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“MUTATE & SURVIVE”: l’arte come insubordinazione

 Rubrica: attivismo artistico


C’è un’arte chiusa nelle gallerie elitarie e nei circuiti del mercato, e poi c’è un’arte che nasce ai margini, tra le discariche e gli spazi abbandonati: un’arte che si nutre di scarti come pratica di resistenza politica. È questa la forma artistica della Mutoid Waste Company, una comunità di artisti che da oltre quarant’anni trasforma i rifiuti della società industriale in enormi sculture dall’estetica apocalittica e cyberpunk. 


Il gruppo, fondato da Joe Rush e Robin Cooke,  nasce a Londra a metà degli anni Ottanta e affonda le radici nella cultura underground dell’epoca: è il mondo degli squatters, dei primi rave, della musica punk e di una generazione in aperta ribellione contro le politiche repressive del governo Thatcher. 


“The crowd, the music, the creativity, the attitude, the danger... I met my world. I was a punk, an anarchist, part of a loud, sarcastic, nihilistic avant-garde battered by everyone: bikers, rugby supporters, teddy boys, the police, the establishment…”

Fortemente legati alla cultura delle techno tribes, i Mutoid – così si fanno chiamare i membri della Mutoid Waste Company –  iniziano il loro percorso creando scenografie mobili e “mutanti” per feste organizzate in capannoni abbandonati. È in questi luoghi di libertà e sperimentazione che prende forma la loro estetica.  


Alcuni membri della Mutoid Waste Company

Sin dagli esordi, la loro arte si presenta come una forma di resistenza creativa, un atto di insubordinazione estetica e politica contro un sistema fondato sul consumo, sull’omologazione e sulla repressione. Con ciò che la società scarta, i Mutoid danno vita ad un artigianato visionario, feroce e provocatorio, capace di restituire vita e significato ai resti del mondo industriale.

L’operazione è tanto semplice quanto sovversiva: la “mutazione” del waste in arte, un gesto che ribalta il significato stesso dello scarto e lo trasforma in pura energia creativa. L’atto di prendere ciò che è stato scartato dal sistema consumistico e riconfigurarne il valore non è solo estetico, ma politico. Si afferma come una critica alla logica “usa e getta” del capitalismo, alla produzione massiva e al consumo sistematico. Il motto “Mutate & Survive”, quindi, è molto più di una dichiarazione di poetica: significa sottrarsi ad un sistema economico fondato sullo spreco, sull’obsolescenza programmata, sulla produzione incessante di rifiuti.


Scultura di uccello

In aperta opposizione all’estetica tradizionale, i mutoid rifiutano l’ordine, l’armonia e la preziosità dei materiali; al contrario scelgono rottami, alluminio, lamiere, carcasse di automobili:  un’arte costruita con gli avanzi del capitalismo sfrenato. 


“Nel mio immaginario i Rottami stessi sanno essere Muse ispiratrici” 

-Lu Lupan,  Artist in Mutonia - Mutoid Waste Co.


Ispirandosi all’estetica dei fumetti 2000AD e all’immaginario apocalittico cyberpunk, i Mutoid costruiscono un mondo che sembra emergere dalle rovine di un’epoca post-apocalittica: le loro creazioni richiamano spesso figure animali o macchine, sono creature ibride, spesso semoventi e  infiammabili, che richiamano il gusto steampunk.  È un mondo in cui gli esseri umani sono assenti, divorati dal metallo e dalla ruggine in un universo postumano, come se la “spazzatura” si ribellasse ai propri creatori reclamando una nuova identità.

Ogni opera è quindi intrisa di un forte spirito di rivolta e di una profonda  critica sociale: un’estetica ecologista, anticapitalista e post-industriale, che rifiuta le logiche del consumo per abbracciare quelle del recupero e della trasformazione. 


Il villaggio Mutonia

Alla fine degli anni Ottanta il collettivo dei Mutoid intraprende una vita nomade, viaggia per l’Europa con le proprie opere e performance e presto arriva anche l’Italia, invitati dal festival Santarcangelo dei Teatri. Il comune offre loro uno spazio per stabilirsi e dare vita a un esperimento artistico e comunitario unico. Nasce così, in modo spontaneo e pacifico, il villaggio di Mutonia.


“It was an outlaw society, an optimistic movement, willing to change the world through parties, communal living, living for free and sharing. Painted faces and trucks, flying flags, old funny buses, we would travel in convoy, to resist police attacks”.


Mutonia è oggi un parco di sculture a cielo aperto, una vera e propria oasi di creatività e sperimentazione: le installazioni artistiche si intrecciano con le abitazioni, spesso ricavate da vecchi camion o roulotte ampliate e reinventate sempre con materiali di recupero. Tutto a Mutonia si fonde come in un unico organismo nel postulato dell’assenza di separazione tra Arte e Vita.



Oggi a Mutonia vivono circa una trentina di persone: il nucleo originario, di matrice britannica, è ancora presente, ma nel tempo si sono uniti artisti provenienti da diverse parti del mondo, dando vita a una comunità eterogenea perfettamente integrata nel territorio. Questo presidio di libertà e sperimentazione oggi però è sotto attacco: dopo un primo rischio di sgombero nel 2013, una recente sentenza del Consiglio di Stato ha accolto il ricorso di un cittadino che da oltre dieci anni si oppone alla presenza del villaggio, rimettendo in discussione la sua stessa esistenza. Per chi volesse sostenere la causa di Mutonia qui è possibile fermare la petizione.


scultura metallo

L’arte della Mutoid Waste Company, e il loro stile di vita radicalmente anti-sistema, ci costringono a interrogarci su come rendere pratica questa “mutazione”. Come portare la filosofia della trasformazione fuori dal recinto dell’installazione, facendola diventare metodo politico e sociale? Come farne un metodo di rigenerazione urbana, di riappropriazione collettiva, di cura dei territori dimenticati?

Forse è proprio in queste domande che si gioca l’eredità dei Mutoid: non solo nella monumentalità delle loro opere, ma soprattutto nella possibilità di un nuovo modo di abitare il mondo. E in un’epoca che consuma tutto, il motto  “Mutate & Survive” resta un imperativo necessario: mutare non per sopravvivere al sistema, ma per immaginare come viverne fuori.


M. B.




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