Forever young: le Piccole Donne di Sofia Coppola
- Matilde Borrini
- 16 dic 2025
- Tempo di lettura: 6 min
“Quando ero io adolescente non ricordo di aver visto tanti film in cui c’erano protagoniste donne o in cui mi immedesimavo. Oggi cerco proprio di fare questo.” Con questa semplice affermazione, Sofia Coppola riassume il senso del suo lavoro e al contempo denuncia una delle più grandi mancanze dell’immaginario culturale occidentale: la scarsa rappresentazione dei personaggi femminili.
Fin dalla sua nascita, il cinema, di pari passo con gli altri ambienti culturali, ha raccontato il mondo attraverso uno sguardo maschile: i protagonisti delle storie sono sempre stati in maggioranza uomini, mentre le donne, dove presenti, ricoprivano ruoli secondari e vivevano in funzione del personaggio maschile, diventando ornamenti drammatici o supporti emozionali. Quando, invece, il racconto concedeva loro il centro della scena, spesso queste apparivano come frutto di fantasie maschili: seducenti ma punite, indipendenti ma condannate a pagare il prezzo della loro autonomia. Questa sproporzione tra soggetti maschili (attivi e primari) e soggetti femminili (passivi e secondari) non riguarda soltanto la distribuzione dei ruoli, ma l’immaginario stesso che abbiamo interiorizzato. Il gender gap è anche una questione di sguardo: chi racconta il mondo e chi, invece, viene raccontato. Per decenni, il pubblico ha potuto identificarsi quasi esclusivamente in personaggi maschili, producendo uno scenario narrativo monosessuato, incapace di restituire la complessità e la varietà dell’esperienza femminile.

Con la seconda ondata del femminismo, negli anni Sessanta e Settanta, questa mancanza viene finalmente riconosciuta e messa in discussione. In ambito cinematografico, molte donne iniziano a passare dietro la macchina da presa, portando sullo schermo una rappresentazione più complessa e autentica dei personaggi femminili: Varda, Wertmüller, Chytilová, Clarke, Akerman, Duras, Campion, Bigelow… È su questo terreno, spianato a fatica da chi l’ha preceduta, che Sofia Coppola arriva alla fine degli anni Novanta. Con privilegi evidenti – il background familiare e le possibilità produttive – ma anche con una consapevolezza: la necessità di raccontare ciò che lei stessa non aveva visto da ragazza.
Le ragazze di Sofia Coppola
Bambine, adolescenti, ragazze, donne. Film dopo film, Sofia Coppola ha costruito un vero e proprio caleidoscopio di donne, tutte diverse tra loro ma accomunate da una stessa condizione, quella di essere intrappolate sotto una campana di vetro, soffocate da aspettative sociali, familiari o culturali che non coincidono mai con il loro sentire. Figlia ideologica di Sylvia Plath, la regista tende lo sguardo verso l’interiorità femminile non per giudicarla, ma per restituirne i contorni frastagliati. Nei suoi film, infatti, Coppola tratteggia con precisione il disagio emotivo, il senso di alienazione, la noia e il desiderio di connessione delle sue protagoniste, costrette a muoversi in ambienti che cercano costantemente di controllarle.

Come osserva Hanna Strong nel libro Sofia Coppola: Forever Young, tra tutte le età la regista sembra prediligere il periodo dell’adolescenza, quel periodo di passaggio tra infanzia e mondo adulto in cui le giovani donne iniziano a confrontarsi con i ruoli che la società cerca di imporre loro. “Evidentemente lei, dottore, non è mai stata una ragazzina di tredici anni”. È la celebre battuta di Cecilia, stufa di rispondere alle domande del medico dopo il suo tentato suicidio ne Il giardino delle vergini suicide (1999). Molti film di Sofia Coppola cercano proprio di trasmettere cosa significhi vivere quell’età: è l’età di Maria Antonietta quando lascia l’Austria per arrivare alla corte di Francia, quella di Priscilla al suo primo incontro con Elvis, quella di Cleo in Somewhere (2010) o di alcune delle giovani protagoniste de L’Inganno (2017). Poco più grandi sono gli adolescenti di Bling Ring (2013) o Charlotte in Lost in Translation (2003).
Girlhood
L’adolescenza è un’età difficile, spesso dolorosa e piena di contraddizioni e Coppola lo mostra, ancora prima che nei suoi film più celebri, nel cortometraggio d’esordio, Lick the Star (1998). Il corto, infatti, rovescia gli stereotipi legati ai personaggi femminili e racconta la noia e la cattiveria di un gruppo di ragazze immerse in gerarchie sociali e sguardi giudicanti. Già qui si intravedono le tematiche e lo stile che Coppola svilupperà nei film successivi, soprattutto ne Il giardino delle vergini suicide, tratto dal romanzo di Jeffrey Eugenides. In un’atmosfera ovattata dalle tinte oniriche, la pellicola racconta la giovinezza di cinque sorelle, intrappolate in una vita fatta di divieti e oppressione familiare, costrette a crescere in una vera e propria casa-prigione. Sfuggenti, trasgressive e riluttanti a subire il cattolicesimo bigotto e repressivo della loro famiglia, le sorelle affrontano un’adolescenza claustrofobica destinata a concludersi in modo drammatico: il suicidio diventa per loro l’unico atto di libertà e trasgressione verso gli adulti che cercavano di possederle e controllarle.
Rinchiusa in una “prigione dorata” è anche Marie Antoinette, protagonista del primo film in costume di Coppola (Marie Antoinette, 2006). La pellicola racconta la vita di una delle regine più controverse della Francia, mostrando chi fosse davvero la sovrana che la storia ha spesso dipinto come emblema di follia e sregolatezza: una quattordicenne inesperta, incapace di reggere il peso della corona. Straniera in terra straniera e pedina politica intrappolata in un matrimonio senza amore, la giovane riversa le sue frustrazioni in una vita lussuosa per poi trovarsi intrappolata in un comfort materiale specchio della sua solitudine. Corsetto dopo corsetto, il film si concentra sul corpo di Marie Antoinette intrappolato e regolato: vestirsi, apparire, persino partorire diventano rituali pubblici, osservati da occhi giudicanti e simbolo di una società patriarcale che controlla e limita la vita delle donne. Solo lontana dalla corte, abbandonate le etichette e immersa nella natura, la regina sperimenta brevi momenti di libertà e spensieratezza, proprio quegli attimi che nei secoli sono stati dipinti come follia. Il film, inoltre, si distingue per una ricostruzione pop e anacronistica del XVIII secolo, attraverso cui Marie Antoinette appare come una donna eterna capace di parlare a ogni epoca.
“Mi appassiona il racconto della ricerca di identità di ragazze che stanno diventando donne, che la trovano nelle scelte che fanno. Non penso che ci sia un altro momento della nostra vita in cui succede così tanto e che sia così ricco d’ispirazione. Mi interessano le storie e le limitazioni e le risposte delle persone a quelle limitazioni.” – Sofia Coppola
Non diversa è la protagonista dell’ultimo film di Coppola, Priscilla (2023), tratto dall’autobiografia in cui Priscilla Presley ripercorre il suo rapporto con Elvis. Qui la regista compie un’operazione ancora più radicale: sottrae Priscilla all’ombra dell’icona (presenza sfuggente, assente persino a livello musicale) per restituirle una storia personale.
Il film si apre con la giovanissima Priscilla intenta a prepararsi: ciglia, cipria, lacca, tessuti, un corpo pronto a entrare in un ruolo che sembra promettere azione e centralità, una possibile eroina pronta ad agire. Ma ciò che segue è la stasi: la macchina da presa accompagna la giovane nella prigione dorata di Graceland, bambola in una casa di bambole, “accessorio” del marito-Icona, ferma ad attendere il suo ritorno dai tour. È attraverso questo scarto tra sogno e disillusione che Coppola costruisce il racconto di un’emancipazione lenta e dolorosa, il percorso di una donna che impara a riconoscersi e a lasciarsi alle spalle l’uomo più famoso del mondo per ritrovare finalmente la propria voce.
La firma Coppola
Basta un solo frame per riconoscere la firma di Sofia Coppola: la cura dei dettagli, le palette cromatiche e le scelte musicali costruiscono un immaginario immediatamente riconoscibile, segno di uno stile unico che la regista ha costruito nel corso della carriera. Nonostante le critiche per l’estetica pop dei suoi film, Coppola non scade mai nel puro estetismo: sotto la superficie di tulle e colori pastello, pulsa un nucleo dolente fatto di inquietudine, solitudine e desiderio di liberazione. Dietro il glamour, si muovono protagoniste sincere, ambigue, enigmatiche, contraddittorie, capaci di restituire la ricchezza e la contraddittorietà della vita reale. C’è molto rosa nei film di Sofia Coppola, è vero, ma anche molto dolore.
“I personaggi dei suoi film sembrano guardarmi negli occhi e dirmi ‘Non c’è niente che possiamo fare, è andata così’, mentre sorridono e piano piano scompaiono portandosi nel buio il loro segreto” – Alice Rohrwacher nella prefazione al libro Sofia Coppola: forever young
Ciò che attraversa costantemente la sua filmografia è quindi il tentativo di raccontare cosa significhi crescere come ragazza in un sistema che osserva, modella e limita. È in questa attenzione all’esperienza femminile che il cinema di Coppola si rivela profondamente politico, pur restando intimamente personale.
Figlia di una leggenda della New Hollywood, Sofia Coppola è così riuscita a ritagliarsi nel cinema uno spazio autonomo, una vera e propria “stanza tutta per sé” dove raccontare cosa significhi essere donna.
m.b.
























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