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L'Eveline di Joyce: tra volontà e inazione

Intersezionalità e flusso di coscienza 

Praticare l’intersezionalità significa approfondire anche quella letteratura che apparentemente potrebbe sembrare neutra, allargare le maglie di un certo tipo di narrazione che, seppur ci presenti personaggi di fantasia, lascia trapelare e sicuramente riflette ampiamente il tessuto culturale occidentale. L’intersezionalità ci permette di scovare il modo in cui le logiche patriarcali siano parte fondante del sistema di valori nel quale ci troviamo a vivere tuttora, camuffate anche nelle pietre miliari che nel corso dei secoli hanno plasmato la nostra società attraverso il veicolo letterario. Uno dei motivi è che, per quanto frutto di immaginazione, i personaggi di cui leggiamo non si discostano poi molto dalla nostra realtà: realtà che si costituisce, come sappiamo, da ciò che una data società decide di trasmettere per poter assicurare la sua continuazione. Del resto è risaputo che la letteratura funga da finestra sul mondo, con essa, i protagonisti delle storie che leggiamo ci rappresentano attraverso le loro vicissitudini, emozioni e riflessioni, espresse oppure sottintese. Leggendo si supera la barriera tra il veicolo letterario fittizio e la realtà concreta, tra noi soggetti fuori dal romanzo e le soggettività protagoniste di esso, in una sorta di dialogo telepatico


Eveline Hill
Dubliners

Data questa premessa, proviamo ad analizzare uno dei racconti che riproduce il pensiero di una donna, con l'accortezza di domandarsi se Joyce, scrittore irlandese, sia riuscito a riportarlo fedelmente. Si tratta di Eveline Hill – giovane donna main character di fantasia dell’omonimo brano contenuto nella raccolta Dubliners – ma prima di cimentarsi nella nostra modesta impresa credo sia necessario introdurre la sua storia, che sottolineo, vedrà mescolarsi narrazione e coinvolgimento patemico.

Ci troviamo nei primi anni del XX secolo, Eveline ha diciannove anni, guarda fuori dalla finestra e pensa, ripercorre con la mente la sua vita, ad accompagnare i ricordi il suono di un organetto. I ricordi prendono forma, vede la sua infanzia, la figura di suo padre e quella di sua madre, i giochi con gli altri bambini del quartiere e i suoi fratelli. Durante la fanciullezza si ripete che suo padre si era mostrato gentile con lei, riservando un’educazione tradizionale soltanto ai fratelli maggiori Ernest ed Harry, e in effetti su di lei da piccola non aveva mai osato alzare un dito “perché era femmina”, complice forse il fatto che sua madre fosse ancora viva. Ma adesso che la sua cara mamma e il compianto Ernest sono morti, suo padre è tutto quello che più disincarna la gentilezza, situazione accresciutasi anche per l’assenza di Harry, ormai lontano a causa del suo lavoro. Pensa a suo padre, a tutte le minacce di picchiarla e a tutte le volte che non la lascia disporre liberamente del denaro faticosamente guadagnato ai Magazzini. Ma suo padre non è solo questo: sa essere anche premuroso, ed è sicura che mancherà lui come è stato del resto per sua madre. La notte della sua dipartita si udiva un motivetto simile a quello che adesso ascolta dalla finestra, in lontananza. Quella canzone italiana rendeva ancora più lugubre la malattia della sua cara mamma, una vita voltasi nel delirio dopo tanto penare. “Derevaun Seraun! Derevaun Seraun!”, chissà cosa cercava di dire ripetendolo con estenuazione. In quel guazzabuglio di ricordi intuisce che la memoria di sua madre la terrorizzi più di quanto possa rattristarla. Buenos Aires è la sua unica via di fuga, il futuro che le avrebbe restituito il sorriso, e poi c’era Frank, che “l’avrebbe stretta forte tra le braccia. L’avrebbe salvata”. Era decisa a fuggire se non fosse stato per quel ronzio, la promessa fatta a sua madre in punto di morte, di non abbandonare la famiglia, la casa, suo padre e i più piccoli. Ma dolce era il pensiero di Frank e del loro primo incontro, del suo viso abbronzato, delle passeggiate serali per riaccompagnarla a casa, di lui che aveva preso a chiamarla allegramente ‘Papavero’ e lei che arrossiva, di lui che raccontava di mille avventure e di una vita gioiosa insieme. Sì, Frank era la sua unica salvezza, la sua unica via. Ad un certo punto del racconto vediamo che le riflessioni di Eveline si interrompono bruscamente per dare spazio alla descrizione dell’azione, o meglio, dell’inazione. Ci troviamo sul molo, il rumore della sirena della nave che sta per salpare, Frank ed Eveline si tengono per mano tra la folla, ma mentre Frank sale sulla nave, Eveline si arresta nel tormento, un senso di nausea le attanaglia le viscere, non riesce più a muoversi, sul suo volto nessuna emozione sembra trasparire. Frank continua a gridare dal parapetto il nome dell’innamorata, ma Eveline resta ferma, immobile. Eveline non partirà.


Eveline Hill
Paralisi o assoggettamento?

Confidando che il breve resoconto non faccia desistere chi stia seguendo queste righe nel leggere direttamente l’opera di Joyce, nemiche le anticipazioni, il punto non è la conclusione bensì, capire cosa rimane di Eveline in noi. Eveline non è un’antieroina ma una donna comune della classe media irlandese, i cui tormenti interiori non sono certo inferiori a quelli dell’affezionatissimo Amleto. La sua gioventù viene colta dal dubbio non nel momento di massima disperazione; al contrario, siamo di fronte all’unico barlume di speranza che sancirebbe l’inizio e il coronamento di una vita felice. Per dirla in termini bergsoniani, Eveline non incarna una persona che non riesce a compiere delle scelte: il suo flusso di coscienza infatti ruota tutto attorno la possibilità di compierle, che però non segue un processo lineare; difatti, passato, presente e futuro si mescolano nel suo sentire. Eveline accusa lo schiacciamento di questo tempo interiore dettato dalla sua condizione, quella di donnità che tempra le sue angosce nella sua precisa epoca storica. Eveline non parte, non solo perché – come i più eruditi studiosi di Joyce affermano –,  presa da una paralisi che tutti i personaggi narrati nei quindici racconti dublinesi condividono, sia essa effettiva e metaforica, simbolica o letteraria. Eveline non parte perché la sua condizione di donna è subordinata, dunque sembra muoversi solo apparentemente tra azione e inazione. Eveline non parte perché non può autodeterminarsi

La costruzione del dominio afettivo

L’irlandese non può essere descritta come una ragazza passiva, ma va osservata per quella che è la sua posizione, di sottomissione ad un dominio, quello familiare, paterno, materno e anche sentimentale. Se è vero che Frank è l’amore di Eveline paragonato ai grami sentimenti famigliari, non possiamo fare a meno di chiederci quanto questo sia leale e consapevole, perché la controparte ci mostra un amore che è pura costruzione. Eveline ama Frank per ciò che rappresenta, non per ciò che lui effettivamente sia. Nei suoi pensieri infatti non viene tracciata un’idea del carattere del ragazzo, ma la fuga con lui. Considerando le possibilità di riscatto per una donna della classe media di quegli anni, la prospettiva principale era una sola: il matrimonio, meglio ancora se facoltoso. Questo fattore non è in alcun modo celato, ad esempio, nelle opere di Jane Austen, che scrisse a chiare lettere, senza trascurare il suo tono ironico:

“È una verità universalmente riconosciuta che uno scapolo in possesso di un buon patrimonio debba essere in cerca di moglie”. 

E ovviamente non stava parlando di uomini. Dunque la fuga verso Buenos Aires di Eveline non è una fuga d’amore, ma la strada verso un’emancipazione che può farsi spazio solo se legittimata da qualcuno o da qualcos’altro all’infuori di sé stessa. In un passo del brano infatti Eveline ha in cuore la speranza che nella nuova città la sua condizione di donna sposata le avrebbe fatto guadagnare il rispetto della comunità. Si evince che il suo valore è direttamente proporzionale a questa nuova posizione e a quella del suo futuro marito, e non abbiamo difficoltà ad ammettere che, dopo una vita di dolore e solitudine aggravati dalla presenza di un padre violento, senta che la sua unica virtù, la sua unica liberazione da tutto questo sia la possibilità di diventare una donna sposata, promessa ad un altro uomo che assicuri il suo diritto di stare al mondo. Tuttavia, il fatto che possa esserci o non esserci un sentimento d’amore non ci esenta dal fare una piccola considerazione, e cioè che Eveline non dispone arbitrariamente del proprio corpo: la sua libertà è auspicabile solo se barattata con l’autorità maritale. Ma nel presente del suo spazio temporale è un’altra figura a tiranneggiare sulla giovane. La ragazza infatti accusa i soprusi del padre, un uomo totalmente ingrato del fatto che Eveline abbia assunto su di sé – seguendo gli schemi considerati tradizionali – i ruoli di entrambi i genitori dopo la scomparsa della madre, sia lavorando ai Magazzini sia occupandosi della famiglia e del focolare. Il padre esercita un forte ascendente sugli stati d'animo della figlia e tenta di controllarne la condotta quando scopre della sua frequentazione con Frank, impedendo che i due continuino a vedersi alla luce del sole. Timoroso della macchia di cui la figlia possa sporcarsi, lui – uomo di mondo – conosce bene la condotta dei marinai e le conseguenze che questa potrebbe avere sulla reputazione di sua figlia e sull'intera famiglia, reputazione decisamente non compromessa dalla sua permanenza nelle taverne. Nonostante la negatività di cui è pregna la figura paterna, Eveline non sembra odiare suo padre, ebbra anche lei di un rapporto di dipendenza affettiva che la pone sotto ricatto: se da un lato, suo padre decide dei suoi guadagni e la minaccia verbalmente con costanza, a mantenere vivo il rapporto tra i due è proprio un’altra forma di amore. Ad offuscare la consapevolezza di essere di fronte ad un uomo abusante sono i ricordi che si affacciano dal passato: per Eveline suo padre è stato anche un brav’uomo un tempo, quando era bambina. Se di certo l’insicurezza circa il futuro, la nostalgia degli ambienti famigliari e degli affetti fanno sentire reticente Eveline circa la sua fuga, un altro ostacolo è proprio il sentimento di pena nei riguardi del padre, considerato vittima di se stesso. Eveline si attacca con tutte le sue forze a quei ricordi e con serenità. Per la figlia il fatto che il padre le abbia preparato un tozzo di pane abbrustolito quando era malata rappresenta un grande gesto di affetto, di certo non dovuto pur considerato che sia lei a investire il ruolo di cura per l’intera famiglia. Prova gratitudine nei confronti del padre per non averla picchiata da fanciulla perché “femmina”, una chiara

Eveline Hill

traccia del doppio standard esistente all’epoca e che persiste tutt’oggi. Eveline, prova pena per suo padre perché è certa del fatto che egli accuserà la sua mancanza per amore filiale-paterno, ma su Eveline il padre esercita potere per non sentirsi un completo fallimento, non essendo l’uomo in grado di provvedere a sé stesso e alle vite di cui è responsabile senza di lei. Infine, Eveline non riesce a partire poiché preda di un blocco emotivo designato dalla memoria della defunta madre. Quella promessa rappresenta non solo la conferma del ruolo di accudimento che ci si aspetta dalle donne, ma la potenza di un altro legame ancora più profondo e decisamente più doloroso nell’alienazione dai lati oscuri che hanno costellato la vita della madre. La pena che Eveline serba in cuore è decisamente più tragica e angosciosa nei riguardi della figura materna che non di quella paterna. Il segno di ciò lo riscontriamo quando nei suoi pensieri si fa viva questa immagine: “e mentre ci pensava, sentiva dentro di sé, come un incantesimo, la visione penosa della mamma, una vita di sacrifici quotidiani conclusa con la pazzia”. È solo quando ripensa alla mamma che sopravviene quel terrore che la spinge con convinzione alla fuga, ma paradossalmente mentre pensa al padre un vago sentimento di dolcezza è sempre pronto a sopraggiungere,!sintomo dell’educazione patriarcale che possiamo rintracciare quando sua madre dice in gaelico che il fine del piacere è il dolore. 

Riavvolgendo il flusso delle nostre considerazioni, nell’ultima frase proferita dalla madre, che viene liquidata come un momento di delirio dettato dalla pazzia (condizione per altro sospetta, considerato che bastava veramente poco per tacciare una donna di un siffatto malessere), probabilmente si fa ancor più vivida la credenza che sta alla base di tutti i processi intimi di Eveline, per cui il fine dell’amore debba essere necessariamente il dolore. Tale è il rapporto con la figura materna, pervaso dallo sgomento di cui sono intrise le sue memorie, tale è il rapporto con il padre, costernato da un amore maltrattante e per ultimo quello con l’innamorato, su cui aleggia una sorta di mancato respiro, sia nella foga di partire sia nella velocità con cui si sussegue la scena di lei che guarda l’imbarcazione. Mentre la nave salpa, in Eveline si dispiega quel blocco emotivo che la immobilizza nella sua condizione. Tuttavia, pur essendo rigido il suo corpo, possiamo immaginare librarsi prorompente dentro di sé lo stendardo oscuro di quell’amore che imprigiona ad una vita in stiva.


Eveline Hill
Eveline e noi 

Eveline resta un personaggio di fantasia, ma la sua storia non ha nulla di trascendente. Tutt’al più si fa segno di una presa di posizione circa il nostro mondo relazionale tra sessi in presenza di rapporti affettivi e sessuo-affettivi dettati dal monito culturale del nostro tessuto sociale, ancora fin troppo permeato di dinamiche interiori e collettive che plasmano il modo di vivere i sentimenti e le emozioni, di condividerli, donarli e riceverli, senza contemplare una reale emancipazione da passioni violente. Paralizzati nella confusione derivante dall’idea sola che abbiamo dell’amore, la sua pratica si disperde sulla cresta del fluttuare delle onde: il vascello prende il largo, e chi lo guarda allontanarsi ha soltanto confidato di imbarcarsi, forse un giorno.


VlB

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