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Unlimited Love: la meraviglia dell’intensità nell’hyperpop di Underscores

13 minuti fa
Tempo di lettura: 6 min

Esiste ancora la vulnerabilità? Oppure è un ricordo lontano, oscurato dalla coltre della cultura della performance, dall’asfissiante retorica del successo e della finitezza, considerata come l’unica forma di compimento? È ancora concesso essere in transizione indefinitamente, senza data di scadenza, anche se non si desidera necessariamente esserlo?

Oggi l’hyperpop sembra avere una risposta. C’è qualcosa di incredibilmente rassicurante nella libertà di fare musica senza pretendere di farlo bene. È piacevole non preoccuparsi di conoscere in anticipo l’esito del prodotto finale, spesso dettato da un ammasso di distorsioni, voci overprocessate, glitch e sample scovati in angoli reconditi della cultura videoludica dei primi anni 2000.

underscores al live di clubtoclub Torino 2026
Underscores live al ClubtoClub Festival lo scorso 30 ottobre

La sera del 30 novembre al Lingotto di Torino, apparentemente erano tuttə d’accordo. Il Day 2 dello storico festival torinese ClubtoClub è stato un trionfo della scena del pop sperimentale. Lungi dall’impeccabilità – in tantə hanno evidenziato come C2C, giunto alla sua venticinquesima edizione, inizi a mostrare le sue rughe, e che l’anima realmente sperimentale stia iniziando a lasciare il passo a qualcosa di più grande di sé – il palco torinese è stato comunque in grado di creare momenti di catarsi. Prima ancora del set noise iper-decostruito di Arca, la spontaneità disarmante e le sonorità eteree di Oklou, il pop senza compromessi di Robyn e lo shoegaze dalle tinte punk di Chanel Beads, c’è stata una performance che ha segnato un momento di sospensione, una perfetta inaugurazione celebrativa: il live di Underscores. All’interno dei confini dell’hyperpop – ma anche dell’avant pop, a volte punk rock, ma soprattutto dubstep, e forse poco importa sciolinare definizioni – Underscores, al secolo April Harper Grey, è ormai considerata una cultrice della materia, pienamente riconosciuta e rivendicata dalla critica e da amatrici e amatori. Oltre ad essere musicista, produttrice e performer – anche se alla primissimi armi – la cosa più interessante di Underscores forse è il fatto che abbia masterizzato l’arte della noncuranza dell’esito della propria musica e, in ultima analisi, sia in grado di rivelare tutta la fragilità e la precarietà della sua musica e di ciò che vediamo del suo mondo interiore.

 

Un universo narrativo interiore, più che un progetto musicale

U è la sua uscita più recente, un’inattesa masterclass in produzione e liricismo pop, pubblicato a marzo 2026 da Mom+Pop, l’etichetta americana che ha portato in auge nomi rilevanti dell’indie pop statunitense, come i Magdalena Bay e i MGMT. Dietro quell’estetica artificiale, confezionata e automatizzata che il mondo visivo di Galleria (il progetto di identità visiva che accompagna il tour e la promozione di U) sembra evocare, si cela un’umanità quasi invidiabile.

cover album U underscores
Album Cover di U

La copertina dell’album consiste in un’illustrazione che re-immagina in chiave onirica Stonestown Galleria, enorme centro commerciale nella periferia ovest di San Francisco, luogo che Underscores frequentava in adolescenza.Per ammissione stessa dell’artista, la genesi dell’album è stata fortemente sollecitata dai suoni e dagli stimoli visivi che abitano i luoghi di transizione, come gli aeroporti, le stazioni e i piani superiori dei grandi magazzini, quasi sempre semivuoti. L’impressione che si ha è che la fascinazione per lo spazio liminale e per i terzi luoghi, di cui l’immaginario mediatico della cultura postmoderna è – a ragione – particolarmente pregno, sia soltanto la punta dell’iceberg del progetto di Grey. In U, il ritmo dei brani si regge quasi interamente su campioni vocali robotici ed eterei, sostenuti da una cassa dritta oscillante ma ricorrente, quasi volutamente pervasiva. In “The Peace”, uno dei singoli più noti dell’album, la voce campionata e cosparsa di editing di Underscores è l’ossatura stessa della canzone. Ma sotto ciò che si presenta come un brano quasi esclusivamente robotico, si cela una scrittura pungente: la preghiera di mantenere un’armonia a tutti i costi, anche se il prezzo da pagare sarebbe trasformare se stessi, come ad esempio costringersi a fumare pur di compiacere la persona che se ne sta andando (“Easily influenced, but I don’t get addicted”, “And I won’t smoke unless you’re smoking, too”), fino alla consapevolezza di non essere ricambiati e di essere solə nel desiderare disperatamente qualcosa di vero da parte di chi non ce lo darà mai (“To me you’re anyone, to you, I’m just a stranger”, “I just wanna keep the peace with you”). Il romanticismo e i sentimenti erano nuclei ancora poco esplorati nella discografia antecedente di Underscores – cosa atipica nella scena hyperpop contemporanea: basti pensare alle docenti SOPHIE e Charli XCX. In U, sembra quasi che questa carenza possa ora esplodere retroattivamente, come una bomba ad orologeria: l’album è un vero e proprio concentrato dell’inespresso dell’amore – un efficace e ben riuscito viaggio nel mondo dei sentimenti che accompagnano le fasi di un’infatuazione, dall’idealizzazione, all’euforia per la novità, per poi toccare anche lati più reconditi, come ansia, attaccamento e vergogna. La configurazione ritmica incalzante che non cede mai il passo ad una pausa, il tessuto metallico ed elettrizzante degli effetti vocali, i cambi repentini e apparentemente inutili di timbro, le forti influenze dubstep e anni 2000, che fanno il verso ai maestri Skrillex e Timbaland, costituiscono il campo di espressione perfetto di un’intensità che non potrebbe manifestarsi altrimenti.

In “Music”, singolo di maggior successo e forse manifesto del progetto U, la semplicità delle sequenze armoniche e dei testi non sono sintomo di superficialità: il brano è un inno alla spontaneità e alla meravigliosa tragedia di dover sentire tutto insieme, allo stesso momento. “When I’m with you it feels like music”, il passaggio che sostiene il bridge della canzone, esplicita una sorta di conditio sine qua non: se il coinvolgimento sentimentale non è comparabile all’estasi che la musica comporta, non vale la pena viverlo – e vale anche tutto il contrario.“It’s happening again, I feel the bpm”, “And I don’t know what to do, never gelled this well with someone”: la sensazione è irrefrenabile e pervasiva, e non lascia spazio ad alcun potere decisionale. La musica stessa è una sorta di sostanza demiurgica in grado di connettersi e di plasmare le nostre componenti più intime, e quando questo avviene, sembra avere una sorta di funzione assuefativa e dopante: “It’s everything to me”.

Il mondo sonoro di Underscores appare popolato dall’intero spettro del percepibile, a volte anche da sentimenti dicotomici dentro il medesimo brano, quasi sempre nelle repentine transizioni verso le outro, profonde e rivelatrici, come nella pomposa ma amara “Hollywood Forever”, che si conclude con una litania: “You don’t believe in me…”, uno sfogo di frustrazione romantica in dissolvenza, che sembra destinato a rimanere inascoltato. 


underscores hyperpop
L’imperfezione e l’indefinitezza come manifesto

Talvolta l’imprevedibilità della direzione estetica delle tracce di Underscores può sembrare quasi un artificio riuscito per caso, un assemblaggio poco pensato, che nel calderone da cui attinge tantissima cultura artistico-memetica post-moderna, può risultare in un prodotto massimalista, perfettamente accettabile e insindacabile.Ma ad un ascolto più attento, non è così.La direzione non segnata dei brani sembra piuttosto essere dettata da una volontà quasi ferrea di esporsi all’ignoto e, in ultimo, di fare eco alla vulnerabilità di cui l’intero album è fatto. U non vuole in alcun momento essere perfetto o essere un prodotto che vuole compiacere: né la fanbase electropop e queer pop, né cultrici e cultori dell’EDM del primo decennio del 2000, né tantomeno lə più attentə critichə dell’indie pop e del pop sperimentale potrebbero rivendicarne ogni accordo e ogni singolo passaggio armonico.

Eppure, sembra impossibile non essere travoltə dall’universo U, e forse questo accade proprio perché Grey sembra riuscire nell’intento di installare un vero sistema di amplificazione sulle terminazioni nervose del corpo, e lasciare che sia la musica a dare voce a quello che accade quando, per qualche motivo, si sente tanto, forse troppo. La condizione è solo una: i filtri devono essere presenti il meno possibile.Il successo di U sta forse alla base, nella materia che lo compone: l’intrinseca e costitutiva capacità di rendersi totalmente vulnerabili di fronte alle grandi emozioni, alla capacità di amare, e anche forse all’ingenua fiducia nell’estasi che la accompagna. Questa scarica inarrestabile è arrivata anche nella sua performance live del 30 ottobre, ed ha ipnotizzato tuttə. E se anche, come spesso accade, tutto ciò che un tempo era un tripudio di endorfina e serotonina dovesse trasformarsi in dolore e lasciare spazio a un’inesorabile caduta nel vuoto, la consapevolezza di aver sentito tanto può magari non assolvere una funzione riparativa, certo. Ma non per questo il mondo interiore di Underscores diventa meno intenso, né la sua musica si arrende all’oblio e cede ad autocommiserazione.“And if I’m being honest with myself, I don’t want closure… I wanna feel the gravity of losing you”, “And if I’m being honest with myself, the feeling’s over… Worst nightmare coming true”. Con queste parole risuona l’ultima strofa di “Wish U Well”, il singolo di chiusura. La voce di Underscores è quasi sussurrata, su una linea di chitarra troppo semplice per essere vera, e un crescendo di archi iper-editati. Un monito che anche un ricordo che svanisce non è una resa alle cose che vanno e vengono: è comunque una fitta nel petto, un colpo duro da digerire, ma è quasi un privilegio poterla sentire. Underscores ci ricorda che la vulnerabilità nella vita, e nella musica, devono esistere ancora, e che vale la pena non rinunciarvi.


f.z.

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