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Scandagliare il presente con Veronica Raimo

Rubrica: Voci d’artistə


Veronica Raimo è scrittrice e traduttrice che collabora con diverse testate. La sua scrittura nasce da una continua ricerca linguistica e dal desiderio di mettere in discussione ruoli e certezze, sfaldando i confini tra i generi e giocando sul sottile confine tra verità e menzogna.

Attraverso la lente dell’Io, cerca di indagare il presente con lo sguardo lucido, disincantato e riflessivo delle sue protagoniste. 


Veronica Raimo fotografata
Veronica Raimo fotografata da Carsten Zoltan

M: Per iniziare mi piacerebbe ripercorrere brevemente il tuo percorso con la scrittura: come e quando hai capito di aver trovato la tua voce?

 

V: Ho sempre amato leggere e scrivere racconti fin da quando ero piccola, ma l’ho sempre fatto per me stessa: tenevo diari, scrivevo molte lettere, ma non desideravo diventare una scrittrice, non era un sogno nel cassetto o un’aspirazione. Dopo la laurea ho vinto una borsa di studio per la specializzazione post-tesi a Berlino, in modo da continuare le ricerche per la mia tesi; durante l’università avevo lavorato facendo la cameriera, la commessa, volantinaggio ma a Berlino, per la prima volta, avevo uno stipendio reale e, in qualche modo più tempo per dedicarmi alla scrittura. Presto mi sono resa conto che non avevo nessun desiderio di seguire la carriera accademica: durante questi sei mesi a Berlino ho cominciato a scrivere qualcosa che non sapevo ancora cosa fosse. Mandavo ciò che scrivevo all’editor di “Minimum Fax”, che mi ha incoraggiato a continuare finché, quasi a mia insaputa, mi sono ritrovata tra le mani un romanzo. Mi è arrivata la telefonata della casa editrice che voleva pubblicarlo, ma io non ero nemmeno del tutto consapevole di averlo scritto… è una storia abbastanza strampalata: il racconto grottesco di un impresario di pompe funebri incapace di provare dolore. Da quel momento la scrittura è diventata una possibilità concreta che ho deciso di portare avanti: ho continuato a scrivere pur non riuscendo a viverci, ma iniziando una serie di altri lavori che avevano più a che fare con il mondo dell’editoria: ho cominciato a scrivere qualche pezzo sui giornali, a tradurre… tutte cose che avevano a che fare con la scrittura in senso lato


M: Tu sei anche traduttrice: questo influenza la ricerca di un tuo stile? Cosa ti porti dietro di questo lavoro nella stesura dei tuoi romanzi?  

 

V: Secondo me sì, all’ inizio non mi rendevo conto di quanto fossero affini i due processi. Col tempo, invece, ho capito che quando traduci la cosa peggiore che ti può capitare non è tanto il periodo complesso, pieno di subordinate, ma un periodo un po’ sciatto, scritto male, poco chiaro e poco curato. Nel mio lavoro di scrittura, quindi, cerco di trovare una lucidità e una razionalità di pensiero, non perché pensi a chi mi deve tradurre, ma il fatto di vedere quella sciatteria in altri libri mi ha fatto pensare che è fondamentale avere un rigore nello scrivere. Cerco di sforzarmi molto in questa direzione, quindi, se c’è stata un’influenza, credo sia stata questa qui. 


M: A proposito di questa ricerca di una lingua, che immagino sia sempre in evoluzione, la tua voce è arrivata a molti con Niente di vero, con cui hai vinto lo Strega Giovani. Secondo te perché questo libro, più dei precedenti, ha avuto un impatto così forte? Te lo aspettavi?

 

V: È una domanda a cui non so ancora rispondere e che continuo a farmi. Sicuramente non me l’aspettavo, anzi ero molto insicura. Mi sentivo più tranquilla riguardo altri romanzi, come Miden, di cui riuscivo a vedere l’opera compiuta; con Niente di vero, invece, non sapevo bene cosa stessi facendo. Aveva una forma strana: non era un vero e proprio memoir, aveva un registro comico, episodi frammentati e mancava un filo conduttore o un pretesto narrativo classico. L’ho fatto leggere ad alcuni amici di cui mi fidavo e hanno avuto tutti una reazione positiva, però anche loro avevano difficoltà nel definirlo… Quando l’ho inviato agli editori non ero ancora certa che fosse qualcosa di pubblicabile, avevo davvero moltissimi dubbi, e invece ho ricevuto risposte entusiaste dalla maggior parte degli editori italiani, una cosa per me totalmente inaspettata: intravedevano un potenziale che evidentemente io non avevo notato. 

Ho scelto di pubblicarlo con Einaudi perché, in fase di editing, mi è sembrato che rispettassero di più la natura frammentaria e aperta del libro, che forse è stata la sua fortuna.  Però davvero non lo so spiegare, magari posso provare a ricostruire delle motivazioni… Era appena terminata la pandemia e forse c’era voglia di un libro con degli aspetti comici, un testo in cui riconoscersi per certe disfunzionalità familiari. Si sono identificate persone molto diverse tra loro: è piaciuto a ragazzi e ragazze molto più giovani di me, così come a persone molto più grandi. È stata una serie di contingenze e di fortuna, davvero non so spiegarmelo... Tu lo sai perché?


copertina libro

M: Per quanto mi riguarda, quando l’ho letto mi è sembrato qualcosa di mai visto prima, soprattutto in Italia, mi ricordava lo stile di alcune autrici anglosassoni o altre opere come Fleabag di Phoebe Waller-Bridge. Credo sia stata una coincidenza felice: un personaggio finalmente non stereotipato, il racconto della difficoltà di crescere, una voce ironica e dissacrante… a questo proposito, vorrei parlare del rapporto tra Io e letteratura. Rispetto a una certa tradizione che usa la scrittura del sé per “testimoniare” una verità, Niente di vero palesa subito la finzione: qual è per te il rapporto tra scrittura e menzogna? Come hai lavorato alla costruzione dell’Io letterario in cui molti si sono identificati? 

 

V: Sì, io l’ho trattato come un romanzo di fiction vero e proprio, costruendo dei personaggi.  In realtà, all’inizio, il libro era nato dall’idea di scrivere un monologo teatrale: stavo collaborando con un collettivo di autrici e attrici comiche che aveva fatto un po’ di serate a Roma e poi si è sciolto… lavoravo molto con Cristina Pellegrino (l’attrice che presta la voce a tutti i miei audiolibri) e volevo scrivere uno spettacolo per lei, quindi l’ho pensato immaginando lei, ma attingendo anche dal mio vissuto. C’era già quindi uno straniamento: pescavo dalla mia vita, ma proiettandola su un altro corpo, un’altra voce, un’altra persona. Anche questo fa parte del perché non sapevo bene cosa stessi facendo perché questo avveniva prima della pandemia, poi è arrivato il Covid e  i teatri sono stati tra i primi luoghi ad essere chiusi e non era molto lungimirante continuare a scrivere per la scena…  anche se non ho smesso di pensarci, con Cristina Pellegrino ogni tanto ce lo diciamo “portiamolo anche a teatro”. A quel punto la storia ha virato verso la forma narrativa di romanzo, ma il fatto di averlo concepito per un’altra persona mi aveva già permesso di creare un personaggio che non ero io, per quanto fossi in parte io e così anche per gli altri personaggi che dovevano avere una caratura comica. 

Per me è stato chiaro da subito che non volevo fare una semplice autofiction o un memoir classico, niente di testimoniale. Mi vengono in mente i film di Moretti o i primi di Troisi: l’autore attinge a se stesso per creare un alter ego che diventa il centro di una commedia, ho provato a fare qualcosa del genere. 

 

M: Scrivere, in fondo, è sempre un po’ manipolare la realtà. È necessaria una distanza, anche quando si pratica la scrittura dell’Io?

 

V: Sì, assolutamente. È comunque una costruzione: non si può trascrivere tutto. Anche solo decidere cosa raccontare, cosa mettere in primo piano e cosa eliminare, è una decisione narrativa, quindi una manipolazione.

copertina libro

M: Mi incuriosisce molto questa crescita dell’autofiction, mi sembra che la scrittura dell’Io stia gradualmente superando la terza persona. Credi che la narrazione classica non sia più adeguata a raccontare l’oggi o, per quanto ti riguarda, è una tua esigenza personale?

 

V: Sì, rispetto alla scelta tra prima e terza persona, mi rendo conto che con la terza non mi trovo comoda. Ho scritto un solo romanzo in terza persona, il secondo, ed è stato anche il romanzo più fallimentare direi, si chiama Tutte le feste di domani e non so, per il mio tipo di scrittura mi piace molto che la voce narrante abbia uno sguardo e un accesso diretto sulla realtà. Non amo tantissimo le descrizioni, non mi sento molto in grado di farle e credo ci voglia una certa presunzione nel fare l’autore esterno che manovra tutti i personaggi dall’alto. Quell’impostazione da romanzo ottocentesco non la sento mia, per quanto possa aver amato scrittori che facevano questo, oggi la sento un po’ come una forzatura; per come scrivo, è una formula con cui non mi sento a mio agio.

Rispetto al perché l’autofiction stia andando così tanto, credo un po’ dipenda da momenti storici in cui certe tendenze prevalgono su altre, raccontare il presente in continua trasformazione oggi è più difficile, ma è vero che è questione di percezione. Quando ho scritto Miden, parlavano tutti di un nuovo filone di “speculative fiction” che poi non è minimamente stato un filone. Ci sono stati dei libri forse che sono andati bene che partono da un Io narrante che assomiglia all’ Io scrivente e da lì l’editoria si è adattata ciò che funziona. Se devo pensare a cosa appartiene davvero all’oggi editoriale, vedo più il ritorno delle saghe familiari o i racconti di emancipazione femminile sempre ambientati in un’epoca passata, questo lo vedo come una moda, molto più dell’autofiction. L’autofiction in fondo c’è sempre stata e forse oggi si contamina di più con altre cose, e questo forse è l’aspetto che mi interessa di più: i libri che sono un po’ memoir, un po’ saggistica… Ho letto ultimamente un libro che mi è piaciuto tantissimo di Maggie Nelson, Le parti rosse. Autobiografia di un processo, pubblicato adesso da Nottetempo (anche se l’originale risale al 2007), in cui lei mette insieme molte cose diverse: saggistica, riflessioni sul senso dello scrivere, sul come raccontare la violenza, la descrizione di un processo… Ci sono molti livelli di stratificazione e a me quel modello di narrativa oggi mi interessa parecchio. 

 

M: Molto interessante quello che dici su personaggi femminili: si tende a raccontare l’emancipazione femminile legandola quasi sempre al passato, come se il processo fosse concluso e non si riuscisse a narrare il presente. Nella maggior parte dei tuoi libri, invece, le donne protagoniste non sembrano scritte per seguire un arco di emancipazione prestabilito, tutto rimane molto aperto. Questo nasce da una volontà di distaccarsi da un certo modello di costruzione del personaggio? 


V: Sicuramente così come mi è difficile usare la terza persona e creare dei mondi chiusi, trovo faticoso seguire delle parabole che abbiano un inizio e una fine, mi piace più procedere per singole scene e per inciampi: conosco l’innesco, so cosa mi interessa, ma non so mai precisamente dove andrò a parare. Non ragiono mai in termini di schemi e parabole autoconclusive, ed è una cosa che amo nei libri, nei film, negli autori e nelle autrici che mi piacciono, una narrazione che procede per scarti più che in maniera lineare. Forse anche il mio modo di ragionare è un po’ così per scarti, credo sia la forma che mi assomiglia di più. 

 

M: Sì, è come se tu mostrassi un processo che, pur essendo spesso difficile o doloroso, rimane sempre aperto. I personaggi lo attraversano senza la pretesa di insegnare qualcosa al lettore o di trasformarsi in una “bussola morale” ...

 

V: No, certo. La letteratura per fortuna offre tanta libertà, compresa quella di potersi tenere al riparo dalla morale stringente, mi sembra uno spazio di libertà che va preservato. 

 

M: Rispetto a dinamiche femminili e femministe, le tue protagoniste sono molto lucide e consapevoli a riguardo ma restano distaccate e disinteressate al giudizio degli altri, in un qualche modo evitando il cliché del personaggio forte, arrabbiato, militante, forse perché La vita è breve eccetera... È un tuo modo per scardinare certi stereotipi femministi e proporre una narrazione diversa?

 

V: Anche perché lo stereotipo “femminista” è spesso il prodotto di una narrazione mainstream appiattita. Al contrario per me, quello che il femminismo, o meglio i femminismi, mi hanno dato è mettere continuamente in discussione uno status quo, compreso il femminismo stesso. Tutta la dialettica che esiste all’interno dei vari movimenti è ciò che mi interessa davvero, e per me questa cosa nei personaggi c’è, si interrogano costantemente su cosa stanno facendo, sulle loro scelte. Quindi, appunto, il cliché della femminista è dato da una narrazione appiattita che se ne fa; il pensiero femminista è di per sé un pensiero altamente dialettico, soprattutto perché mette sempre in discussione la realtà e lo status quo. È un pensiero combattente e non moralizzante.


copertina libro

 

M: A proposito, per concludere vorrei arrivare al tuo ultimo romanzo, dove la protagonista dice: “non odiavo sentirmi vittima, odiavo non sapere cosa significasse esserlo davvero”. È chiaro che non c’è un modo giusto o sbagliato di essere vittima; eppure, socialmente ci si aspetta sempre che una donna si comporti e pensi in un determinato modo, aspettative che la tua protagonista invece disattende. Mettere chi legge in una posizione scomoda, obbligandolo a fare i conti con i propri bias e giudizi, è per te un atto politico femminista? Quanto è importante per te provocare chi legge? 


V: Scrivere è mettersi in una posizione scomoda da soli, è difficile quindi voler mettere comodo l’altro. Si scrive sempre da una posizione di disagio e di incertezza, per me è l’unico modo possibile. Dopo Niente di vero avrei potuto scrivere “Niente di vero due”, riproponendo una formula che aveva funzionato, ma non sarei mai riuscita a scriverlo perché sarebbe venuta meno proprio quella condizione di incertezza, non avrei saputo cosa dire; se hai delle certezze, che scrivi a fare? Quindi sì, quella condizione di dubbio costante, che per me riguarda tutto il processo di scrittura, probabilmente voglio farla riverberare nel testo e spero che arrivi anche a chi legge. Penso sia una condizione necessaria, non soltanto per la scrittura, ma per tutte le forme artistiche. 

 

M: A proposito di narrazione, la protagonista desidera una “lingua neutra” per raccontare l’accaduto, volevo chiederti, qual è stata la difficoltà nel cercare una lingua che non scadesse nel pietismo o nel voyeurismo?

 

V: La scena della violenza, in particolare, è stata molto difficile da scrivere. Mi sono interrogata a lungo se dovessi scriverla o semplicemente ometterla, alludere e basta… C’è un film uscito da poco, Sorry, baby, dove la scena della violenza non viene mostrata, ma la regista la lascia intuire rimanendo fuori dalla casa e mostrando il passaggio di tempo con il cambiamento luce, quella l’ho trovata un’ottima scelta registica.  Io mi sono chiesta molto se dovessi entrare nella stanza e poi ho capito che dovevo entrarci perché per me doveva essere chiaro, almeno da un punto di vista delle dinamiche fattuali, cosa era successo perché altrimenti avrei aggiunto un’ambiguità che non soltanto non mi serviva ma sarebbe stata dannosa. Quindi per raccontare quella scena ho cercato davvero di ridurre al minimo qualsiasi tipo di enfasi. Poi, ovviamente, essendo tutto raccontato dallo sguardo di lei, è come se lei cercasse una significazione diversa, un’interpretazione differente di quello che stava succedendo, come se cercasse delle ragioni in quel gorgo di pensieri che ha nel momento in cui accade. Non volevo, però, che i movimenti e le dinamiche avessero nulla dell’abbellimento letterario. In generale tutta la lingua di questo libro è mimetica rispetto al personaggio, che è un personaggio molto disincantato che ha anche delle sue asprezze, un certo sarcasmo quasi acido: anche per quello ho cercato di usare una lingua che non fosse particolarmente poetica ma che fosse in certi casi anche molto cruda, gergale. Mi sembrava la lingua che avrebbe usato lei per raccontarlo, perché la voce narrante è la sua. 

 

M: Un’ultima cosa: prima citavi il cinema; quanto ti influenza ciò che leggi o vedi mentre scrivi? E ci sono dei libri o dei film che ti senti di consigliare in questo momento?

 

V: Sì ovviamente sono molto influenzata da quello che leggo e durante il processo di scrittura cerco di leggere cose che sento più vicine in quel momento, altre volte sento che riverberano ricordi di letture antiche, l’influenza è costante e non sempre consapevole. Per esempio, mentre scrivevo questo libro un testo che ho amato tantissimo per come racconta la vittima e le ambiguità della violenza è La chiamata di Leila Guerriero; poi ho riletto racconti di Emma Cline che trovo scritti benissimo e con dei personaggi femminili molto belli, I love dick di Chris Kraus  e tanti altri che ora non mi vengono in mente. 

m. b.


 



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