Arti visive con Caterina Erica Shanta
- Francesca Viapiana

- 3 giorni fa
- Tempo di lettura: 8 min
Rubrica: Voci d'artistə
Caterina Erica Shanta è un’artista visiva che, a seguito della sua laurea magistrale allo IUAV di Venezia, esplora i rapporti possibili tra le immagini in movimento e l’arte contemporanea. La sua pratica è interdisciplinare e profondamente legata ai rapporti umani e alla tecnologia. Mettendo in discussione gli archivi e creandone lei stessa, indaga i processi e le narrazioni che dal personale si fanno collettivi.

Come ti sei avvicinata e come ti approcci al mondo dell’arte?
La volontà di diventare artista è nata intorno ai dieci anni, quando ancora la scuola non mi permetteva di esprimermi in questo senso; da qui la decisione di iscrivermi al liceo artistico, dove ho iniziato ad esplorare il linguaggio video al di là del punto di vista del cinema tradizionale. Seguendo questa inclinazione, mi sono iscritta all’università continuando a relazionarmi con le narrazioni. Negli ultimi anni ho poi capito ciò che mi interessava di più: indagare come il linguaggio documentario si innesta nel film d’artista e come la realtà si modifica nel momento in cui viene filmata.
Mi trovo molto a mio agio nel ruolo dell’artista, perché ha molta libertà di pensiero, anche se per me è importante fare sempre i conti con la responsabilità personale. Un aspetto della mia pratica consiste nel parlare e conoscere le persone, passare del tempo con loro e interagire con la realtà con cui lavorano – per farlo, tuttavia, è fondamentale rispettare profondamente i soggetti coinvolti. Mi faccio raccontare storie e, quando sono accompagnate da immagini conservate nel tempo, chiedo di poterne utilizzare una copia. Per questo, giro sempre con una macchina fotografica e uno scanner portatile. Oltre ad andare dalle persone, inoltre, chiedo di raggiungermi, creando appositamente progetti partecipativi: lancio open call, workshop, laboratori, in modo tale da poter creare un luogo in cui un gruppo attratto da una certa idea si possa ritrovare in uno spazio sicuro.
Il tuo campo è quello delle arti visive. Potresti darci una tua definizione?
È una dicitura estremamente ampia che, oltre all’arte contemporanea, include il teatro, l’opera classica, il cinema, l’artigianato artistico. È una definizione molto elastica e interdisciplinare, cosa in cui mi identifico molto. Per essere specifica, mi definisco ‘artista visiva contemporanea’, per suggerire in quale ambito delle arti visive mi muovo, ossia quello derivato dall’arte concettuale che ha permeato e mescolato varie discipline. L’opera d’arte contemporanea è uno specchio nel quale ci riflettiamo continuamente. L’arte va studiata come si studia ogni altro ambito, perché è un linguaggio che cambia nel tempo e nello spazio, per cui chi la fruisce si ritrova ogni volta in una condizione esistenziale diversa, con la portata emotiva che ne deriva.
In particolare, il video è un materiale artistico molto accessibile e consente di parlare con un pubblico molto ampio: questo per me ha un forte valore politico. Realizzare dei lavori che possono stare sia in un museo, in una galleria che in un cinema pone inoltre l’attenzione sui luoghi dell’arte che sono spesso considerati separati, ma che penso dovrebbero nutrirsi a vicenda, per superare anche certe dinamiche classiste.

Nel tuo portfolio dichiari di indagare le immagini prodotte dagli altri per esplorare come siano connesse a contesti traumatici. Spiegaci cosa intendi e come metti in pratica questa idea.
Io mi rapporto principalmente con il trauma, indagando il non detto, ciò che rimane sepolto, chiedendomi perché alcune cose vengano urlate e altre cadono nel silenzio. Un esempio di questa esplorazione è il mio cortometraggio A History About Silence sugli EX IMI, ex militari italiani internati nei campi di concentramento nazisti tra il 1943 e il 1945.
Un altro lavoro che sto portando avanti è una lunga ricerca sui sogni e su come alcuni siano in grado di raccontare aspetti legati sia al personale che al politico. In particolare, sto indagando come i sogni d’acqua raccontino la violenza del cambiamento climatico. Ho scelto l’elemento idrico per sondare questo tipo di storie, perché il nostro corpo ne è in gran parte composto ed è fondamentale per la nostra vita. La rappresentazione che ne viene fatta nei sogni molto spesso riflette il paesaggio acquatico che si ha intorno ed è influenzata dalla sua gestione geo-politica e infrastrutturale. I sogni che ho raccolto in Messico, ad esempio, parlano di un’acqua privatizzata, monopolizzata e troppo spesso inquinata. Essi sono confluiti nel progetto En Ausencia del 2024, in cui ho messo in pratica il dialogo fra documentario e video d’artista. Invece, i sogni d'acqua che sto raccogliendo in Italia per il progetto The Water Dreams Archive sono molto diversi, perché l’acqua in Italia è, per la maggior parte del territorio, accessibile.
Anche il rapporto con il sogno cambia: nel nostro racconto spesso c’è una distanza scientifica, l'osserviamo come strumento psicoanalitico, perdendo l'istantaneità e la sua funzione. Le narrazioni dei sogni raccolte in Messico iniziavano direttamente dentro l’onirico, mentre quelle che sto raccogliendo in Italia iniziano più spesso con il preambolo “Il sogno comincia così”, cosa che implica un distacco.

Questa raccolta di sogni che stai portando avanti è di fatto un archivio basato sui rapporti che crei con le persone. Nel tuo lavoro Il Cielo Stellato mi sembra tu abbia fatto la stessa operazione, ma con le immagini.
Sicuramente c’è una relazione, perché l’idea è sempre di creare un archivio specifico che io possa utilizzare per il progetto. Sia Il Cielo Stellato che The Water Dreams Archive sono basati su open call in cui chiedo di inviarmi del materiale specifico. Non è facile chiedere alle persone i propri sogni, bisogna guadagnarsi la loro fiducia, perché è una narrazione estremamente intima.
Per me è fondamentale creare un rapporto con le persone e ne Il Cielo Stellato ho provato a ripensare in questo senso la fotogrammetria, una tecnica nata agli inizi del Novecento. Durante la Prima guerra mondiale è stata applicata per uso militare a partire da un’idea di Oskar Messter che, durante le osservazioni aeree, sfruttava il cronofucile per realizzare immagini stereoscopiche del territorio sottostante, in modo da poterne ricavare le altimetrie dei rilievi. Chiaramente tali immagini erano prodotte e destinate ad uno specifico apparato di potere, quindi non comunemente accessibili.
Con internet, invece, chiunque può scattare immagini e caricarle online. Alcune di queste vengono sfruttate per generare nuove tipologie di fotogrammetrie, come ad esempio quelle inerenti all’archeologia digitale odierna. Ho scoperto questo nuovo utilizzo mentre realizzavo Palmyra, uno dei miei lavori video. In quell’anno, il 2015, in Siria l’ISIS aveva distrutto l’arco trionfale di Palmira e la comunità archeologica internazionale decise di raccogliere migliaia di fotografie scattate da coloro che avevano visitato il sito archeologico, permettendo di ricostruire l'arco scomparso in 3D e di stamparlo attraverso un’apposita macchina.
Interessandomi all’argomento, ho scoperto l’esistenza della Festa della Madonna della Bruna, che si tiene ogni anno a Matera, in cui accade lo stesso ciclo: distruzione, fotografia e possibile ricostruzione, a livello rituale. Un enorme carro di cartapesta viene costruito, portato in processione per la città e infine distrutto – “strazzato” – nella piazza principale. Ho immaginato che chi partecipa alla festa scatti talmente tante immagini da poterlo ricostruire virtualmente come l’arco di Palmyra: da questa idea è nato il film Il Cielo Stellato. Attraverso una open call ho raccolto migliaia di fotografie e filmati, riuscendo a ricostruire non solo il carro del 2017, ma anche quello del 2016 e parzialmente del 2015.

Da dove nasce il tuo interesse per l’archivio?
Nasce con il mio primo lavoro, È troppo vicino per mettere a fuoco, in cui emergono temi che mi porto ancora dentro, come comprendere le modalità in cui il punto di vista e il portato personale si fanno collettivo o come il politico possa farsi poetico. È troppo vicino per mettere a fuoco è un cortometraggio che ho realizzato all’università ed è un racconto autobiografico, in cui la mia voce ricostruisce la storia della mia famiglia attraverso le fotografie scattate negli anni da mio padre e dal mio patrigno. È stato complesso capire come riassumere la mia vita in 12 minuti, perché dovevo selezionare cosa era effettivamente importante raccontare ad un pubblico.
Mentre ci lavoravo, mi sono resa conto di come le immagini influenzano moltissimo il nostro modo di ricordare e che probabilmente ricordiamo certe cose solo grazie alla presenza delle foto. Durante il processo di selezione della mia stessa memoria mi sono chiesta cosa di quello che ricordavo fosse vero: c’erano tantissime fotografie in cui erano ritratte persone che né io né mia madre riconoscevamo, ma che in qualche modo facevano parte della nostra vita, nonostante fossero ormai molto lontane. Da questo è nato il libro d’artista E altre storie familiari simili – pensato per essere di accompagnamento al cortometraggio – in cui ho raccolto le fotografie che non ho riconosciuto, unite a frammenti di testi che riflettono sul tema della memoria, che nel video è più lineare, cronologica, mentre nel libro è frammentata, rifiutata, un po’ come le fotografie che si trovano sui banchetti dei mercatini.
Dopo questo lavoro sull’archivio della mia famiglia, ho cominciato a lavorare con e sulle memorie altrui. Nel 2012 lavoravo come montatrice video – cosa che porto avanti tutt'ora – sia presso un’agenzia pubblicitaria per le reti televisive locali, che in un centro di aggregazione giovanile. Grazie soprattutto a quest’ultima esperienza ho potuto conoscere persone che non avrei mai incontrato in luoghi come l’università, cosa che mi ha portata a varie e nuove riflessioni, Ogni volta mi chiedo infatti come e quale forma artistica siano adatti a raccontare alcune storie. Ad esempio a Torino ho tenuto un laboratorio di cinema partecipato intitolato Talking About Visibility rivolto a persone dal background migratorio, con le quali ho cercato di indagare i propri immaginari cinematografici: ad ognunə chiedevo in quale film dell’infanzia si riconoscessero e si sentissero rappresentatə, poi insieme avremmo provato a ricontestualizzare e rimettere in scena una parte di questi film. È stata una sfida, poiché alcuni luoghi non rappresentano i bisogni e i desideri delle persone che li abitano, per cui il semplice atto di immaginare talvolta diventa un lusso.

Qual è la tua esperienza nel mondo delle arti come soggetto politico donna?
Io posso raccontare solo della mia percezione personale: non ho mai effettivamente subito una negazione sul lavoro in quanto donna, ma sono spesso permeata dal sentore che la mia parola sia presa meno sul serio di quella dei miei colleghi uomini e questo ha chiaramente una serie di conseguenze sul lungo e sul breve termine. Mi è capitato che nella direzione di alcuni progetti non mi venisse rivolta direttamente la parola se non per dar conferma, per cui il dialogo avveniva prima con il mio collega uomo e/o persona considerata più autorevole al mio fianco, quando in realtà le risposte alle domande le avevo io. Questo avviene soprattutto se parlo di certi argomenti o uso determinati mezzi che sembrano non dovermi appartenere - considerando anche l’infantilizzazione che subisco continuamente a tutti i livelli. Ad esempio mi è stato detto che era insensato che io mi occupassi di nuovi media e tecnologie, perché tratto spesso temi biografici; nella mente del mio interlocutore era ovvio che io, in quanto donna, dovessi lavorare esclusivamente su tematiche concernenti alla supposta sfera “femminile”: cura, sessualità, corporeità, carne, emotività, questioni di genere, etc. Sono ovviamente temi fondamentali che entrano nel mio lavoro, ma credo che la mia libertà consista nel poter problematizzare qualunque argomento io voglia, senza dovermi giustificare come donna, ma solo come artista.
Avresti qualche consiglio da dare allə giovani che si vogliono avvicinare all’arte?
Creare spazi fisici, non solo virtuali, al fine di generare un dialogo che produca effetti tangibili. Credo che bisogna agire per esserci, al di là dell’effimero seducente, come l’evento che non crea cose realmente incisive ma si esaurisce in se stesso, mangiato dalla velocità dell’infosfera e iconosfera. Credo che ciò che è più politico in assoluto è il fatto di esserci, esistere e tentare di creare qualcosa che resta oltre noi nel tempo. È per questo che i monumenti sono affari dello Stato: manifestano il potere. Chi è senza potere - o chi viene indottə a crederlo - deve creare anti-monumenti: libri, oggetti, luoghi, comunità, reti solidali, azioni che si possano diffondere, ed è meglio farlo insieme ad altre persone, per condividerne il peso. Quindi occorre domandarsi: quali sono oggi le cose che restano e quelle che passano?
f.v.





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