«Questo maschio adulto»: Wisława Szymborska e la decostruzione post-femminista del patriarcato
- Alice Molari
- 1 giorno fa
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[...] Ho menzionato l'ispirazione. I poeti contemporanei rispondono in modo evasivo quando viene chiesto loro cosa sia, e se effettivamente esista. Non è che non abbiano mai conosciuto la benedizione di questo impulso interiore. È solo che non è facile spiegare a qualcun altro qualcosa che non capisci tu stesso. […] Questo è il motivo per cui apprezzo così tanto quella piccola frase "non so". È piccola, ma vola su ali possenti. Espande le nostre vite fino a includere gli spazi dentro di noi così come quelle distese esterne in cui la nostra minuscola Terra si trova sospesa. Se Isaac Newton non avesse mai detto a se stesso "non so", le mele nel suo piccolo frutteto sarebbero potute cadere a terra come chicchi di grandine e nel migliore dei casi si sarebbe chinato a raccoglierle e a divorarle con gusto. Se la mia compatriota Marie Skłodowska-Curie non avesse mai detto a se stessa "non so", probabilmente sarebbe finita a insegnare chimica in qualche liceo privato per giovani signore di buona famiglia, e avrebbe terminato i suoi giorni svolgendo questo lavoro altrimenti perfettamente rispettabile. Ma lei continuò a dire "non so", e queste parole la condussero, non solo una ma due volte, a Stoccolma, dove gli spiriti irrequieti e in cerca sono occasionalmente ricompensati con il Premio Nobel.
Recita così un pezzo del celebre discorso Il poeta e il mondo (Poeta i Świat) della poetessa polacca Maria Wisława Anna Szymborska (1923-2012), che elevò ad un immenso valore la frase del Non so il 7 dicembre del 1996, a seguito dell’ottenimento del Premio Nobel per la letteratura.

Wisława Szymborska nacque a Prowent, in Polonia e attualmente parte della città di Kórnik, trasferendosi poi a Cracovia dove rimase a vivere per tutta la sua vita. Con lo scoppio della Seconda guerra mondiale nel 1939, continuò i suoi studi sotto l’occupazione tedesca per poi sfuggire alla deportazione in Germania lavorando come dipendente per le ferrovie. Fu in questo periodo che intraprese la carriera d’illustratrice e dalla quale poi iniziò a scrivere storie e poesie.
Szymborska, una delle poetesse più rivoluzionarie e misteriose del Novecento, vinse il Premio Nobel per la sua originale cifra stilistica, unendo in perfetta armonia, quasi già prescritta, le profonde riflessioni del quotidiano attraverso la scrittura di un linguaggio semplice. All’interno delle sue opere si delineano infatti differenti punti cardine della sua poetica, differenziandosi per tematiche: il rifiuto dell’eroismo monumentale e di stampo patriottico maschile a favore dell’elogio di una quotidianità formata da piccoli oggetti e che mettono in ordine la vita; l’utilizzo dell’ironico nel raccontare le tragedie e la fragilità del corpo umano, trasformando il dolore in una paradossale celebrazione; infine, l’origine della nostra analisi, l’utilizzo di una forma universale attraverso un Io che parla a nome di un Noi collettivo, nella quale s’identifica tutta l’esperienza umana verso l’unico e fragile destino.
Il corpo, il genere: la visione dell’umano oltre il binarismo
“Le donne costituiscono circa la metà della popolazione terrestre, proprio come gli uomini, e questo non si riflette in alcun modo nella poesia” Małgorzata Baranowska
“Il genere non determina la forma di un'opera d'arte” Grażyna Borkowska
Dall’utilizzo di una forma universale, si erige l’intenzione di un pensiero poetico post-femminista. Nato negli anni Ottanta e Novanta del Novecento, il post-femminismo è una corrente di pensiero in cui il prefisso “post” indica un superamento positivo degli obbiettivi del movimento femminista, ma anche una trasformazione per rispondere alle prospettive di un mondo nuovo. Se il femminismo tradizionale parlava delle donne come un gruppo omogeneo, con il post-femminismo si mette in discussione la rigida separazione tra maschio e femmina, considerando invece una fluidità tra le due identità.
Difficile e complicato diviene però saper esprimere la femminilità nella letteratura e, di conseguenza, cosa essa sia, poiché le sue nozioni si riferiscono al sesso biologico o al genere che ne ingloba le caratteristiche, e la relazione culturale che ne determina i significati, ovvero una subordinazione agli stereotipi e ai modelli precostruiti dagli uomini.
Nella lingua polacca è significativo sottolineare come questi due concetti non siano differenziati, ma è altrettanto importante enunciare che la poesia di Szymborska non è femminista: questi riferimenti prendono uno spazio molto limitato all’interno delle sue opere, e il suo intento non è attaccare l’ordine mondiale maschile né parlare delle problematiche femminili.
La sua proposta poetica è pur sempre scritta da una donna, rimanendo quindi una critica del pensiero universalista, astratto, patriarcale, e vicina alle pratiche del femminismo. Non combatte con il tradizionale discorso di genere: non lo rifiuta e non lo accetta, ma ci passa attraverso.
“A volte sembra che la poesia di Szymborska provenga dal passato, un'epoca in cui la battaglia per la posizione delle donne, e quindi per la posizione dell'essere umano, uomini e donne, non è più necessaria”, racconta così la storica e critica polacca Małgorzata Baranowska.
La poesia di Szymborska non parla di preferenze di sesso o di genere, ma rimane libera e umana, in una forma in cui il concetto di umanità viene definito attraverso l’ovvietà della relazione con l’altro. L’Io femminile diviene uguale a qualsiasi Altro, in cui le diverse categorie createsi attorno ad esso si aprono a molteplici possibilità.
Nemmeno io ho avuto una scelta,
ma non posso lamentarmi.
Avrei potuto essere qualcuno
di molto meno separato.
Qualcuno da un formicaio, un banco o un ronzante sciame
(“Tra le moltitudini”, W zatrzęsieniu, PNC*, 267)
Qui, il centro viene occupato da una forma umana o da un essere a sé individuale, che conosce ed esplora le differenti incarnazioni passate, utilizzando sia il femminile che il maschile.
Non sono nemmeno sicura esattamente di dove ho lasciato i miei artigli,
chi ha la mia pelliccia, chi vive nella mia conchiglia.
(“Discorso all’ufficio oggetti smarriti”, Przemówienie w biurze rzeczy znalezionych, PNC, 127)
Il processo di evoluzione delle cose nelle poesie di Szymborska è il risultato di azioni che sono rappresentative del femminile, come cambiare pelle, chiudere un occhio, agitare le mani. Secondo il suo pensiero, l’uomo è divenuto tale grazie a ciò che è femminile, a favore della creazione di una forma migliore.
Parlare di margini
Un altro degli aspetti originari della poesia di Szymborska è la collocazione del suo oggetto lirico. La sua voce spesso proviene da luoghi più remoti, nascosti, inaspettati, come dall’angolo di una stanza, da dietro un palcoscenico, dalle profondità dell’acqua. Da voce a immagini di luoghi marginalizzati e assegnati alle donne, secondo la tradizione patriarcale, lasciando il centro come nucleo rappresentativo dell’uomo.

Nonostante questo, la donna non avverte un senso di inferiorità o desiderio di cambiare la propria posizione, poiché non considera l’uomo come qualcuno di migliore ma parla a lui con ironia.
Questo maschio adulto. Questa persona sulla terra.
Dieci miliardi di cellule nervose. Dieci pinte di sangue
pompate da dieci once di cuore.
Questo oggetto ha impiegato tre miliardi di anni per emergere.
(“Un film degli anni Sessanta”, Film z lat sześćdziesiątych, PNC, 94)
Nell’originale viene usato il sostantivo maschile polacco di uomo in senso universale, człowiek, utilizzato storicamente e culturalmente come connotazione maschile e patriarcale. Ad esempio, in questo frammento viene mostrato come l’uomo è percepito dalla prospettiva di una casa, come rapporto alle sue aspettative nel mondo esterno:
Domani terrà una conferenza
sull'omeostasi nella cosmonautica metagalattica.
Per ora, però, si è rannicchiato ed è andato a dormire.
(“Tornando a casa”, Powrót do domu, PNC, 123)
L’amore al singolare: la maturità del sentimento
Lo stereotipo del vero amore proibisce di fare chiarezza sulla realtà e, di conseguenza, ciò che lo rende importante da raccontare nelle poesie di Szymborska è il fatto che sia passato invece che eterno.
Eppure esattamente così com'è,
fa ciò che gli altri ancora non riescono a fare:
non ricordato,
nemmeno visto nei sogni,
mi introduce alla morte.
(“Amore a prima vista”, Miłość od pierwszego wejrzenia, M**, 47)

L’amore viene così raccontato per sottrazione: l’assenza dell’amore stesso, una possibilità irraggiungibile di rispondere al richiamo di un ideale.
Sono troppo vicina perché lui possa sognarmi.
Non volo sopra di lui, non gli sfuggo
sotto le radici degli alberi. Sono troppo vicina.
Il pesce catturato non canta con la mia voce.
(“Sono troppo vicina…”, Jestem za blisko..., PNC, 55)
Sotto gli occhi di Szymborska, l’amore non è altro che lo stare con un’altra persona: una maturità di un sentimento di una relazione matura con un altro maturo essere umano.
Nella sua forma, la poetessa utilizza un Tu lirico. Contrariamente al Noi, vuole preservare l’integrità del proprio Io, il rispetto della propria individualità nella relazione con l’amato.
All’apice, in questa visione post-femminista e di una cultura polacca patriottica, Wisława Szymborska scende a patti con un suo credo per rispondere all’esigenza di una forma nuova e a sé stante. Nel dimenticare un passato per non cadere da reduce, la sua voce sceglie gli spazi da occupare, l’integrità da mantenere.
Dove, secondo Lacan, la donna non esiste, Szymborska rende straordinario pensare che ciò che ancora non è accaduto è significativo per ciò che invece è stato.
Il nulla si è rovesciato anche per me…
(Obyło się bez chełpliwości..., PNC, 75)
*PNC: Poems New and Collected (1957-1997);
**M: raccolta dal titolo Moment (2002).
a. m.








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