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Canto selvaggio di Antonia Pozzi

Rubrica: Libreria femminista


STORIA FAMILIARE - Parole censurate -

Antonia Pozzi, Pasturo
Antonia Pozzi, Pasturo

Antonia Pozzi è nata il 13 Febbraio 1912 a Milano, figlia dell’avvocato Roberto Pozzi, originario di Laveno, e la contessa Lina Cavagna Sangiuliani di Gualdana . Fequenterà il Liceo Classico Manzoni e la facoltà di Lettere e Filosofia in Statale. Con casa a Santa Margherita e a Pasturo, sul lago di Como, sembrerebbe rappresentare la milanese doc. Potremmo farle il verso. Peccato non sia da prendere alla leggera su questo. 

L’essenza di Antonia è intensa, audace e rocambolesca. Non si lascia ammorbidire né scontornare. Una Pippi Calzelunghe lombarda. È integra nella sua emotività e nel suo sentire, non affatto fragile come viene spesso descritta, ma forte e trainata da una limpidissima capacità emotiva e intellettuale di comprendere la realtà attraverso il suo sguardo e il suo sentire. È slegata da saperi costituiti e ideologie del proprio tempo e porta uno sguardo autonomo nei confronti della vita. Nietzsche la definirebbe inattuale, capace di oltrepassare lo spirito del suo tempo fino ad arrivare a noi, potente come un raggio di luce. Vissuta quasi 100 anni fa, resta straordinariamente attuale.

Antonia ha una composizione letteraria molto vasta, la sua lirica conta più di 300 componimenti, fu precoce in questo ed iniziò a comporre a 17 anni. Suo padre ne pubblicò 91 – meno di un terzo – nella raccolta “Parole” del 1939, l’anno dopo la morte di Antonia. Quest’ultima non diede il giusto respiro a ciò che Antonia aveva creato. Il suo spirito non poteva, vista la sua spiccata libertà, rimanere così censurato. Il titolo stesso della prima pubblicazione risente di questa censura: dalla poesia “Pudore”, nella quale Antonia esprime come si sente nei confronti della sua poesia, aveva “povere parole”, ma il padre considerò solo “parole”. Il tutto rende esplicito come il pensiero di Antonia Pozzi fu “corretto” e reso conforme agli ideali dell’epoca, anche laddove era testo poetico. Ecco il testo integrale della poesia:



PUDORE


Se qualcuna delle mie povere parole

ti piace

e tu me lo dici

sia pur solo con gli occhi

io mi spalanco

in un riso beato

ma tremo

come una mamma piccola giovane

che perfino arrossisce

se un passante le dice

che il suo bambino è bello.


1 febbraio 1933

 

Fotografia Di Antonia Pozzi
Fotografia Di Antonia Pozzi

LA MORTE - La rapida luce -


Antonia Pozzi poetessa sensibile e illuminata, se ne andò presto: consumata da quella troppa vita che le scorreva nel sangue, scelse di togliersi la vita a 26 anni, in un prato antistante l’abbazia di Chiaravalle. Forse, più che della sua morte, oggi si dovrebbe continuare a parlare della sua voce limpida e dei suoi versi, ingiustamente poco conosciuti.



SGORGO


Per troppa vita che ho nel sangue

tremo 

nel vasto inverno.


E all’improvviso,

come per una fonte che si scioglie

nella steppa,

una ferita che nel sonno

si riapre,


perdutamente nascono pensieri

nel deserto castello della notte.


Creatura di fiaba, per le mute

stanze, dove si struggono le lampade

dimenticate, 

lieve trascorre una parola bianca: 

si levano colombe sull’altana 

come alla vista del mare.


Bontà, tu mi ritorni: 

si stempera l’inverno nello sgorgo 

del mio più puro sangue, 

ancora il pianto ha dolcemente nome 

perdono.


12 gennaio 1935



FOTOGRAFIA - Limpido sguardo - 


Antonia realizzò, insieme alle poesie, un complesso di circa 3000 fotografie. Le sue fotografie sono fatte dell’ elegante bianco e nero degli anni ’30, di inquadrature essenziali, di particolari isolati, di composizioni curate, ma semplicissime, sono la filigrana delle reti contro il cielo ed il mare, figure nobili, leggere che ci parlano nonostante sembrino sul punto di fuggire.

Le sue poesie, come le sue fotografie, posseggono la forza che proviene dalla semplicità.

Possiede la capacità di dominare la forma, plasmata dall’arte del togliere e dell’eliminare. Le sue poesie sono apparentemente semplici, i suoi versi scorrono tenendoci per mano, infiammandosi come per un soffio di vento, in figure di grande forza e impatto emotivo.

Danza con la propria profondità, costantemente in bilico tra il far esplodere la propria bellezza e l’essere sopraffatta dalla sua potenza.


Fotografia di Antonia Pozzi
Fotografia di Antonia Pozzi

 SENTIMENTI - Metafore Naturali -


Amava scrivere a contatto con la natura solitaria e aspra della montagna, in particolare della Grigna: descrizioni, ambientazioni ed echi di questi luoghi si ritrovano in gran parte delle sue poesie. L'alpinismo rappresenta per lei un'elevazione spirituale, un percorso di estrema purificazione per raggiungere la vetta assoluta, la verità nel suo deserto limpido.

Antonia Pozzi riesce con profonda visceralità a descrivere i sentimenti come umori naturali. Illumina in noi, come con una fotografia, un’immagine vasta, ampia del corpo che dà spazio e aria al nostro sentire e allo stesso tempo lo libera.

Riesce con grande potenza ad associare ad ogni sentimento una metafora naturale esterna al corpo, a dargli una forma che non ci possegga, ma che ci attraversi, come ci attraversano le stagioni. E come si mostra a noi la natura, come un sentimento che ci pervade ma che non governiamo, così ci mostra i nostri sentimenti, esseri che ci mutano ma che non possediamo fino in fondo. 

Fotografia Di Antonia Pozzi
Fotografia Di Antonia Pozzi

Ha la straordinaria capacità di farci accettare i sentimenti come universali,  miei, tuoi, umani e non.Ci riempie e ci svuota del nostro sentire portandolo in chiave ambientale. Interconnette l’uomo e la natura da un sentire comune. Ora diremmo con certezza che Antonia Pozzi ha una visione antispecista della vita.

Santa Margherita, Antonia Pozzi
Santa Margherita, Antonia Pozzi

 


EMOTIVITA’ SPAZIALE - Corponatura -


Si può pensare ad una emotività spaziale, andando a scomodare Fontana e il suo spazialismo.  Attraverso la sua poesia, come attraverso i tagli di Fontana, entra in noi quello spazio, quella Natura che l’uomo ha allontanato dalla vita quotidiana, ricompare in noi quella vastità che ci appartiene, quella sensazione di immensità che un  panorama ci trasmette.

Quella di Antonia Pozzi è una poesia potente, capace di farti conoscere il cosmo e di farti immedesimare con esso.

La chiamano poetessa delle montagne, ma non è solo questo; poetessa Naturale, femminista, antispecista, delicata ed estrema, come una cometa brillante nella notte. È in grado di restituirci un po’ della natura che ha vissuto mostrandola nitidamente anche a chi vive tra le strade di città. 

È stata incompresa al suo tempo come donna di pensiero, come voce fuori dal coro, una moderna Antigone. Ha lasciato un’enorme eredità grazie alla sua preziosa sensibilità che trasluce nella limpidezza di immagini con cui ha composto ogni sua poesia. Come in Canto Selvaggio, una delle primissime poesie che scrive, in cui traspare il contrasto forte tra la pienezza della vita e la morte, e il loro convivere senza tabù. Esprime il suo lato selvaggio nell’appartenenza alla natura, nella consapevolezza di esserne parte con il proprio corpo, dando ai luoghi vere e proprie estensioni di sé.  Ecco come anche la Natura ha trovato luce nel pensiero di una giovane poetessa libera di sentire, amare e  non.


 

 CANTO SELVAGGIO


Ho gridato di gioia, nel tramonto.

Cercavo i ciclamini fra i rovai:

ero salita ai piedi di una roccia

gonfia e rugosa, rotta di cespugli.

Sul prato crivellato di macigni,

sul capo biondo delle margherite,

sui miei capelli, sul mio collo nudo,

dal cielo alto si sfaldava il vento.

Ho gridato di gioia, nel discendere.

Ho adorato la forza irta e selvaggia

che fa le mie ginocchia avide al balzo;

la forza ignota e vergine, che tende

me come un arco nella corsa certa.

Tutta la via sapeva di ciclami;

i prati illanguidivano nell'ombra,

frementi ancora di carezze d'oro.

Lontano, in un triangolo di verde,

il sole s'attardava. Avrei voluto

scattare, in uno slancio, a quella luce;

e sdraiarmi nel sole, e denudarmi,

perché il morente dio s'abbeverasse

del mio sangue. Poi restare, a notte,

stesa nel prato, con le vene vuote:

le stelle – a lapidare imbestialite

la mia carne disseccata, morta.


 

Pasturo, 17 luglio 1929   

e.f.



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