top of page

L’introspezione femminile come strumento di emancipazione in Clarice Lispector

Rubrica: Libreria Femminista

“Creare è correre il rischio grande di accedere alla realtà.”

– Clarice Lispector, La passione secondo G.H.

Che il linguaggio non sia uno spazio neutro è un’affermazione ormai innegabile: è stato storicamente messo a punto da e per una soggettività maschile che si è autoproclamata universale. Sin dai suoi esordi, la letteratura occidentale ha cercato di assecondare questa egemonia addomesticando l'esperienza umana e incanalandola in strutture linguistiche rassicuranti, dove la sintassi funge da garante dell'ordine costituito. Quando diciamo che il linguaggio mette in comunicazione gli uomini, usiamo un maschile nient'affatto casuale. È un codice patriarcale che definisce la donna come Altro, catalogandone l'esperienza entro i margini della mancanza o della deviazione.

Questa asimmetria strutturale non si esaurisce nella letteratura, bensì si riflette nella quotidianità delle donne, costrette a muoversi dentro una lingua che non le abita e in cui non hanno possibilità di abitare; un lessico che pretende di definirle dall’esterno. Fortunatamente, da sempre le donne trovano dei modi per sottrarglisi.


L’écriture feminine di Clarice Lispector
ritratto fotografico Clarice Lispector scrittrice brasiliana

Clarice Lispector, scrittrice e giornalista brasiliana nata in Ucraina nel 1920 e considerata oggi tra le voci più radicali del modernismo novecentesco, si inserisce precisamente in questa indagine linguistica volta a ripristinare uno spazio nella letteratura che sappia restituire più fedelmente l’esperienza femminile e il suo peculiare punto di vista.


La sua opera richiama da vicino le riflessioni della filosofa femminista Hélène Cixous sull’écriture féminine, in cui viene teorizzata la necessità per la donna di "scrivere il proprio corpo", di scardinare il monopolio del logos patriarcale attraverso una scrittura corporea, porosa e refrattaria alle logiche binarie.

La donna deve scrivere se stessa: deve scrivere della donna e portare le donne alla scrittura, da cui sono state cacciate così violentemente come dai loro stessi corpi. – Hélène Cixous, La risata della Medusa

Lispector traduce questa urgenza letteraria e politica in una scrittura indomita e indomabile, nella ricerca di una connessione tra parola ed esperienza che si spinge oltre i confini tradizionali, erodendo la frontiera tra prosa e poesia. Ben più che una scelta stilistica decorativa, il suo è un atto di sabotaggio linguistico: scardinare la grammatica maschile per far emergere l'innominato, l'eccedenza dell'esperienza femminile che sfugge al consacrato senso comune.


La caratterizzazione come dispositivo femminista

Nella grammatica di Lispector, questa ricerca trova compimento in particolare nella caratterizzazione dei personaggi, che coincide non a caso con uno degli elementi della sua narrativa più discussi dalla critica. Sempre femminili, le sue protagoniste sono donne psicologicamente fragili, fallibili, insoffribili e per nulla interessate ad assoggettarsi agli sterilizzanti ruoli di genere tradizionali, né tantomeno a ridursi a surrogati meglio digeribili e più mansueti. Rifiutando di rendersi più semplici per offrirsi alla comprensione dell’Altro, ma preservando al contrario tutte le complicate sfaccettature del loro sentire, compiono così il primo vero atto di autodeterminazione

Questa visione del personaggio femminile manifesta l’approccio dell’autrice al femminismo, onnipresente nella sua produzione letteraria quanto nella sua personale biografia, pur tuttavia rimanendo fuori dalle tradizionali accezioni del movimento.


Più che a un'istanza riformatrice o programmatica, Lispector guarda infatti alla dimensione privata – e talvolta anonima – della quotidianità: il suo femminismo non si traduce mai in un manifesto ideologico o in una rivendicazione politico-sociale immediata; al contrario, la scrittrice brasiliana propone il femminismo come postura filosofica nei confronti dell'esistenza

L'impulso femminista, infatti, spinge le donne verso la più totale ed esaltante libertà. Tuttavia, questa libertà non è leggera: porta con sé la scoperta di una pesante e inaggirabile responsabilità etica e di una solitudine costitutiva, spesso coincidente con la presa di coscienza dell’impossibilità di essere compresa dall’altro sesso. Per Lispector, l'esito del femminismo è l'accettazione fiera del fatto che, per legge naturale, viviamo e moriamo soli.


La crisi dei rapporti come impulso all'introspezione
copertina vicino al cuore selvaggio clarice lispector

Al fulcro dell’opera di Lispector, dunque, si rintracciano due direttrici inconciliabili: il complesso rapporto tra uomo e donna – la fame inestinguibile di capirsi reciprocamente, di amarsi, e l’incapacità di farlo senza un sacrificio estremo – e il pieno sviluppo della donna come artista e come individuo autonomo. Tra questi due poli si genera una rottura drammatica. Spesso, l'amore e le sue declinazioni si rivelano un compromesso che rischia di schiacciare la soggettività femminile. In Vicino al cuore selvaggio (1944), questo appare chiaro: la dialettica matrimoniale viene rifiutata in nome di una solitudine che mira all'auto-preservazione.

Matrimonio significa la fine, e spesso, quando ti sposi, non ti succede più nulla. Immagina solo questo: avere sempre qualcuno accanto e non poter mai conoscere la solitudine. Mio Dio! Mai più sola con te stessa. – Vicino al cuore selvaggio

Le crisi relazionali diventano così il catalizzatore che propelle i personaggi verso dolorosi e disorientanti processi di introspezione. Tuttavia, nei romanzi di Lispector, questa spinta verso l'emancipazione viene costantemente logorata dalle onde tediose della quotidianità. Il tempo ordinario consuma la rivolta, riducendola a rassegnazione, intervallata solo da sporadici scatti di rabbia.


L'anti-trama come resistenza all’ordine patriarcale

Questa singolare interpretazione del femminismo non si limita a plasmare la psicologia dei personaggi, ma aggredisce e ridefinisce la struttura stessa del romanzo e del racconto

Nelle strutture narrative tradizionali (e prevalentemente maschili), il personaggio è subordinato alla trama: esiste in funzione di un'azione, di uno sviluppo causale e lineare che lo conduce verso un fine predeterminato. Rifiutare di subordinare i personaggi femminili a una trama di questo stampo, alle leggi della causalità, significa rifiutare di subordinare la donna al senso e alle norme che l'ordine maschile ha assegnato al mondo.


Lispector applica questa postura radicale alla sua stessa pratica creativa: “Io non sono una professionista, scrivo quando voglio”, dichiara in un’intervista. In un panorama editoriale che oggi come allora premia l'iperproduttività a scapito della densità dei contenuti, sottrarsi alla logica capitalistica e rivendicare la propria voce autentica e il proprio tempo si configura come un gesto di resistenza femminista.


L'epifania del vuoto

Il fulcro dell'esperienza lispectoriana risiede nel momento epifanico. Tuttavia, mentre nella scrittura maschile tradizionale l'epifania coincide solitamente con un'acquisizione di senso, un'illuminazione logica o un compimento intellettuale che riordina il caos, in Lispector l'epifania subisce un rovesciamento traumatico. Quando i suoi personaggi raggiungono l'istante privilegiato della cognizione, non trovano una direzione, ma l'esperienza del vuoto. L'illuminazione rivela che l'ordine sociale è una finzione grottesca e che l'essere umano si muove come un automa dentro un caos cieco e illogico.

Questo sentire, lungi dall'essere una mera rinuncia nichilista al senso e all’azione, rivela che la coscienza femminile è strutturalmente più prossima alla reale verità del mondo. Spogliata dalle illusioni del potere, del controllo e della linearità – concetti cardine della razionalità maschile – la donna sperimenta la vertigine dell'esistenza nella sua nudità più autentica. Essere libere significa accettare la responsabilità di questa solitudine cosmica. E tale solitudine cosmica non può che essere raggiunta attraverso l’introspezione.


Il caso Amor

Tuttavia, come teorizzato da Simone de Beauvoir nel celebre assunto "donna non si nasce, si diventa", al genere femminile è storicamente negato il diritto all'auto-interrogazione e all'introspezione, a lungo spacciate come prerogative filosofiche esclusivamente maschili. Lispector scardina questo paradigma nel racconto Amor attraverso la protagonista Ana, madre sofferente, insoddisfatta e prigioniera di una quotidianità alienante.

Clarice Lispector scrittrice brasiliana

Schiacciata dal mito centenario della maternità come compimento sacro e totalizzante, Ana sperimenta una crisi esistenziale che le permette finalmente di deviare dagli automatismi quotidiani. Nel momento in cui inizia a interrogarsi, scopre che la radice del suo smarrimento non risiede nelle contingenze esterne – una casa trascurata, un quartiere dimesso, abiti mediocri – ma nell'impossibilità di articolare linguisticamente quel senso di vuoto, e nella conseguente incapacità di abitarlo. Se in un primo momento l'isolamento di Ana rischia di spegnere la sua stessa epifania, sopraffatta dal peso di norme culturali che delegittimano il dissenso materno, il racconto si trasforma presto nella testimonianza di una necessità impellente che trascende le differenze di genere e diventa universale: quella di trovare un linguaggio proprio, o di crearlo ex novo, qualora i codici dominanti non permettano un'espressione autentica di sé. Amor dimostra così che anche i soggetti più alienati e ammutoliti possono accedere alla contestazione semplicemente interrogandosi, imponendo la propria autonomia per svelare che non esiste un'unica voce del reale. E che se anche essa esistesse, non coinciderebbe con quella maschile, strutturalmente parziale e inadatta a esprimere la differenza esistenziale dell’esperienza femminile


Il femminismo di Clarice Lispector si rivela allora per ciò che è realmente: non una rassicurante rivendicazione di uguaglianza entro un sistema corrotto, ma una faticosa ricerca della propria verità che può condurre all’emancipazione. La sua scrittura ci ricorda dunque che l'arte, al suo livello più compiuto, si fa strumento di sopravvivenza, un atto di resistenza radicale contro l'insignificanza del reale.


c.t.

Commenti


bottom of page