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Il diavolo veste Prada 2: conservatorismo mascherato da crescita

Vivere di scrittura a inizio millennio.

Tra gli anni Novanta e i primi Duemila, cinema e televisione statunitensi sembravano concordi su una cosa: diventare una giornalista era l’aspirazione massima per ogni donna sullo schermo. Da Carrie Bradshaw in Sex and the City a Jenna Rink in 30 anni in un secondo, da Andie in Come farsi lasciare in 10 giorni a Rory Gilmore in Una mamma per amica, che fosse per una colonna di gossip, cultura o attivismo politico, il giornalismo non era ritratto solo come una tra tante opzioni, bensì come una delle più grandi forme d’indipendenza, economica certamente, ma soprattutto intellettuale. Di pari passo con il propagarsi di altri sogni di autorialità per i personaggi femminili (come Kat Stratford in 10 cose che odio di te, poetessa in erba), sembrava che, per la prima volta, alle donne venisse concesso di intraprendere una carriera che mettesse in primo piano le loro facoltà mentali, la loro capacità di pensiero critico, in altre parole la loro soggettività. È in questo spaccato al limite della fantasia che nel 2006, appena prima della grande recessione di inizio millennio, nasce Andy Sachs, protagonista di una delle commedie hollywoodiane che più sono riuscite a sedimentarsi e propagarsi all’interno della cultura pop degli ultimi vent’anni.



Le leggende non si creano, succedono.

Interpretata da Anne Hathaway, Andy è un’aspirante giornalista che, nella speranza che ciò possa essere un’opportunità per realizzare il suo sogno, inizia a lavorare come assistente della caporedattrice di Runway, Miranda Pristley, corrispettivi nell’illusione filmica di Vogue e Anna Wintour. Basato sul romanzo di Lauren Weisberger, che aveva usato la sua esperienza alle dipendenze di Wintour per scriverlo, il film non è rimasto nel cuore degli spettatori solo per i dialoghi brillanti e le performance attoriali (tra tutte quella di Meryl Streep, ormai sorta al livello di icona) che ne hanno elevato la scrittura, ma anche per il coraggio e la franchezza nel trattare, pur con la leggerezza della commedia, un tema serio quale i lavori nel campo dell’arte e in particolare della moda, che, sotto una lucida patina glamour, nascondono sfruttamento e tossicità.


Dopo un incredibile successo al botteghino, nel corso degli anni Il diavolo veste Prada ha continuato a essere un film amato dal grande pubblico, grazie proprio all’apparente facilità con cui fa convivere e dialogare sogno e realtà. Il grande fascino che esercita ancora oggi sta nel modo in cui la macchina da presa cattura l’incanto di avere vent’anni in una grande città, di lavorare tra i massimi esponenti dello stile e l’ingenua determinazione di chi crede di potercela fare, unendolo al cinismo e alla disillusione che rivelano un mondo falso e predatorio, che altro non è poi che il risvolto oscuro di quella stessa medaglia. Ad oggi il film ha ormai assunto lo status di cult, cosa di per sé straordinaria, considerando che questo onore viene raramente concesso ad opere con un seguito per lo più femminile. Il web è pieno di articoli e video-saggi che ne analizzano l’eredità nella contemporaneità, le battute fanno ormai parte del lessico millenial e gen z e Andy Sachs è ancora un’icona di stile e morale.


Studios predatori e pubblico preda.

Non sorprende quindi che, in un panorama produttivo popolato da studio executives assetati di facili guadagni e privi di ogni rispetto per cinema e pubblico, trarne un seguito in occasione del ventesimo anniversario dall’uscita sia sembrata un’idea troppo appetibile per non concretizzarla. È così che nel 2026 arriva in sala Il diavolo veste Prada 2. Stessi attori, stessi personaggi, ma profondamente diverso in termini di produzione e, soprattutto, tesi.

Anna Wintour e Meryl Stree
Anna Wintour e Meryl Streep sulla copertina di Vogue in occasione dell'uscita del film

Il film originale, pur lontano dall’essere un prodotto indipendente, ha avuto un’origine complessa, dovuta in particolar modo – stando a quel che si racconta – agli ostacoli messi in atto da Anna Wintour contro la produzione. Convinta che la raffigurazione di Miranda Pristley avrebbe nuociuto alla sua immagine, si dice che la capo redattrice di Vogue abbia reso quasi impossibile per la troupe ottenere i vestiti haute couture necessari alla credibilità di una storia ambientata nel mondo della moda, nel tentativo di rendere la produzione irrealizzabile e di far desistere molti nomi di rilievo del settore ad apparire nel film, fatte poche eccezioni come Heidi Klum e Valentino.  Al contrario, per questa nuova produzione, Wintour è stata più che coinvolta nella realizzazione, segnando la sconfitta di un film che partiva già con le peggiori intenzioni.


Arte serva del capitalismo: il cinema come prodotto di consumo.

Hollywood è un’industria. È questa la frase che più viene detta quando si parla di cinema come arte, frase volta a minare i possibili meriti artistici di una produzione industriale. Ma c’è comunque differenza tra un prodotto industriale realizzato con gli avanzi dell’industria, quasi nell’ombra, e uno che invece ne diventa la bandiera. Il diavolo veste Prada 2 cade in quest’ultima categoria. Con un budget più che triplicato, attori diventati ormai star e, soprattutto, il sostegno dei grandi nomi della moda, questo nuovo film commette uno dei crimini più grandi di cui un prodotto d’intrattenimento possa macchiarsi: è noioso. La premessa è anche interessante: vediamo Andy, ormai giornalista pluripremiata, perdere il lavoro insieme a tutti i suoi colleghi a causa del mancato interesse nel giornalismo da parte del pubblico. Contemporaneamente, Runway e Miranda sono sotto attacco per la pubblicazione di un articolo elogiativo di un brand che sfrutta la manodopera in fabbrica. Per salvare la reputazione del giornale viene proposta Andy, esperta nel campo dei diritti civili, come redattrice. Si aprono questioni dal potenziale stimolante, su tutte quella della precarietà del lavoro giornalistico in un mondo che, pur avendo più che mai bisogno di interventi critici sulla realtà, li rifugge, volendosi nascondere in una fantasia illusoria. Ma il film, già zoppicante, cade subito proprio su questo tema che risulta essere uno specchietto per le allodole volto a mascherare la sua vacuità.

Miranda Pristley e Andy Sachs
Miranda e Andy in una scena del secondo film

Durante il corso del film vengono tirati in ballo argomenti importanti e attuali, tra cui il rapporto tra produzione artistica e il mecenatismo della stessa, l’arte come arte e l’arte come capitale, l’ageismo, oltre al già citato ruolo del giornalismo nell’attualità. Tutti problemi che sembrano portare ad un’unica realtà: il tempo di Runway (poco sottilmente erto a simbolo dell’analogico, dell’arte e della cultura) è finito. Ma questa cinica conclusione non si sposa bene con i tempi e, certamente, non si sposa bene con le forze produttive che stanno dietro al film. Potrebbero mai infatti uomini ricchi e titani dell’industria imputare il fallimento della produzione artistica contemporanea a loro stessi? No, ovvio che no. E quindi il film fa una scelta, anziché guardare in faccia la realtà e ammettere che in un mondo incentrato sulla produttività e la monetizzazione un prodotto che perde denaro non è sostenibile, né tantomeno desiderabile, sposta la vicenda sull’asse della morale: il problema non è più il capitalismo, ma il capitalista cattivo, le cui azioni possono essere redente da quelle oppositive di un capitalista buono.

I capitalisti in questione sono, nella realtà filmica, Jay Ravitz (B. J. Novak) e Benji Barnes (Justin Theroux), nei panni dei “cattivi servi del profitto” che ai fini del guadagno mettono in gioco l’integrità, nonché la stessa esistenza, della rivista e Sasha Barnes (Lucy Liu), ex moglie di Benji che, con il capitale acquisito durante il divorzio, entra in scena come un cavaliere sul cavallo bianco del denaro e salva Runway in un atto di altruismo disinteressato. Il film, dunque, pur individuando nei meccanismi capitalistici la genesi del problema, rifiuta di guardare oltre quel sistema per trovare una soluzione, propugnando invece una fiaba mal confezionata sulla fiducia nel sistema stesso che, come una tragedia greca, con un deus ex machina troverà una soluzione.


Riscrivere la storia in chiave di asservimento.

Emily Charlton
Emily in piena crisi

Durante il corso del film ci sono una serie di momenti volti a creare sostegno alla tesi di fondo, riassumibile in: lavorare è bello, essere sfruttati ancora di più. Uno dei momenti meglio riusciti del primo film è quello in cui Emily (Emily Blunt), la prima assistente di Miranda, oberata di lavoro e in costante stato di angoscia ripete come un mantra: “Amo il mio lavoro, amo il mio lavoro”. Il contrasto tra le parole e l’espressione di Emily crea un’immagine tanto semplice quanto esemplificativa della tossicità di una mentalità incentrata solo sul lavoro. Il seguito echeggia questa scena, ma ribaltandola: al centro c’è Miranda, che in questo film cessa di essere l’antagonista, diventando piuttosto coprotagonista positiva, che, pur ammettendo che il suo lavoro interferisca con la possibilità di avere una vita al di fuori di esso, conclude con un sentimento agghiacciante: “Ma Dio, quanto amo lavorare”.

Non è l’unico momento in cui il film sembra capovolgere scene chiave del primo: uno dei momenti chiave dell’originale mostrava proprio la ferocia spietata di Miranda quando Nigel (Stanley Tucci), il direttore artistico del giornale, viene privato della sua promozione per proteggere l’egemonia di Miranda come caporedattrice. Mostrato come un sacrificio necessario, ma pur sempre doloroso, la scena aveva la funzione di denuncia. Nel seguito il finale riprende questo momento, ma in chiave positiva, dicendo che Miranda non ha oscurato e ignorato il lavoro di Nigel nel corso degli anni, ma è stato Nigel a non farle notare il suo contribuito e, una volta fatto, ha ottenuto il riconoscimento che meritava già vent’anni prima. La colpa viene quindi scaricata su chi, alle dipendenze di un potere più grande, non ha avuto il coraggio di farsi valere, mentre chi detiene il potere viene purificato dalle colpe perché causate da un’ignoranza benevola esemplificata dalla frase: “Non pensavo (che fare carriera e scalare la gerarchia aziendale, n.d.r.) fosse qualcosa che ti interessasse”.


Un finale amaro avvolto nello zucchero filato del lieto fine.

Il diavolo veste Prada 2 Anne Hathaway
Andy Sachs, Il diavolo veste Prada 2

Questi sono solo alcuni momenti, ma l’intero film sembra avere come obiettivo quello di minare i punti chiave del precedente. Se il finale originale aveva una portata quasi sovversiva (per essere una commedia americana), in cui Andy rinunciava a una relazione insoddisfacente e a un lavoro tossico per seguire i suoi sogni di autonomia, nella nuova conclusione viene ricondotta all’ovile della sottomissione al potere capitalistico-patriarcale: decide di dare una seconda possibilità all’uomo che ha lasciato per via di stili di vita e di pensiero differenti, rinuncia alla possibilità di scrivere un libro denunciando gli orrori del lavoro sotto Miranda Pristley e accetta di restare alle sue dipendenze come redattrice. Narrato con paternalistica condiscendenza, il finale è mostrato in una luce positiva, noi spettatori non dobbiamo vedere le incongruenze, le crepe, ma siamo invitati a chiudere gli occhi e sognare che “il mondo degli adulti” sia in fondo giusto e aspirazionale. Se il primo film guardava oltre la bellezza apparente per svelare l’orrore sottostante, questo seguito, pur conscio dell’orrore, si rifiuta di ammetterne l’esistenza, indorandone i tratti peggiori in un tentativo di farli passare per pregi.

g. c.

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