di 2000 giovani in tutto il mondo, raggiungendo più di 80 città in 40 diversi paesi.

La solidarietà globale delle Letters to Gaza

Il 29 novembre 2023, Giornata Internazionale di Solidarietà con il Popolo Palestinese, l’ASHTAR Theatre ha lanciato un urgente appello a tuttə lə teatranti del mondo per leggere o mettere in scena pubblicamente The Gaza Monologues, come supporto contro le azioni genocidarie perpetrate da Israele a Gaza.

Letters to Gaza progetto teatro palestinese 2024 ASHTAR theatre

Lo stesso giorno, l’anno successivo, sono venute a sommarsi agli originali 33 monologhi un’altra sessantina di composizioni – da poesie a racconti, canzoni e disegni – provenienti da tutto il mondo: le Letters to Gaza. ASHTAR Theatre, a proposito, annuncia: 

Dal 29 novembre 2024 in poi, mentre queste parole verranno pronunciate, cantate e condivise a livello globale, esse porteranno la storia di Gaza oltre i suoi confini e continueranno a far sì che l’empatia resti il fulcro dell’azione. Ricorderanno al mondo l’umanità che persiste, il coraggio che resiste e la giustizia che deve essere pretesa.

Nonostante le avversità, la passione e la dedizione dellə teatranti palestinesi continua a mantenere i teatri e la memoria storica del loro popolo in vita, insistendo su un principio fondamentale: nessuno può concedere o negare il diritto di raccontare la propria storia. Il teatro palestinese può dunque essere definito, attraverso le parole dell’autore Nasser Abu Srour, “a beautiful act of resistance against the ugliness of occupation.”

Il diritto di raccontarsi: resistere alla cancellazione sionista

Questa urgenza di autodeterminazione narrativa è oggi più necessaria che mai: un popolo è anche la sua cultura, e quello palestinese è sotto la minaccia concreta di essere cancellato. È imperativo ricordare che Gaza resta sotto assedio, che l’occupazione si fa ogni giorno più inumana e un genocidio è tuttora in corso. Mentre l’attenzione dei media mainstream si eclissa, lasciando Gaza tragicamente fuori dai radar dell’informazione globale, l’impegno di artistə e compagnie come l’ASHTAR Theatre colma i vuoti storiografici, resistendo con tenacia alle narrazioni di cancellazione sionista.

La diffusione globale delle opere che riescono a sfondare le mura della Striscia è dunque urgente per risvegliare le coscienze e alimentare la solidarietà verso tutti i popoli oppressi, ma è soprattutto necessaria per impedire che la storia e la cultura di un intero popolo scompaiano per sempre.

c.t.


A seguire, alcune risorse per supportare ASHTAR Theatre:

1 commento


Ospite
23 gen

Articolo meraviglioso su un tema più che urgente! Resistenza, sempre.

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