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Natalia Ginzburg: il lessico famigliare come forma di pratica resistente

Rubrica: libreria femminista


Il linguaggio come istanza

Filosoficamente il termine linguaggio si riferisce all’uso dei segni intersoggettivi, ovvero quei segni che rendono possibile la comunicazione in riferimento ad un dizionario scelto che collega tra loro vocaboli in modo limitato e riconoscibile per poter assicurare la relazione dialettica tra individui. Certamente il linguaggio non può definirsi universale, pur considerandolo un termine ombrello nel suo discernimento tra linguaggio del corpo o nel suo significato propriamente inteso. Il linguaggio può trasformarsi in istanza personale e soggettiva se non viene spogliato della sua caratteristica circostanziale. Anche esso come le persone che l’adoperano è sottoposto alle influenze del contesto di appartenenza sociale, culturale ed economico. Di sicuro il linguaggio non è una facoltà neutrale e a prescindere da qualsiasi analisi logica, costituisce una rete di sentimenti. Il lessico scelto è l’impronta vocale del nostro sentire tanto quanto il dialetto una rivendicazione di appartenenza. L’esercizio del linguaggio oltre che una necessità diventa una facoltà dai tratti spontanei e naturali, ma solo superficialmente: metaforicamente il linguaggio è una sorta di scavo archeologico, in ogni suo strato svela un’epoca. Chissà se era questa la concettualizzazione del linguaggio a fondamento del Lessico Famigliare di Natalia Ginzburg; il romanzo autobiografico del 1963, infatti, sembra raccontare proprio questa precisa idea emozionale ed espressiva del repertorio linguistico.

Natalia Levi nacque a Palermo il 14 luglio 1916. La sua famiglia non era meridionale: suo padre Giuseppe Levi era triestino, mentre sua madre Lidia Tanzi era lombarda. Prima della sua nascita, il padre divenne professore di Anatomia Umana Normale all’Università di Palermo, quindi controcorrente si trasferì con la moglie e lə figliə nell’isola. La formazione scolastica di Natalia ebbe inizio in casa, per poi passare al Regio Liceo-Ginnasio “Vittorio-Alfieri” di Torino; successivamente si iscrisse alla Facoltà di Lettere senza mai laurearsi. La sua passione per la letteratura ebbe inizio sin da tenera età, in casa con i suoi fratelli e sua sorella si giocava a scrivere poesie, che diventavano mantra familiari, e non è un caso se crescendo Natalia si dedicò spesso alla stesura di racconti brevi. Non deve per questo sorprenderci che la scrittrice avesse stretto legami personali profondi con i componenti (tra questi Pavese) dell’allora nascente casa editrice Einaudi, di cui poi entrerà a far parte. 

La vita di Natalia fu fortemente scandita dalla simpatia per la politica a partire dall’antifascismo che respirava in casa, dove per un periodo venne nascosto Turati (alias Paolo Ferrari).


Natalia e Leone Ginzburg
Natalia e Leone Ginzburg

Tuttavia, la sua vita fu segnata anche dalla tragicità che quegli eventi storici inevitabilmente costituirono. Natalia da giovanissima respirò il veleno che la persecuzione e l’oppressione instillarono nella coltre disperata di quel ventennio totalitario. Il regime incarcerò suo padre e suo fratello ostili all’ideologia fascista, e in seguito al suo matrimonio con Leone Ginzburg anche egli antifascista (peraltro di origini ebraiche come il padre di lei), fu confinata con il marito e i figli a Pizzoli, in Abruzzo. Nel ’43 raggiunse di nascosto il marito impegnato a Roma in una tipografia clandestina, ma il ricongiungimento fu breve e drammatico: Leone fu catturato venti giorni dopo e morì nel carcere di Regina Coeli nel 1944. Natalia restò così sola con tre figli tra lutto, false identità e alloggi di fortuna.


L’eredità linguistica e la memoria che non si frammenta

Il periodo abietto della guerra ricopre un grande arco narrativo, quasi come a voler lasciar trasparire l’inizio della maturità della giovane Levi, che sempre da spettatrice ci racconta la sua famiglia non solo con il suo sguardo, ma anche con le loro parole. Natalia si fa depositaria del ‘sapere’ famigliare, anche dei ricordi che lei non ha mai vissuto ma che diventano l’eredità della loro storia orale. A cristallizzarsi ci pensa quel lessico specifico pronunciato dai membri della sua famiglia, con un’attenzione particolare alle figure genitoriali: il padre si diletta nell’utilizzo di neologismi personalissimi mentre sua madre diventa la cantastorie del loro albero genealogico. Entrambi hanno in comune la fantasia di inventare un nuovo linguaggio, le differenze però intercorrono tra il tono giocoso della madre e quello austero e sprezzante del padre. Il carattere collerico di quest’ultimo si manifesta pienamente nella sua intolleranza esplicitata con veemenza verbale verso tutto ciò che ritiene retrogrado, frivolo e inappropriato. Per il padre vi era una sorta di scala di gravità con cui appellare le azioni a lui sgradite; dalle meno noiose alle più antipatiche troviamo azioni che si configurano in “sbrodeghezzi”, “malagrazie” e “negrigure”. Già solo per assonanza questi termini ci restituiscono una connotazione non poco ostica. Di contro quando la scena è dominata dalla figura materna, il clima si distende come quando si intona una canzone. La signora Lidia Tanzi infatti era appassionata di lirica, amava andare al cinematografo e passeggiare con ragazze più giovani per sentirsi più leggera. Una sventatezza che diventava un balsamo necessario per lenire le paure di quel periodo e i pericoli imminenti, al ritmo de: “Io son don Carlos Tadrid | E son studente in Madrid!” oppure al suono della parodia del librettista Metastasio da lei stessa composta: “Se a ciascun l’interno affanno | Si leggesse in fronte scritto | Quanti mai che a piedi vanno | Se ne andrebbero in landò.”

Natalia Ginzburg, 1956
Natalia Ginzburg, 1956

Ma non è solo per paura della guerra se Natalia nel suo romanzo autobiografico si concentra soprattutto sul periodo del fascismo. Ecco, in quel lasso di tempo la famiglia inizia a frammentarsi, tra detenzioni in carcere, fughe e confini, il focolare diventa lo specchio del mondo esterno tranciato di netto dalla più becera delle ideologie politiche. Il mondo si stava sgretolando e tenere vivi i ricordi era una forma di resistenza quotidiana per non lasciarsi inghiottire dalle macerie. Lo spazio chiuso ma sicuro della casa paterna e materna cede il passo ad uno spazio sempre chiuso ma inevitabilmente più angusto. Il regime li divise per sempre e anche se sicuramente questa separazione si sarebbe verificata prima o poi, con l’età adulta, quasi certamente, si sarebbe configurata in maniera più graduale e meno sconvolgente. Questo uno degli scopi della politica dell’oppressione: sconvolgere le relazioni. La dittatura dispose il carcere per i suoi fratelli Alberto, Mario e Gino ma anche per suo padre Levi. Fu così che Mario (attivista del movimento Giustizia e Libertà) fuggì a nuoto nelle acque di Lugano in seguito ad una retata e fu costretto ad una vita da clandestino, recluso in soffitta; mentre il signor Levi, dopo essere stato radiato a causa delle leggi razziali, dovette nascondersi a riparo della biblioteca universitaria di Liegi, in Belgio, riuscendo comunque a portare avanti la sua attività di studioso. La stessa Natalia fu destinata al confino. Dunque, a seguito di questi tragici eventi la famiglia Levi non si riunirà mai più al completo, il nucleo famigliare si ridurrà e sarà composto solo dal padre e dalla madre della scrittrice, dal fratello Alberto che diventerà medico e dall’autrice stessa, ricongiuntasi a loro dopo aver vissuto sotto falso nome a Roma. Il fratello maggiore Gino assumerà la direzione aziendale della Olivetti riuscendo a salvare tantissime persone nascondendole ad Ivrea – dove aveva sede l’azienda – e assumendole come manodopera operaia. L’altro fratello, Mario, resterà in Francia peregrinando a causa delle sue posizioni politiche e ideologiche, e infine sua sorella Paola sposerà l’imprenditore Adriano Olivetti, dedicandosi alla nuova sfera famigliare.


L’antifascismo nelle antinomie caratteriali

Il riverbero tra le mura di casa dei giochi poetici e delle filastrocche che erano soliti pronunciare, sicuramente ci restituisce nella narrazione una sensazione di solitudine in quei cambiamenti forzati che tutta la famiglia subì, ci restituisce una sensazione di mancanza, di sottrazione coatta. Eppure, proprio il bisogno di farle risuonare diventa lo spartito su cui leggere una solidità ed una presenza morale che si configura soprattutto nell’antifascismo comune a tutti. La politica descritta da Natalia si intreccia indissolubilmente con la memoria domestica; l’aspetto più commovente è che assumono lo stesso valore. Natalia non narra di scene epiche e celebri, bensì ci mostra cosa sia a tutti gli effetti vivere la politica. L’antifascismo si diramava nelle azioni quotidiane che per la sua famiglia erano un dovere morale e civile, un atteggiamento spontaneo. Nascondevano lettere e manifesti, si riunivano con altri antifascisti e davano ospitalità a molti di loro per proteggerli dalla crudeltà di un destino certo contro quel “sempio” di Mussolini. E tuttavia, Natalia non ne fa un quadro bucolico, perché la sua testimonianza senza filtri, accompagnata da un linguaggio solo apparentemente umile, diventa efficace nel non tralasciare le antinomie nei caratteri delle soggettività famigliari. Basti confrontare la personalità burbera del padre e la sua idea circa l’arretratezza – ma pure l’odia di quel fascismo che la personificava in un popolo – e quella dai tratti frivoli della madre, che pure fu una delle prime donne a leggere Proust in Italia. La politica, esattamente come le persone, si costella di sfaccettature che si costituiscono a partire dalla complessità e tenere insieme i pezzi significa non perdersi nella propria integrità di principio.

Natalia Ginzburg, 1988
Natalia Ginzburg, 1988

In conclusione, Natalia nel romanzo si fa schietta e sincera, non addolcisce i tratti più spinosi di quei personaggi realmente esistiti, e proprio perché li aveva conosciuti ne esalta anche le contraddizioni cosicché la memoria diventa autenticità, sottraendosi al mondo dell’astrazione. Solo verso la fine del libro, il tono si distende in concomitanza alla sua scelta di raggiungere il secondo marito e trasferirsi a Roma; il canto di sua madre sembra un grammofono che imprime quei ricordi famigliari come pitture rupestri nelle mura della casa che lascia.


VlB


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