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Dalla caverna alla luce: la riscrittura del materno in Elena Ferrante

Rubrica: Libreria femminista


L’Amica geniale è una delle opere più significative della letteratura italiana contemporanea, ed è stata acclamata caldamente in tutto il mondo. Nel parlarne ci si concentra principalmente sulla complessa dinamica di amicizia tra le due protagoniste, Elena e Lila, che si dipana per più di sessant’anni, dalla Napoli del secondo dopoguerra fino al 2010. Nonostante l’importanza del discorso intorno alle amicizie femminili in letteratura, troppo spesso sminuito, Elena Ferrante tratta in quest’opera, come nei suoi tre romanzi precedenti, anche un altro tema per lei fondamentale: la maternità.

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L'amica geniale (2018 - 2024)

Questo tema si inserisce in una questione più ampia, quella del recupero del valore del femminile attraverso un’ottica non maschiocentrica. Nelle sue opere è lo sguardo femminile delle narratrici che determina il valore di ciò che vivono.

Il punto di partenza per cambiare prospettiva viene descritto nella Frantumaglia, opera in cui racconta il proprio processo di scrittura. “Ho letto libri che potenziavano la differenza femminile e mi si è rovesciata la testa”. Da qui nasce la consapevolezza di non doversi conformare all’eccellenza culturale maschile per “esistere”, anzi, è necessario partire da sé e dalle relazioni con le altre donne, prima tra tutte quella con la madre.

Partendo dallo studio di autrici come Luce Irigaray, Luisa Muraro e Adrienne Rich, Ferrante mette in discussione teorie quali la psicoanalisi freudiana e mostra un lato nuovo della maternità.

La matrofobia delle figlie

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Il percorso di recupero del valore femminile è ben illustrato attraverso la vita delle protagoniste dell’Amica geniale. Innanzitutto, al centro della rappresentazione del legame madre-figlia si colloca il concetto di “matrofobia”, definito da Rich come “paura di diventare come la propria madre”. Essa è dettata dal modo in cui le figlie vedono il trattamento che la società riserva alle madri, relegate da sempre in quella che Ferrante definisce la “caverna della madre”, che metaforicamente simboleggia l’oppressione femminile millenaria e la non-storia oscura delle antenate. La paura di precipitare in questo luogo le porta istintivamente a prendere le distanze dalla figura materna. Elena, ad esempio, prova sin da piccola una repulsione per sua madre, Immacolata, che si manifesta nell’odio per il suo corpo: è opulenta, strabica, claudicante, e dunque il suo passo incerto diventa il simbolo della matrofobia della figlia.

“Zoppicava e il suo passo mi inquietava. […] Mi cominciò una preoccupazione. Pensai che, sebbene le mie gambe funzionassero bene, corressi di continuo il rischio di diventare zoppa. […] Mi alzavo dal letto per vedere se le mie gambe erano ancora in ordine”.

Elena somatizza così la paura di diventare come lei, di essere costretta al silenzio. Lo stesso accade a Lila con quella che può essere considerata la sua madre simbolica, Melina, la “pazza” del rione. La sua figura è una premonizione del futuro di Lila, la quale percepisce dentro di sé uno “scombino” nell’osservare il modo in cui la donna viene trattata dalla società.

Il matricidio simbolico

La reazione istintiva alla matrofobia è il matricidio: l’uccisione simbolica della madre, il distacco completo da lei per sviluppare la propria identità. Nel caso dell’Amica geniale si tratta di un rifiuto totale della propria madre ma anche della propria maternità. Ferrante è interessata a questo concetto, sviluppato dalla psicoanalista Melanie Klein, perché rappresenta un mezzo per liberare le donne da stereotipi e idealizzazioni sulla maternità, consentendo loro di vivere i propri sentimenti in modo autentico. Secondo Ferrante, i sentimenti violenti delle figlie verso le madri vengono semplificati in letteratura, mentre lei desidera liberarle da ogni idealizzazione. È per questo che le sue personagge rifiutano l’aspettativa sociale che riduce il femminile al materno e si permettono di dare voce a un nuovo “immaginario femminile”.

Lila ed Elena descrivono la gravidanza e il corpo materno con toni disturbanti. La prima prova ribrezzo: “[la gravidanza] è senza senso [...], diventi una scatola di carne con un pupazzo vivo dentro. Ce l’ho, sta qui e mi fa ribrezzo. Vomito di continuo, è la mia stessa pancia che non lo sopporta. Lo so che devo pensare cose belle, lo so che me ne devo fare una ragione, ma non ci riesco, ragioni non ne vedo e nemmeno bellezza”.

Elena invece ha paura del suo ventre gravido: “Temo che mia madre sbucherà dalla mia pancia proprio quando credo di essere ormai al sicuro”. L’essere figlia e l’essere madre si legano indissolubilmente ad una paura viscerale in lei: una donna con una carriera di scrittrice davanti. La gravidanza rappresenta, così, la fine della sua identificazione in qualcosa di diverso dal ruolo di madre: riconosce di condividere lo stesso destino di ogni altra donna del rione da cui proviene e vi si arrende, ritenendolo l’ordine naturale delle cose.

Se Lila è meno incline ad arrendersi a un destino che sembra già segnato, Elena invece appare sconfitta molto rapidamente. Tuttavia, la sua caduta nella caverna della madre sopisce il suo odio nei confronti di Immacolata, ora che è costretta in una situazione simile. Il ricongiungimento con la figura materna rappresenta il passo finale per arrivare alla conoscenza di sé stessa.

Ricostruire la genealogia femminile

“Una donna senza amore per la sua matrice è persa” le dice la cognata Mariarosa, e da questa affermazione Elena inizia un percorso attraverso letture femministe e gruppi di autocoscienza in cui, insieme ad altre donne, cerca di ridare voce alle madri, alle antenate, alla “genealogia femminile” per come la intende Irigaray. Questo concetto viene sviluppato a partire dall’idea che esista una genealogia maschile, comunemente definita “patriarcato”, che è dominante nella società e, poiché invidia la capacità generatrice della donna, rompe il legame verticale tra madre e figlia e insegna alle figlie l’odio nei confronti della madre. Irigaray invita le figlie a non essere complici dell’uccisione della madre e a ricostruire quella genealogia femminile soppressa. Ferrante utilizza questa teoria proprio nella destrutturazione del personaggio di Elena, che, educata da sempre a una cultura maschilista, trova nella sua scrittura un mezzo necessario per destrutturarsi e ricostruirsi, accogliendo in sé la madre e strappandola all’oblio.

Il primo segnale di cambiamento emerge quando Elena, tradita da Nino – il suo primo amore – sente una rabbia incontrollabile. Non rinnega più il legame con la madre, ma ne comprende l'irascibilità: "Sono sempre io quest'altra così furiosa? [...] Devo trattenere quest'ombra – mia madre, tutte le nostre antenate, o devo scatenarla?". Il suo urlo di rabbia è il diritto al grido e alla collera che Irigaray invita a dare alla madre, che si esprime attraverso la figlia.

La malattia di Immacolata apre infine la via a un'intimità e vulnerabilità mai avute, in cui per la prima volta le due comunicano con sincerità. La paura di diventare come sua madre svanisce e il corpo di Immacolata smette di esserle abietto: “Quando mi abbracciava prima che me ne andassi, sembrava che lo facesse per scivolarmi dentro e restarci come una volta io ero stata dentro di lei. I contatti col suo corpo, che quando era sana m’infastidivano, adesso mi piacevano”.


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Dopo la morte della madre, Elena inizia a imitare involontariamente il passo claudicante di Immacolata, quasi volesse tenerla ancorata a sé. L’accettazione del materno non è però così semplice. Elena accoglie in sé la madre ma non accetta serenamente di essere paragonata a lei, segno di quanto rimanga difficile il processo di riappacificazione.

Il percorso si conclude con la scelta di chiamare “Immacolata” la terza figlia, gesto che simboleggia la volontà di assicurarsi che la genealogia femminile che l'ha preceduta non venga più dimenticata.

Attraverso l'esplorazione della matrofobia e del matricidio simbolico, Ferrante decostruisce l'immagine della maternità come mera abnegazione, svelando il suo lato abietto, fatto di rifiuto, ripugnanza e rabbia. Questa rappresentazione non normativa, specialmente della gravidanza, è un gesto liberatorio, che rompe gli stereotipi e le idealizzazioni. Le protagoniste danno voce all’oppressione delle madri e riscrivono la propria identità fuori dai modelli proposti dalla genealogia maschile. La riconciliazione finale di Elena con la figura materna e la scelta di dare il nome della madre alla figlia sanciscono il successo nel ricostruire la genealogia femminile, strappando le antenate e sé stesse dall'oblio.

e.c.

2 commenti


Ospite
6 giorni fa

Bellissimo articolo. Ci sarebbe da parlare di più del rapporto tra madri e figlie!

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Ospite
30 dic 2025

Bellissima analisi, profonda e complessa, grazie

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