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La “solitudine di genere” di Kiran Desai

4 ore fa
Tempo di lettura: 5 min
“[…] la turbava il pensiero di quanto fosse precario il suo mondo. Più persone la circondavano e più si sentiva sola.”

La solitudine di Sonia e Sunny di Kiran Desai


Sonia e Sunny sono due giovani indiani in fuga dall’Oriente e dalle tradizioni delle proprie radici. All’alba della globalizzazione moderna, quando i flussi migratori dell’élite economica tra India e Stati Uniti si intensificano, i due protagonisti rappresentano i figli della nuova aristocrazia transnazionale ed espatriata, i cui genitori usano l’Occidente come un’estensione naturale dei propri privilegi. Ma “il vuoto dell’Oriente non è il vuoto dell’Occidente” e Sonia e Sunny pagano il conto di quell’“emigrazione di lusso” con una solitudine esistenziale e psicologica, un senso di non-appartenenza e di sradicamento nati dal limbo tra la modernità occidentale e il passato indiano.

Kiran Desai, al termine di una stesura durata quasi due decenni, ci regala una storia intima e complessa, in grado di toccare temi umani e sociali. La pubblicazione di questo titolo, edito in Italia da Adelphi lo scorso maggio e destinato all’immediato successo, ci permette di riflettere non solo sul sentire profondamente umano, ma anche sul divario culturale tra Oriente e Occidente e su una solitudine che potremmo definire, per una serie di indizi sparsi qua e là nel testo, di “genere”.


La solitudine di Sonia e Sunny di Kiran Desai, Adelphi, 2026
La solitudine di Sonia e Sunny di Kiran Desai, Adelphi, 2026

SENZA IDENTITÀ TRA ORIENTE E OCCIDENTE

La trama del testo segue l’evolversi e l’intrecciarsi della vita di due giovani espatriati indiani: Sonia si trova in Vermont, dove insegue il suo sogno di diventare scrittrice, mentre Sunny è a New York, per lavorare come giornalista. Le loro famiglie agiate, seguendo tradizioni ben radicate in Oriente, desiderano un matrimonio combinato per i due protagonisti, se non fosse per il rifiuto netto di quell’imposizione da parte loro. Tuttavia, in un arco di tempo che comprende l’ultimo decennio del Novecento fino ai primissimi anni del nuovo secolo, Sonia e Sunny son destinati a dar vita casualmente a un legame profondo fatto di separazioni, viaggi e riflessioni esistenziali.


“Essere privi di volto era una strada per liberarsi anche di nazionalità, genere, religione e razza? Non era un sollievo essere privi di tratti identitari?”.

Ciò che accomuna i due è la solitudine di chi smarrisce la propria identità. Nel tentativo di trovare se stessi e nuove radici in Occidente, Sonia e Sunny perdono e rifiutano il proprio Io, disimparando il mondo e cominciando a conoscere Oriente e Occidente, il Primo mondo e il mondo in via di sviluppo, in modo sbagliato. La solitudine cui vanno incontro ha un doppio volto, che osserva dentro e fuori il loro Essere, privandoli di una casa in ogni dove.

La famiglia gioca un ruolo chiave. Se da un lato opprime imponendo legami, dall’altro spinge verso un’integrazione che i due protagonisti bramano, ma che non riescono a raggiungere in America. L’identità occidentale entra in contrasto con quella orientale e, per chi fugge dal passato, anche il presente si rivela ostico.

 

“Ti sembrerà una cosa bella vivere in America […] ma a un certo punto cominci a domandarti chi saresti diventato se non fossi stata la persona che sei.”

Troppo orientali in Occidente e troppo occidentalizzati in Oriente, Sonia e Sunny si perdono nel confronto tra i due mondi, in quel divario che detta legge e divide – scindendo l’Io umano di chi prova invece a vivere congiungendo le due parti.

Ma quando quell’alienazione diventa solitudine, tocca i due protagonisti in maniera diversa.

 

 

L’ARTE COME SPECCHIO CHE LIBERA LA DONNA


Sole mattutino di Edward Hopper
Sole mattutino, Edward Hopper, 1967

Sonia e la giovane donna raffigurata dal pittore realista statunitense Edward Hopper (1882-1967) potrebbero essere la stessa persona. Sola in una stanza spoglia, il soggetto del quadro ha lo sguardo vacuo, perso nel vuoto in un altrove invisibile, nell’atto forse di riflettere intensamente. La solitudine dipinta da Hopper è tagliente e cruda, talmente reale da appesantire il cuore di chi osserva, portandolo a farla propria. Il silenzio e il vuoto dipinti nella tela del pittore sono allora gli stessi che assillano Sonia dall’inizio delle vicende. Ed è anche per questo che la giovane si ritrova invischiata in una relazione tossica con Ilan, un pittore molto più grande di lei, narcisista ed egocentrico.

Come dichiarato dall’autrice stessa, la questione di genere è una frattura che, alla pari di quelle di razza e di classe, è in grado di influenzare in maniera impattante la libertà e la percezione umana. Questo è d’altronde ciò che accade alla protagonista: la relazione con Ilan la risucchia a tal punto che Sonia diventa incapace di amare e di esprimersi come scrittrice. Riuscire a uscire da quel legame, raccogliendo i pezzi di sé, è un’impresa che le costa fatica per il resto della storia e che torna a più riprese ad assillarla, gettandole addosso un’ombra opprimente e violenta.

 

“Da donna sola come avrebbe fatto a non rimettersi in una situazione del genere?”.

In quanto donna, l’esperienza del viaggio è per Sonia un passo molto più complesso da compiere. Mentre Sunny prova infatti a farsi strada nel mondo esterno, Sonia è costretta a ricercare in primis un’indipendenza e un’autodeterminazione interiore, privata e femminile.

 

“Sonia la riconosceva, era ubiqua, era nell’aria; era in ogni uomo che avesse mai incontrato, quel risentimento. […] quell’odio sarebbe stato l’odio di un uomo che avrebbe potuto sfregiarle il viso con l’acido.”

La solitudine femminile si configura in queste pagine nel pericolo di amare e di essere amate. Le pressioni patriarcali segnano il suo destino: un matrimonio combinato prima, una relazione tossica dopo e il peso di una sopravvivenza solitaria dopo la perdita del padre, gettano Sonia nella paura dell’altro, dell’Uomo. Non si tratta solo del divario Est/Ovest adesso, ma di quello Uomo/Donna che prevede la superiorità del primo e la subalternità della seconda.

Ecco che la solitudine umana diventa un peso doppio per la donna, che diventa oggetto di una tela, ma mai soggetto di una storia nella quale ha subito la meglio. Costretta a lavorare di più, a combattere con maggiore forza, a destreggiarsi in un mondo in cui gli uomini stanno sempre un passo avanti, Sonia vive uno sradicamento non solo culturale, ma anche e soprattutto di genere. Donna, indiana e sola, mentre gli uomini che “corrono in suo aiuto” in realtà non la portano da nessuna parte: Ilan la circuisce, il padre la prosciuga con la sua malattia e Sunny la abbandona più volte.

“Forse poteva pensare in questi termini anche alla morte: come un modo per essere libera, al sicuro, senza la trappola di essere donna.”

Una trappola che invero insegue ogni personaggio femminile incontrato nel testo, ma che Sonia incarna, prima fra tutte, alla perfezione.

 

“Dovrei scrivere anche di me. […] E se una donna diventa uno specchio, se l’arte è uno specchio, come fa uno specchio a creare uno specchio?”.

A un certo punto, Sonia si rende conto di aver lasciato che la relazione con Ilan la conducesse all’alienazione più profonda e che le ha fatto perdere la capacità di scrivere.

Capisce che, nella società patriarcale, la donna è specchio – del e per l’uomo – e che lo specchio è al contempo arte. Perciò, visto che il suo obiettivo è proprio la scrittura intesa come arte, cosa resta della sua capacità di creare, di essere soggetto che dà vita?

Forse la solitudine di genere descritta da Kiran. Oppure anche la consapevolezza che, se la donna è uno specchio, allora questo specchio non imprigiona, ma riflette – non oggettivizza, ma dà nuova vita alla libertà.


Martina | @hoscesounmilionediparole


 



 


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