Babydoll dress: tra iperfemminilità e rivolta
- Penelope Contardi

- 8 ore fa
- Tempo di lettura: 5 min
Dal rilascio del video musicale Drop Dead di Olivia Rodrigo, diretto da Petra Collins, è infiammata la polemica sull’utilizzo da parte dell’artista di un babydoll dress: l’outfit è accusato di provocare il pubblico, giocando con infantilismo e sessualizzazione. Durante lo show per il Billions Club Live Concert di Spotify tenutosi a Barcellona, la cantante riconferma le sue scelte, performando con un babydoll rosa a tema floreale. Le critiche online non si placano, tacciando come sconveniente la scelta dell’outfit da “sexy baby”, arrivando a dire che incoraggia un’estetica “pedo core”. La verità è che sia nel video musicale, sia nella performance live, non vi è nulla che possa alludere alla volontà di essere sessualizzata all’interno di quel vestito.
La cantante, spinta ad esporsi esplicitamente a riguardo, ha spiegato come questo modo di pensare dimostri soltanto quanto la pedofilia sia normalizzata nella nostra cultura e come esista una retorica nociva che viene insegnata alle ragazze sin da tenerissima età: devi stare attenta a cosa indossi perché un uomo potrebbe sessualizzare il tuo corpo, ed è colpa tua. Questo discorso va assolutamente contestato, spostando la responsabilità sullo sguardo maschile, al fine di consentire alle ragazze la massima libertà di espressione.

A differenza della cantante Sabrina Carpenter – a cui Rodrigo è stata più volte comparata dalle testate – che volutamente gioca con un'estetica conservatrice, indossando lingerie retrò e cantando testi allusivi, Olivia Rodrigo attinge da un immaginario molto differente, chiarito da tutta la sua estetica, la sua musica da esplicite dichiarazioni: “Non credevo affatto di essere sexy, ho pensato soltanto ‘È super cool! sembro Kathleen Hanna o Courtney Love’ [...] che sono le mie eroine”.
È appunto questo animo ribelle e al contempo iperfemminile del babydoll che anche Ertay Deger, la fondatrice del brand dell’abito indossato durante lo show, vuole omaggiare con le sue creazioni: “La silhouette del babydoll non è mai stata concepita come infantilizzante. Per noi, si posiziona in una lunga storia di riferimenti nel mondo della moda legati alla ribellione, alla performance, al romanticismo e alla ‘girlhood culture’. Il look pareva volutamente performativo piuttosto che regressivo.”
Le origini del babydoll: una nuova femminilità
La storia di questo abito ha, infatti, radici lontane e significati stratificati, che l’hanno portato ad essere scelto da alcune delle performer più influenti nello stile del nostro secolo.
È negli anni ’40 del 900 che Sylvia Pedlar, di Iris Lingerie, cavalca l’onda della liberazione delle donne dal corsetto per ridisegnare gli abiti da notte femminili, tagliandoli sempre più corti (principalmente per una mancanza di stoffe dovuta alla guerra), col risultato di creare un look più fresco e giovane, che permette più libertà di movimento e comodità alle donne nelle loro camere da letto.
Il termine “babydoll” diventa poi popolare grazie alla pellicola del 1956 di Elia Kazan, intitolata proprio come l’abito indossato dalla protagonista, una diciannovenne che incarna uno stile e un modo d’essere simile alla Lolita del grande schermo. Nonostante questa nuova rappresentazione problematica, maschile e sessualizzante dell’abito che si consolida nell’immaginario comune, esso continua ad essere usato dalle donne come nuova espressione di libertà fisica e sessuale.
Alla fine degli anni ’50, Balenciaga trasforma il modello di lingerie in veri e propri vestiti indossabili anche di giorno, adottando una linea più moderna. Allo stesso tempo, anche Givenchy abbraccia questo nuovo modello di “abito a sacco”, dichiarando di rivolgersi ad una donna libera, che richiede abiti leggeri e che permettono ampi movimenti, “capi che fluttueranno su un corpo liberato dalle catene”.
Ma la fama del babydoll scoppia negli anni ’60, quando inizia ad essere indossato da icone della moda come Twiggy e Jane Birkin, e viene ridisegnato da stiliste come Mary Quant, inventrice della minigonna, e usualmente abbinato ad alte calze e scarpe Mary Jane. Le adolescenti ribelli di Kings Road, racconta la stilista, chiedevano abiti e gonne sempre più corti: riprendere tessuti e pizzi tradizionali e abbinarli ad abiti “troppo corti”, inizialmente disegnati soltanto per essere indossati in privato, crea una spaccatura che disattende le aspettative sui corpi delle giovani donne. Vestire femminile diventa una scelta consapevole e libera, un nuovo mezzo di autodeterminazione.
Il babydoll come divisa rock'n roll
Dopo essere stata abbandonata e superata come moda giovanile, il grande ritorno del dabydoll si ha grazie alle Rockstar degli anni ’90. È, infatti, alla fine degli anni ’80 che alcune delle più celebri artiste grunge e punk, di cui le massime esponenti Kat Bjelland e Courtney Love col loro primo gruppo Pagan Babies, sperimentano un nuovo stile provocatorio che riprende elementi estetici infantili come fiocchetti, colori pastello, pizzi e babydoll e li abbina a trucchi pesanti e sbavati, calze rotte e anfibi.
Questa estetica viene definita “kinderwhore” dal giornalista musicale Everett True. Seppur vero che le artiste stesse utilizzano questi slur per definirsi nei testi di canzoni o scrivendoseli sul corpo, questo atto è nato come una forma di riappropriazione in risposta a giornalisti, critica e pubblico, che li usa al fine di sminuirle come artiste e donne. Il problema dell’etichetta “kinderwhore” è che viene coniata da un giornalista uomo per associare questo stile ad una componente sessuale esplicita e contemporaneamente infantilizzante, e che, così facendo, ridetermina e ridefinisce le scelte politiche, di stile e linguaggio di queste artiste dall’esterno e ne fuorvia i significati.

Il boom di questo stile si verifica nel decennio successivo con l’ascesa al successo di band al femminile quali le Babes in Toyland, le Hole e quelle del movimento Riot Grrrl, tra cui principalmente le Bratmobile e le Bikini Kill. La loro estetica si basa sul disattendere delle aspettative di genere, dimostrando come iperfemminilità non significhi ipersessualizzazione. L’innocenza dei babydoll indossati in video musicali e performance live diventa una riappropriazione della stessa e un manifesto di come non esista un unico modo di essere donna. Come dichiara Love, il suo mezzo era l’ironia, da intendersi come rovesciamento delle aspettative rispetto a come sia una ragazza, sia una rockstar, dovrebbe abbigliarsi e atteggiarsi. Negli stessi anni, le case di moda alimentano il trend, proponendo nuovi modelli di sleep dress e babydoll sulle passerelle: rimane celebre la collezione primaverile del 1994 di Anna Sui, che vede sfilare le più celebri top model del momento in abitini bianchi, luccicanti e leggerissimi.
Nel 2016, la collezione di Miu Miu primavera/estate presenta delle nuove cattive ragazze che indossano babydoll in una fresca accezione, seguendo la linea degli anni ’90 e lasciando nel passato la sensualità degli anni ’40 e la giocosità degli anni ’60. Miuccia Prada dichiara che questo stile rappresenta ancora una via di fuga dal conservatorismo politico che ha invaso ormai la destra, come la sinistra: un ritorno necessario all’underground e alla ribellione. Il trend non si è arrestato, facendo sì che ancora oggi questi abiti sfilino sulle passerelle di Chloé, Cecilie Bahnsen, Simone Rocha e molti altri brand (esprimendo anche la recente ondata di interesse per lo stile iperfemminile coquette) e che venga di frequente adottato anche da altre artiste contemporanee come la già citata Sabrina Carpenter e la nuova stella Addison Rae.
Sembra coerente, ora, la scelta di Rodrigo, che, sempre ben consapevole, indossa un outfit che racconta una storia musicale e intrinsecamente politica, citando puntualmente un background culturale da cui prende a piene mani. Conoscendo inoltre l’attività dell’artista, sempre vicina alle battaglie del femminismo intersezionale – come dimostra l’istituzione del suo nuovo festival al femminile Daisy Chains Fields, che cita il progenitore Lilith Fair – non è fraintendibile il messaggio che l’artista vuole lanciare con la sua musica e il suo look: serve unirsi e ridisegnare una femminilità libera di esprimersi e insubordinata, senza scendere a compromessi.
p.c.
























Commenti