Hedda Gabler: anatomia di un'antieroina dal palcoscenico allo schermo
- Alessia Melotto
- 14 minuti fa
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Quando alla fine del 1879 va in scena a Copenaghen la prima di Casa di Bambola del drammaturgo norvegese Henrik Ibsen, la reazione del pubblico non si fa attendere: davanti al dramma di una moglie e madre che, stanca di sentirsi come una “bambola” intrappolata in un ruolo domestico, decide di lasciare la sua famiglia per trovare la sua libertà, l’alta società scandinava rimane scandalizzata, tanto da generare un’ondata di sdegno nei circoli culturali di tutta Europa. Sebbene Ibsen affermò di non avere avuto nessuna intenzione di scrivere un’opera femminista, l’enorme successo di Casa di Bambola e i nuovi adattamenti che continuano a essere realizzati sottolineano invece la modernità del testo e dello sguardo del drammaturgo stesso, che anche nelle opere successive porta avanti una critica disincantata alla concezione dei ruoli di genere e ai valori vittoriani della società dell’Ottocento.

È su questa scia che si colloca Hedda Gabler, scritto nel 1890 e messo in scena a Monaco l’anno seguente. Il dramma è la storia di Hedda, giovane figlia di un generale prigioniera di un matrimonio noioso e privo di amore con Jørgen Tesman, accademico mediocre che punta a ottenere una cattedra all’università per poter mantenere lo stile di vita sfarzoso desiderato dalla moglie. Il credo che guida la vita di Hedda sembra essere, infatti, uno soltanto: il culto della bellezza, di un estetismo che supera la morale e che a ogni passaggio si rivela essere fuori tempo massimo, ormai soppiantato da una nuova realtà borghese più moderna e razionale che minaccia il desiderio di libertà della protagonista. L’unico, nostalgico frammento ancora tangibile di quel passato tanto idealizzato e destinato a tramontare sempre più velocemente sono le pistole ereditate dal padre, il generale Gabler, che Hedda ammira e soppesa di continuo nel tentativo di sfuggire al suo nuovo ruolo di moglie infelice e annoiata.
Questo già precario equilibrio viene scosso quando riappare Ejlert Løvborg, ex amante di Hedda e accademico brillante, caduto poi in disgrazia per problemi di alcolismo. Løvborg, però, sembra essersi ora ripreso anche grazie all’aiuto di Thea Elvsted, vecchia compagna di scuola di Hedda che ha lasciato il marito per seguire lo scrittore e supportarlo nella pubblicazione di un nuovo libro. Grazie al grande successo riscosso dall’opera, Løvborg diventerebbe dunque il massimo rivale di Tesman per la cattedra; tuttavia, arrivato in villa, lo scrittore rivela ai coniugi di non avere alcuna intenzione di competere per il ruolo, poiché impegnato insieme a Thea nella stesura di un manoscritto che sarà il suo capolavoro più grande e che, finalmente, riabiliterà il suo nome. Invidiosa del rinnovato successo di Løvborg e gelosa del suo rapporto con Thea, Hedda si getta in una serie di decisioni sempre più distruttive che, in una sola serata, cambiano radicalmente il corso degli eventi.

Pur consapevole della lotta di Løvborg contro l’alcolismo, Hedda lo spinge comunque ad andare a una festa con Tesman, suggerendo che potrebbe essere l’occasione perfetta per mettere in mostra il suo lavoro inedito.. Quanto avviene alla festa non ci viene mostrato, ma soltanto raccontato indirettamente dalle parole di Tesman che, tornato la mattina seguente, rivela di aver trovato il manoscritto di Løvborg, smarrito in seguito a una pesante ubriacatura. Lasciata sola con il manoscritto, Hedda decide di bruciarlo, e quando Løvborg si presenta alla sua porta convinto di averlo distrutto in prima persona, la protagonista non lo contraddice, ma anzi gli dona una delle pistole del padre esortandolo a commettere l’impensabile: un suicidio “bello e liberatorio”, l’unico gesto degno rimasto a un uomo che non è stato in grado di redimersi e ha distrutto con sé il lavoro di una vita.
Ambientato nello spazio circoscritto della villa dei Tesman, Hedda Gabler è una tragedia non tanto delle azioni, quanto piuttosto della parola: sono le bugie e i non detti intessuti dalla protagonista a scatenare la spirale distruttiva che trascina con sé gli altri personaggi, in una serie di eventi sempre più tragici che, però, non vengono mai mostrati in scena, ma soltanto raccontati da terzi oppure portati agli occhi del pubblico attraverso oggetti simbolici, come il manoscritto di Løvborg e le pistole di Hedda. E sono proprio le pistole, segno di quello status che la protagonista cerca di rincorrere per tutto il dramma anche a costo di eliminare fisicamente ogni ostacolo che le si para davanti, a segnare la fine non soltanto di Løvborg – che finisce per essere ucciso accidentalmente in una casa di tolleranza – ma anche della stessa Hedda. Quando infatti, sul finale del dramma, Hedda capisce che il suo coinvolgimento nella morte “bassa e mondana” dello scrittore rischia di essere scoperto, prende la pistola rimasta e, fuori scena, si toglie la vita suscitando l’orrore dei presenti.

È dunque Hedda il motore del dramma ibseniano. Attraverso una serie di manipolazioni calcolate e ben mascherate di cui nessuno, e talvolta nemmeno lei stessa, sembra essere in grado di prevedere le conseguenze, Hedda è generatrice di un caos puro e distruttivo, che trascina con sé tutti quelli che incontra. Nemmeno il pubblico-lettorə è in grado di capirne le motivazioni: le sue azioni sembrano seguire una logica personale e segreta, che non viene mai rivelata né chiarita. C’è però un aspetto che emerge con chiarezza fin dall’inizio, ed è il desiderio di Hedda di sfuggire a una quotidianità di infelicità e noia relegata in una casa che le ricorda continuamente che quella non è la vita a cui aspirava. Proprio come Nora, protagonista di Casa di Bambola, quanto Hedda brama più di ogni altra cosa è la libertà dai vincoli sociali e dalle imposizioni culturali che, nel suo tempo, pretendono da una donna che diventi soltanto una buona moglie, una buona madre e una buona padrona di casa, a discapito di ogni desiderio o slancio personale.
Per Hedda questa ricerca di libertà si traduce non soltanto in desiderio di classe e di status sociale, che le permetterebbe di avere una posizione sicura, temuta e rispettata all’interno della società, ma anche nella sfida di esercitare la sua intelligenza e la sua abilità manipolatoria sugli uomini intorno a lei per plasmarne il destino in modo distruttivo e collocarsi così in una posizione dominante che, storicamente e socialmente, le è negata. Alla luce della complessità interiore del personaggio, criticə e lettorə hanno dato interpretazioni differenti della figura di Hedda Gabler, ma quasi all’unanimità le è stata attribuita la definizione di “antieroina”. Questa etichetta, che ha progressivamente perso la sua connotazione negativa, potrebbe però rischiare di essere fuorviante a una lettura meno attenta: Ibsen non caratterizza Hedda come malvagia o come una donna che compie azioni crudeli in modo gratuito, ma spinge lə lettorə a empatizzare con il suo umore e il suo sentire interiore pur non comprendendone fino in fondo le motivazioni.

Non è un caso se ancora oggi Hedda Gabler è considerato uno dei massimi capolavori di Henrik Ibsen e, nel corso degli anni, è stato più volte recuperato e adattato secondo chiavi di lettura diverse non soltanto a teatro, ma anche sul grande schermo. È in questo scenario che si colloca Hedda, film del 2025 diretto da Nia DaCosta, in cui a vestire i panni della protagonista è l’attrice statunitense Tessa Thompson. Partendo dal testo di Ibsen, l’adattamento si prende però delle libertà dall’originale con delle modifiche ad alcuni aspetti dei personaggi e della narrazione, definendosi così come un’operazione particolarmente interessante e rilevante. In primo luogo, il film sposta le vicende dalla Norvegia di fine Ottocento all’Inghilterra del Cinquecento, dove Hedda e il marito George Tesman decidono di dare una festa per il loro ritorno dal viaggio di nozze in un’enorme villa di campagna che Tesman ha acquistato per fare felice la moglie, pur riempiendosi di debiti. Quanto nel dramma ibseniano era fuori scena diventa l’ambientazione centrale del film, la cui narrazione è riportata attraverso un lungo flashback dopo che Hedda, la mattina successiva alla festa, viene interrogata dalla polizia a proposito di una sparatoria nella villa in cui qualcuno è rimasto vittima.

Il resto degli eventi – la corsa di Tesman per ottenere il posto come professore, la rivalità con Løvborg e la ricorrenza delle pistole di Hedda – si svolge in modo simile all’opera originale, ma DaCosta mette in campo due mutamenti importanti.
Il primo è che Løvborg nel film cambia genere e diventa Eileen Løvborg (interpretata da Nina Hoss), una brillante accademica con un passato complicato e una vita non convenzionale anche alla luce della sua queerness, che diventa inoltre materia di studio del famigerato manoscritto che proprio alla festa dei Tesman porta con sé per presentarlo ai colleghi dell’università. Come nell’originale, anche qui Hedda ed Eileen hanno avuto in passato una relazione amorosa, finita in modo violento quando Hedda ha minacciato di sparare all’altra donna e l’ha poi abbandonata; vivere apertamente la propria bisessualità, infatti, avrebbe significato diventare un’emarginata sociale, una freak fuori posto, proprio come lo è Eileen alla sua festa. Tuttavia, quando rivede Eileen per la prima volta, Hedda si ritrova attratta nella sua orbita in modo potente, rivelando come i suoi sentimenti nei confronti dell’altra donna siano tutt’altro che risolti; il rapporto di Eileen con Thea, che proprio come in Ibsen ha abbandonato il marito diventando la sua amante, non fa altro che aggravare la tensione e accrescere la gelosia di Hedda.

Il secondo aspetto importante dell’adattamento di DaCosta è che Hedda è una donna nera nell’Inghilterra del Cinquecento, inserita in un contesto ricco e aristocratico dove si ritrova costantemente sotto lo scrutinio di vicini, parenti e colleghi del marito che sembrano sempre pronti a cogliere un suo passo falso e a emarginarla dal loro microcosmo sociale. È così che Hedda, donna nera, bisessuale e dal carattere non convenzionale, identifica nella festa il luogo ideale per mettere in mostra il suo status e per assicurarsi una posizione sicura e rispettata.
La festa è però anche l’esasperazione di tutte le tensioni di cui Hedda si trova al centro, contemporaneamente ovunque e in nessun luogo, ma sempre pronta a sussurrare consigli sbagliati o a insinuare dubbi nei suoi interlocutori. Sebbene anche nel film Hedda rimanga un personaggio complesso e non decifrabile fino in fondo, qui la sua spirale distruttiva sembra essere dettata anche dal rimpianto di avere rinunciato alla sua vita con Eileen in cambio di un’accettazione sociale che però non ha fatto altro che relegarla a una vita solitaria e infelice. Lasciando ambiguo il destino della protagonista nel finale, DaCosta riadatta in modo intelligente l’opera di Ibsen e rende Hedda un personaggio ancora più complesso e sfaccettato, senza mai giudicarla: Hedda Gabler non è una vittima né tantomeno un mostro, quanto piuttosto una donna piena di dubbi, paure e contraddizioni che la rendono profondamente umana e moderna come non mai.
a.m.





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