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Louisa May Alcott e le sue (vere) Piccole donne

Rubrica: Libreria femminista


Siamo nel maggio 1868 quando la scrittrice americana Louisa May Alcott scrive nel suo diario: “Mr. Niles (il suo editore) wants a girls’ story, and I begin ‘Little Women.’ Marmee, Anna, and May all approve my plan. So I plod away, though I don’t enjoy this sort of thing. Never liked girls or knew many, except my sisters; but our queer plays and experiences may prove interesting, though I doubt it.”

Anni dopo, rileggendolo, lei stessa annoterà sopra l’ultima affermazione “good joke”. Come non darle torto, visto che il suo romanzo Piccole donne, pubblicato proprio nel 1868 divenne oltre che un successo commerciale e critico nell’immediato, un classico della letteratura americana e non solo.

La ragione di tanta fortuna risiede nelle protagoniste del libro, le quattro sorelle March dipinte nelle loro vicissitudini e imprese quotidiane, una rappresentazione nuova e fresca della condizione femminile dell’epoca, fotografata nelle consuetudini più che nell’eccezionale, investigata nei suoi sogni e nelle sue sfide di tutti giorni piuttosto che in storie inusuali o drammatiche.

ritratto di louisa may alcott
Ritratto di Louis May Alcott, 1832-1888

Alcott non era un’esordiente: al tempo in cui scrisse il romanzo aveva già pubblicato altri libri, ma non era sicura del successo di questo in particolare. Non si considerava amante delle “girl’s story”, ma non certo perché non fosse dalla parte delle donne. Semplicemente, la condizione femminile dell’epoca che relegava la donna in una gabbia sociale era troppo asfissiante per lei (che infatti svolse numerosi lavori ritenuti maschili all’epoca), e per questo difficile da scrivere. Eppure, fu proprio il parere delle donne intorno a lei – la nipote del suo editore e le sue sorelle – che la convinsero a continuare. “Sent twelve chapters of ‘L.W.’ to Mr. N. He thought it dull; so do I. But work away and mean to try the experiment; for lively, simple books are very much needed for girls, and perhaps I can supply the need”, annota nel suo diario, comprendendo la lacuna dei libri scritti per le donne e intuendo che forse il punto di partenza potesse essere  ciò che conosceva, la vita intorno a lei.

E infatti, con Piccole donne Alcott non dovette inventare quasi nulla.

Il romanzo, insieme al successivo Piccole donne crescono, è definito infatti autobiografico o semi autobiografico, perché le quattro protagoniste sono tratte proprio da Alcott e dalle sue tre sorelle. Il motivo per cui l’opera risulta ancora così vera è perché senza sforzi ci permette di entrare nelle vite delle sorelle March e nelle loro lotte per farsi spazio nel mondo, attraverso un’introspezione femminile rara per l’epoca, proprio perché vissuta in prima persona.


La famiglia Alcott

Le sorelle Alcott erano figlie del filosofo trascendentalista Amos Bronson Alcott e dell'attivista sociale Abby May. Quando si trasferirono a Boston il padre fondò una scuola sperimentale e le figlie crebbero influenzate dagli amici e filosofi che il padre frequentava, tra cui Ralph Waldo Emerson e Henry David Thoreau.

È chiara quindi la grande influenza che aiutò le donne nella loro formazione, spinte da ideali illuminati e progressisti, e attive in battaglie sociali come la partecipazione ad una rete clandestina che aiutava la fuga degli schiavi neri. Tuttavia, questo non le esentò dalle fatiche della vita: la famiglia attraversò diversi momenti di crisi, costringendole a lavorare e contribuire all’economia familiare.

La passione per le tematiche sociali con cui crebbero portò Louisa, la scrittrice di casa, ad attivarsi per l’emancipazione femminile attraverso il sostegno del suffragio universale e a diventare la prima donna di Concord, dove vivevano, a iscriversi e votare per un’elezione di cariche scolastiche. Inoltre, lavorò come volontaria infermiera nella Guerra di Secessione americana (guerra descritta nel libro, in cui è però la madre a offrire i suoi servigi).

Luisa scrisse sotto lo pseudonimo di A. M. Barnard i suoi primi lavori, che furono elogiati per uno stile popolare e uno spiccato senso dell’umorismo (che si ritrovano anche in Piccole donne). Un altro elemento caratteristico è la moralità: attraverso le vicissitudini delle sorelle March, Alcott racconta una storia di maturazione, di passaggio da adolescenza a vita adulta, impregnato di insegnamenti tipicamente puritani. Alcott nella sua vita si impegnò nell’ambito scolastico e lottò per l’insegnamento paritario di bambini e bambine; anche per questo Piccole donne è considerato un libro per l’infanzia e fu per molto tempo un testo di riferimento per la pedagogia.

prima edizione di piccole donne
Prima edizione di Piccole donne, 1868

Nel 1868 uscì il primo volume, chiamato Little Women: or Meg, Jo, Beth and Amy. “It reads better than I expected”, scrive sempre nel suo diario ad agosto. “Not a bit sensational, but simple and true, for we really lived most of it; and if it succeeds that will be the reason of it. Mr. N. likes it better now, and says some girls who have read the manuscripts say it is ‘splendid!’ As it is for them, they are the best critics, so I should be satisfied”.

È attraverso i commenti delle donne intorno a lei che Alcott si convinse delle potenzialità della sua storia. Il secondo volume uscì l’anno dopo, denominato Good Wives - Buone mogli, titolo scelto dall’editore a cui Alcott cercò di opporsi invano. Nel 1880 i due libri furono uniti in Piccole donne (ma rimangono separati nella versione italiana).

Se le sorelle March ci sembrano così reali attraverso la pagina, è perché le donne che le hanno ispirate sono reali. Esse rappresentano quattro modi distinti di vivere l’essere donna del periodo, e nella complessità dei loro personaggi permettono a tutte di immedesimarsi. Ognuna di loro dipinge un punto di vista caratteriale unico sul mondo, mossa da un’aspirazione che la determina e la sprona a diventare soggetto agente del proprio destino. Come le donne da cui Alcott prese ispirazione.


Meg March – Anna Alcott

Nel libro, Meg è la sorella maggiore e anche la più incline ad inserirsi nel mondo americano, strutturato per la donna sul debutto in società e sull’idea di trovare marito. Amante degli agi e dei vestiti, ma sempre consapevole della loro capacità economica, è pronta a lavorare per guadagnarseli. In quanto sorella maggiore è la più giudiziosa e ubbidiente, pronta a fare il suo dovere senza protestare, materna con le altre e comprensiva.

Alcott prese ispirazione dalla propria sorella maggiore, Anna. Da sempre appassionata di recitazione, scriveva insieme a Louisa brevi spettacoli che poi amava mettere in scena. Quando la famiglia si trasferì a Concord, le due aprirono una dilettantistica compagnia teatrale, dove Anna conobbe John, un attore di cui si innamorò. Lo stesso personaggio di John compare in Piccole donne (sebbene il mestiere sia diverso), e anche il loro  matrimonio ricalca la realtà..

Meg viene descritta come una seguace delle regole e nel secondo libro viene raccontata principalmente dentro i travagli del matrimonio. Nonostante l’approccio di Alcott sia  affettuoso nei suoi confronti, tra le pagine si comprende la frustrazione della scrittrice per una scelta che non condivideva – quella del matrimonio – frustrazione che però non sfocia mai in una critica.  Anzi, Alcott prende spunto dall’evento per inserire insegnamenti sull’uguaglianza tra marito e moglie. Le difficoltà di Meg nel matrimonio, descritte senza patine e con grande limpidezza, riflettono la condizione femminile di moltissime donne e, non senza preconcetti dell’epoca, Alcott offre un punto di vista nuovo e femminista su come vivere il matrimonio. “Essere donna non vuol dire chiudersi fra quattro mura: cerca piuttosto di capire cosa succede là fuori, informati, chiedi, leggi, partecipa alle cose del mondo”.

Grazie a questo approccio Meg non rimane chiusa in uno stereotipo, ma diventa un personaggio che media tra le costrizioni dell’epoca e la scelta individuale, trovando un compromesso per tutte quelle donne che la leggevano, e nel pieno spirito puritano di cui il libro è impregnato, riesce a insegnare come vivere le difficoltà inevitabili di essere donna.

adattamento cinematografico di piccole donne del 1949
Piccole donne, adattamento cinematografico del 1949

Beth March – Lizzie Alcott

“Nel mondo esistono sempre tante Beth, creature miti e soavi che se ne stanno in disparte, ed escono dal loro angolino solo se qualcuno si rivolge a loro perché ha bisogno di assistenza e di appoggio. Sono creature che sanno sacrificarsi sempre con il sorriso sulle labbra, e gli altri sanno apprezzarle solo quando il destino le porta via, lasciando dietro di loro un vuoto per cui non c’è conforto.”

Elizabeth Sewall Alcott, detta Lizzie, fu la sorella Alcott che morì di scarlattina nel 1858. Di lei sappiamo poco, esattamente come di Beth, la terza sorella March. Nonostante nei suoi diari ne parli raramente, Alcott descrive Beth nel romanzo in modo così puro e dolce che è impossibile non pensare a quanto bene avesse voluto alla sorella defunta. La sua morte nel libro è straziante proprio per il dolore palpabile che Alcott riesce a inserire nelle pagine, legata a lei come Jo lo è a Beth.

Beth è descritta come la santa della famiglia, docile e quieta, che non vuole dare nell’occhio e che passa il suo tempo tra faccende di casa e pianoforte. È il personaggio più idealizzato, ma volutamente, come se Alcott avesse voluto imprimere nella carta le caratteristiche più lodevoli della sorella per poterla ricordare. 

Meg e Beth, comunque sia, rappresentano due personaggi che ben si inseriscono nella mentalità dell’epoca, a cui si fanno da contrappeso Jo ed Amy, le due artiste di casa, o meglio coloro che non vogliono scendere a patti con la loro ambizione. Per quanto Meg e Beth siano mosse da passatempi come la recitazione e la musica, non li ricercano con tanta passione quanto Jo ed Amy, che infatti ricalcano le due sorelle Alcott che hanno fatto più strada.


amy march interpretata da florence pough in piccole donne
Amy March (Florence Pough) nell'adattamento cinematografico del 2019

Amy March – May Alcott

Amy, sebbene fosse la più giovane, era un personaggio molto importante, almeno secondo la sua opinione”. Questa volta è facile trovare la sorella Alcott nella sorella March, dato che cambiando le lettere si passa quasi meccanicamente da May ad Amy.

La donna reale doveva essere tanto vitale e sicura di sé quanto lo è la sua versione letteraria, dato che sin da piccola si dimostrò propensa per il mondo dell’arte, contribuendo all’economia domestica vendendo i suoi lavori e insegnando disegno. Fu l’unica ad andare a scuola e a studiare per la sua ambizione: dopo il successo di Piccole donne, di cui curò l’illustrazione, Louisa le diede i soldi per andare in Europa a studiare, e nel 1877 fu l’unica donna americana la cui natura morta fosse esposta al Salon di Parigi.

Amy è spesso il personaggio più sottovalutato di Piccole donne, perché il punto di vista di Jo (che è Alcott stessa), ci fa focalizzare sui suoi aspetti più infantili. Amy in realtà, soprattutto nel secondo libro, diventa una ragazza brillante nelle dinamiche sociali e nell’ammaliare le persone con la sua personalità, ma insicura del suo talento, nonostante molto portata. “Il talento non è genio, e non basta tutta l’energia del mondo a renderlo tale. Voglio essere grande, o niente”. Jo, al contrario, è incapace di stare alle regole sociali, ma trainata da una passione per la letteratura e per la scrittura che la rende d’esempio agli occhi di Amy e anche la sua fonte di comparazione costante.

L’essere diametralmente opposte le rende più inclini a scontrarsi, ma è solo crescendo che imparano che ciò che le unisce è in realtà essere motivate da una passione. Solo accettandosi riescono a venire a patti l’una con l’altra, ed infatti sono le due più soddisfatte alla fine della storia, comprendendo che la loro opposizione è dovuta alla loro stessa forza vitale. Dopotutto, Louisa affidò a May l’illustrazione del romanzo e non esitò a pagare per la sua istruzione, dimostrando come spesso la società voglia le donne invidiose le une delle altre, ed enfatizzando che  solo andando oltre le differenze possiamo vedere nell’altra le nostre stesse ambizioni.


Jo March – Luisa May Alcott

Jo è forse il vero motivo per cui le giovani lettrici continuano ad innamorarsi di Piccole donne. Non perché le altre sorelle March siano meno interessanti, ma perché la penna di Alcott enfatizza la passione e la determinazione della secondogenita in un modo che solo chi l’ha provato sulla propria pelle può comprendere, rendendola di fatto la protagonista della storia. Jo è per le ragazze ribelli, per coloro che non hanno mai saputo o voluto giocare alle regole imposte dalla società.

Chiara Gamberale, nell’introduzione all’edizione di Piccole donne del 2025 la descrive come “l’alter ego di tutte noi, donne inquiete di oggi, adolescenti arrabbiate di ieri, bambine rompipalle dell’altro ieri”.

Jo è definita il “maschio di casa”, il cavallo impazzito che non sta a nessuna regola, dal carattere determinato e tenace, che non esita a prender in mano la situazione e vive con molta frustrazione la mancata libertà che il suo essere donna le impone. “Se fossi un ragazzo scapperemmo insieme e ci divertiremmo un mondo, ma poiché sono una miserabile fanciulla devo essere seria e starmene a casa”. Gli accenni alla voglia di essere un ragazzo (cosa che anche Alcott stessa afferma più di una volta) è da comprendere nella vita che Jo invidia agli uomini intorno a lei, a partire dal padre che è andato a servire il paese e che avrebbe voluto raggiungere.

Ma Jo non rimane ferma nelle sue caratteristiche più spigolose: “vedete, Jo non era l’eroina di una fiaba: era solo una ragazza, una ragazza in carne ed ossa che lottava, come tante altre sue coetanee, per trovare il posto nel mondo, e seguiva la propria indole e non un copione; ed era triste, intrattabile indolente o piena di energie a seconda dell’umore del momento”. Jo piace per la sua inquietudine, per la sua capacità di sfuggire ad ogni regola, perfino quelle di una storia tradizionale, come quando respinge Laurie: “amo troppo la mia libertà e non ho alcuna fretta di rinunciarvi per amore di un uomo”.

rappresentazione di jo march, piccole donne
Disegno di Jo March

Every lad I ever knew claims the character”, afferma l’autrice nel suo diario riferendosi al personaggio di Laurie – il vicino di casa con cui Jo sviluppa un rapporto speciale quanto complesso – specificando però che non prese ispirazione da nessuno in particolare. Il rapporto tra Jo e Laurie è anche ciò che rese famoso il libro inizialmente. “Girls write to ask who the little women marry, as if that was the only end and aim of a woman’s life. I won’t marry Jo to Laurie to please any one”, scrive Alcott sul suo diario, dichiarando esplicitamente quanto non solo non fosse interessata a far sfociare in un amore romantico l’amicizia platonica tra i due (in una rivoluzione culturale che ancora non è completata, se si pensa a quante poche rappresentazioni di un’amicizia tra uomo e donna si hanno), ma che non le importava dare un finale romantico in generale a Jo. Come dice lei, il finale di Jo non è un matrimonio ma la sua carriera artistica.

Eppure l’editore costrinse Alcott a far sposare Jo con Mr. Baher, un professore inventato che Alcott sottolineerà più volte essere stato creato solo per esigenza editoriale.

Alcott stessa non si sposò mai, e non è difficile trovare quindi nelle parole di Jo la sua stessa determinazione nel ricercare una libertà che andasse oltre le costrizioni della donna. Lei stessa in Piccole donne afferma: “Quando vedo una ragazza che combatte per trovare il suo posto nel mondo, come è successo a me, vorrei tenderle la mano e aiutarla, così come sono stata aiutata io”. Forse è qua che sta la vera ambizione dell’autrice, scrivere di donne: diverse, uguali, ambiziose, tradizionali. Scrivere di loro perché si sentano viste e rappresentate, scrivere di ciò che conosce perché le possa aiutare a trovare la loro strada, qualunque essa sia. Ricordare loro che non sono sole, perché nella famiglia che ha avuto, Alcott sola non si è mai sentita.

Se Jo si sposa alla fine è solo perché non si credeva possibile un lieto fine per una donna che non corrispondesse al matrimonio, ma Alcott ha vissuto la vita che il suo personaggio non ha potuto avere, dimostrando che i finali ce li possiamo scrivere da sole.

c.m.


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