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L’anarchia della sperimentazione: Anna Piaggi e il vintage

Visionaria, surreale e avanguardista, Anna Piaggi fu una delle figure più interessanti dell’editoria di moda. Nata a Milano nel 1931, lavorò prima come traduttrice e poi come fashion editor per il mensile Arianna, anche se lei stessa dichiarò sempre di essere arrivata al giornalismo di moda per caso, spinta dalla passione per la scrittura e da un amore incondizionato per la moda. In questo caso, però, non si parla di una moda fatta di tendenze e glamour, bensì di sperimentazione, desiderio e scoperta. Piaggi, infatti, fu una delle protagoniste indiscusse della moda del secondo Novecento: talent scout, collezionista, pioniera del vintage e precorritrice di tendenze. La sua personalità eccentrica la rese una calamita per stilisti e fotografi di tutto il mondo, tanto che nel 2006 il Victoria & Albert Museum di Londra le ha dedicato la mostra Anna Piaggi: Fashion-ology.



Il lavoro editoriale e il suo contributo al giornalismo di moda

Nel 1962 Piaggi sposa a New York il fotografo Alfa Castaldi, mentre svolge l'attività di traduttrice per Mondadori. Si avvicina così alla moda, trovando in questa espressione artistica una declinazione del suo amore per la scrittura e per l'analisi di una società ricca di contraddizioni. La penna di Piaggi colpisce testate come L’Espresso e Panorama, con le quali inizia a collaborare. Successivamente contribuisce al progetto di Vanity, spingendo all'estremo la sperimentazione con l’illustratore Antonio Lopez e creando una visione nuova, audace ma ancora sconosciuta. Il numero inaugurale fu pubblicato come inserto per Vogue Italia nel settembre 1981, con un’edizione concentrata esclusivamente sugli stilisti italiani. Piaggi accosta audaci illustrazioni a tutta pagina a testi grafici, stilizzando la moda con un tocco teatrale: un approccio che distinse Vanity dalle pubblicazioni mainstream dell'epoca. Pubblicata dal 1982 al 1989, la rivista incarnò un decennio di trasformazioni sociali e sartoriali.

Piaggi iniziò la sua collaborazione con Vogue già negli anni Sessanta e nel 1988 creò le sue brillanti D.P. Doppie pagine di Anna Piaggi, una rubrica cult raccolta poi nella pubblicazione Fashion Algebra nel 1999.

“Pensai a un succo di concetti, a un concentrato di immagini, di stimoli visuali, a un vitaminico Vogue Juice. E, prima di tutto, pensai alla radicale semplicità, alla condizione naturale delle pagine distese, aperte. Due a due. Indivisibili. Doppie. D.P. doppie pagine. Di... Piaggi.”

Le pagine di Piaggi sono state anticipatrici e aspirazionali. In un insieme di collage di parole, idee e immagini che illustrano le connessioni tra le creazioni stilistiche più diverse, emerge la vena sovversiva, ambigua ma rigorosa del suo stile, capace di instillare nuovi interrogativi dietro le quinte delle passerelle: nessuno come Piaggi seppe mai intercettare e decodificare così accuratamente il messaggio degli stilisti.



Il vintage

Piaggi ha precorso il vintage; forse l’ha inventato o, meglio ancora, l’ha canonizzato dandogli, già negli anni Ottanta, quell'accezione contemporanea che si è fatta strada nelle collezioni delle grandi firme e nelle menti dei nuovi creativi per i decenni successivi, tanto da diventare un culto per la Generazione Z. Nel 1967 a Londra, Piaggi si imbatte nella bancarella di abiti di seconda mano e nell'archivio di Vern Lambert, collezionista, mercante e grande conoscitore della storia della moda. Lambert era proprietario di un piccolo negozio di abiti d’epoca, punto di riferimento per artisti come i Beatles e Jimi Hendrix. Con lui Piaggi stringe un’amicizia indissolubile e impara a riconoscere il valore della couture, comprendendo la sartorialità degli abiti, la modellistica e la tradizione che sostengono l’irriverenza delle nuove intuizioni. Il suo bisogno di avvicinarsi al vintage attraverso l'analisi storica degli abiti costituisce la tappa di un percorso necessario per poterli comprendere nella loro interezza: quasi un'operazione filologica, come fossero testi non scritti.

Anna Piaggi

Diventa così naturale per lei mischiarli con capi contemporanei per riportarli in vita e "rianimarli", dimostrando che l’intuizione artistica supera la stagionalità e l’epoca di un indumento. Mercatini delle pulci, case d’aste e movimenti artistici diventano il bacino da cui Piaggi attinge per i suoi look. Si appassiona al vintage: i suoi capi-feticcio diventano le giacche edoardiane, i cappotti Belle Époque, i costumi dei Ballets Russes e l’alta moda francese di firme come Callot Soeurs, Lanvin, Doucet e Chanel, che Piaggi mescolerà abilmente ai brand del momento come Walter Albini, Fendi, Missoni e Chloé e, successivamente il Dior di Galliano e lo Chanel di Lagerfeld. Fondamentali nella creazione degli outfit sono gli accessori, che Piaggi indossa in maniera anarchica: gli scaldamuscoli diventano guanti, i reggiseni cinture, le cinture cerchietti. Al posto degli occhiali usa spesso i pince-nez.


I tratti fondamentali del suo stile

Piaggi ebbe il talento unico di trasformarsi continuamente, rimanendo però sempre fedele a se stessa; scardinò brutalmente i canoni standard dell’estetica, abolendo parole come "bello" e "brutto". Contraddistinta da una ciocca blu asimmetrica, mischiava abiti di stilisti affermati a quelli di sconosciuti, creando alleanze estetiche impeccabili. La sua teatralità corrispondeva all'esternazione naturale del suo io interiore, del suo animo ribelle e innovativo.

Anna Piaggi

"Si vive visualmente, bisogna immaginarsi sempre come in una polaroid": personificando il significato di eccentricità, non si stupiva di nulla, apparendo sempre enigmatica e inafferrabile. Una sorta di Femme au chapeau di Matisse.

Celebri sono rimasti i suoi accostamenti azzardati tra le tuniche di Mariano Fortuny e i sandali di Manolo Blahnik, così come i mantelli di velluto anni Venti di Maria Gallenga con abiti t-shirt di Missoni degli anni Settanta. Di lei disse l'amico Jean-Charles de Castelbajac: “Apprezzavo soprattutto la dimensione archeologica. Nel suo modo di vestire andava in scena uno scontro, era una battaglia storica vivente tra presente e passato”.

Sintesi del suo stile fu Anna-Chronique, volume uscito nel 1986, scritto e illustrato a quattro mani dalla stessa Piaggi con Karl Lagerfeld.

“Quando [Piaggi] indossa un abito di un altro periodo” ha scritto Lagerfeld nella prefazione “lo porta con lo spirito di oggi. Lei fa rivivere per noi un momento lontano che credevamo di conoscere, un passato che non abbiamo vissuto ma pensiamo sia stato tale. Anna inventa la moda. Nel vestirsi fa automaticamente quello che noi faremo domani”.

Nel suo armadio contava oltre mille abiti, o meglio, pezzi collezionati minuziosamente nei mercatini di tutto il mondo. È diventata così un palcoscenico della moda, dove il nuovo si intrecciava al vecchio in composizioni tematiche uniche e coraggiose, sintesi della sua contemporaneità. I suoi abiti e accessori trascendevano i confini temporali: il glamour era reinterpretato con look eccentrici. Fantasie e colori, divenute quasi un'ossessione, davano vita a silhouette che sfuggivano a qualsiasi datazione temporale. La cura di sé era da considerarsi pura arte. Non si lasciò mai influenzare dalle mode del momento e per mezzo secolo il suo stile apparve su ogni rivista. Il sodalizio con lo stilista tedesco Lagerfeld la portò nel cuore della moda, a Parigi, proprio quando la città iniziava a sentire la pressione dei giovani stilisti italiani. Questo nuovo orientamento puntava sul prêt-à-porter — abiti meno impegnativi e più economici, destinati potenzialmente a tutti — e sul valore del marchio, frutto di un sofisticato sistema di marketing poggiato sul nascente giornalismo di moda e su una visione meno elitaria. Piaggi fu consulente di questi stilisti e diede un contributo fondamentale al successo del Made in Italy.



L’eredità culturale

L’eredità di Piaggi oggi non risiede solo nel vasto archivio di abiti e cappelli che ha lasciato, ma soprattutto nel metodo critico con cui ha insegnato a guardare la moda: un ambito in cui l'abito non è mai solo un oggetto di consumo, ma un reperto carico di significati storici e sociali. Attraverso le sue collaborazioni e la sua presenza, ha tracciato un ponte tra l'editoria tradizionale e la libertà espressiva più radicale, rendendo il passato una materia viva e pulsante.

Oggi il suo lavoro continua a influenzare nuove generazioni di stylist e creativi, ricordandoci che la moda è una forma di lettura del mondo. Il suo stile, sospeso tra rigore filologico e anarchia estetica, rimane un punto di riferimento imprescindibile per comprendere la complessità della cultura contemporanea e il potere trasformativo dell'abito.

b.b.


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