Marguerite Duras tra desiderio femminile e illusione coloniale
- Chiara Tommasi

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Nella grande letteratura, esiste un punto esatto in cui l'intuizione poetica si fonde con la comprensione del mondo. Per Marguerite Duras, esse sgorgano dalla stessa ferita, o forse dalla stessa radice: "Il luogo della mia scrittura e della mia politica è lo stesso. Parlo rigorosamente dallo stesso posto." Quel posto ha, per lei, un nome e dei confini ben precisi: è l’Indocina francese, oggi Vietnam.

Figlia di insegnanti francesi attirati in Asia dal miraggio propagandistico della fortuna coloniale, Marguerite Germaine Marie Donnadieu (1914-1996) trascorre l’infanzia e l’adolescenza a Saigon. La sua è un’esistenza trascorsa ai margini: quella di una piccola borghesia che, pur essendo parte del sistema imperiale, ne subisce le fragilità senza goderne i privilegi. Dopo la morte del padre, la famiglia sprofonda nella precarietà quando la madre acquista una piantagione di riso in Cambogia: un investimento fallimentare incoraggiato da funzionari corrotti che le hanno venduto un terreno sterile e periodicamente sommerso dalle maree. Il disperato e vano tentativo di costruire una diga per contenere le inondazioni – quella diga sul Pacifico che darà il titolo a uno dei suoi romanzi più celebri – prosciuga le ultime risorse della famiglia, costretta alla povertà e al successivo rimpatrio.
È proprio questa esperienza di tradimento da parte del sistema coloniale a segnare profondamente l'immaginario letterario di Duras, diventando contemporaneamente un tassello imprescindibile della sua militanza politica.
Desiderio femminile e discorso contro-egemonico
Al centro della produzione durasiana vibrano temi a lungo confinati ai margini della cultura letteraria dominante degli anni ‘50: il desiderio femminile, i tabù erotici, l’autodeterminazione della donna e il disequilibrio emotivo causato da amore, desiderio, sofferenza e morte. La scrittrice esplora con particolare attenzione come questi elementi spingano le donne verso quello che definisce l’abisso della follia.
Proprio questa focalizzazione tematica sull’esperienza femminile ha spinto parte della critica e dei media del tempo a liquidare la sua opera come mero gossip: un’etichetta sminuente, che tradisce in modo lampante il pregiudizio misogino nei confronti delle narrazioni femminili. Eppure, è proprio attraverso questo posizionamento strategico che Duras riesce a scardinare la retorica ufficiale, collocandosi al di fuori del discorso egemonico. Come suggerisce Toril Moi, non a caso, “molto di ciò che le menti patriarcali amano banalizzare come pettegolezzo, e per giunta pettegolezzo femminile, è in realtà socialmente significativo.” Muovendosi in questa dimensione apparentemente privata, Duras espone le falle strutturali del colonialismo, dimostrando come il sistema sia rovinoso per chiunque non appartenga a quell'élite ristretta che ne trae profitto. Il desiderio individuale cessa così di essere un fatto privato per rivelarsi indissociabile dalle dinamiche del potere coloniale.
Una trilogia del disincanto coloniale: Una diga sul Pacifico, Il Viceconsole, India Song

Il primo romanzo a subire l'accusa di frivolezza e gossip fu proprio quello che ne consacrò il successo: Una diga sul Pacifico (1950). Al centro dell'opera semi-autobiografica domina la figura della madre, ritratta nella sua titanica e disperata lotta contro un’amministrazione coloniale corrotta. La rabbia materna non è qui un semplice eccesso emotivo, bensì una risposta legittima all'ingiustizia strutturale. La narrazione di una vita spesa tra stenti e malattie nei villaggi dell'Indocina serve a Duras per smascherare la retorica imperiale: il privato diventa il campo di battaglia dove si consuma il tradimento della madrepatria verso i suoi figli più fragili, spogliando il colonialismo di ogni residuo fascino propagandistico.
Con quello che Pierre Dumayet definì l’“ultimo romanzo coloniale” – Il Viceconsole (1966) – la critica di Duras si inasprisce, facendosi più densa e psicologica, anche in coincidenza con la sua crescente partecipazione e militanza politica. In queste pagine, il malessere dei personaggi non è solo individuale, ma fisiologico: è il sintomo di una classe dirigente che non riesce più a reprimere, nemmeno sotto il velo della “missione civilizzatrice”, la violenza fondante del sistema coloniale. L’Oriente cessa di essere uno sfondo esotico, paradisiaco e feticizzabile, per trasformarsi nello specchio di una radicale decomposizione morale e politica. Il paesaggio, non più palcoscenico di una conquista, diventa infettivo: la lebbra che colpisce Calcutta diventa, nel romanzo, una metafora della lebbra spirituale che consuma il corpo diplomatico francese. Il caldo asfissiante e la miseria circostante diventano forze che sgretolano la maschera della civiltà europea, rivelando il vuoto etico di un potere che ha perso ogni giustificazione.
Il cerchio si chiude con India Song (1975), libero adattamento cinematografico de Il Viceconsole. Qui, la figura di Anne-Marie Stretter, moglie dell’ambasciatore francese a Calcutta, incarna l’ultimo oggetto del desiderio nostalgico europeo. La sua bellezza malinconica e il suo finale suicidio non sono solo fatti di cronaca sentimentale, come talvolta è stato ipotizzato dalla critica: essi rappresentano, al contrario, la distruzione simbolica definitiva delle narrazioni coloniali. Con la morte di Anne-Marie, muore l’illusione stessa dell’Indocina come giardino dell’Eden europeo.
Attraverso questo percorso, Duras dimostra una consapevolezza straordinaria delle interconnessioni tra strutture di potere e mezzi di oppressione. La sua analisi non isola mai i problemi, ma intreccia classe, razza e genere in un groviglio indissolubile, rivelando come queste categorie operino simultaneamente per schiacciare l'individuo.
L'Amante e il fallimento dell'emancipazione individuale
Con L’Amante – opera che le valse il Prix Goncourt e oltre due milioni di copie vendute in trentacinque paesi – Duras torna nella Saigon degli anni Venti per mettere a nudo la meccanica erotica e politica del potere. La narrazione si sviluppa attorno alla relazione tumultuosa – segnata da differenze di età, classe sociale e origine – tra una giovane adolescente francese e un ricco commerciante cinese: non un semplice incontro sentimentale, ma un legame clandestino destinato a infrangersi contro le necessità dell'ordine patriarcale e coloniale.

Apparentemente, Duras ritrae la ragazza come soggetto femminile sessualmente autonomo ed emancipato, capace di sfidare le convenzioni e i dettami del tempo. Tuttavia, il desiderio della ragazza è profondamente ambivalente, sospeso tra un’attrazione viscerale e una repulsione istintiva nei confronti dell’Altro. Robert Young elabora questa forma di desiderio attraverso il concetto di colonial desire, definendolo non tanto un impulso individuale, quanto un fenomeno sistemico, già scritto e codificato dalle gerarchie stesse del colonialismo.
In questo scenario, le identità dei personaggi non sono mai statiche, ma soggette a una continua e ansiogena fluttuazione in cui la ragazza francese scivola tra la posizione di dominatrice – privilegiata dal suo essere bianca – e quella di sottomessa – per età e classe sociale – mentre l’uomo cinese incarna una potenza paradossale: è l'autorità economica che compra il tempo della giovane, ma rimane pur sempre umiliato e marginalizzato dalla sua alterità razziale agli occhi del sistema imperiale.
Questa fluidità rivela come i discorsi su genere, razza e orientalismo abbiano pre-costruito le forme di desiderio disponibili, circoscrivendo la storia stessa che Duras è in grado di narrare. In definitiva, l'autrice non racconta solo un amore impossibile, ma documenta come il sistema arrivi a colonizzare persino l'intimità, trasformando il corpo dell'altro in un territorio di conquista, di ribellione e, infine, di inevitabile perdita.

In questo senso, L’Amante dimostra brillantemente come la volontà di emancipazione non possa mai risolversi in un mero atto individuale. Nonostante l'apparente trasgressione, la giovane protagonista rimane prigioniera delle medesime strutture che vorrebbe sfidare: il suo tentativo di evadere dallo sguardo coloniale fallisce perché il suo stesso desiderio è già stato colonizzato e strutturato dal sistema.
Il sistema capitalista coloniale, infatti, opera come una macchina che non si limita a reprimere, ma produce e canalizza i desideri individuali: una macchina del desiderio, come la definiscono Deleuze e Guattari. Nella relazione narrata da Duras, l’eros non è libero, ma è un prodotto pre-confezionato dal capitale e dal dominio imperiale. Persino l'autonomia sessuale della ragazza, pur sembrando una ribellione, si rivela condizionata dalle medesime logiche che intende scardinare, sancendo l'impotenza di una resistenza puramente individuale.
Verso una liberazione collettiva
L'opera di Duras si configura quindi non come una semplice testimonianza, ma come un’analisi spietata della tossicità del sistema coloniale, dannoso per l’intera umanità fatta eccezione per l'esigua élite che ne trae profitto. Mostrando i limiti invalicabili della ribellione del singolo, la scrittrice ci consegna una lezione fondamentale: la vera liberazione non può che essere collettiva. Solo un’azione sistemica e condivisa può sfidare le architetture interconnesse di oppressione coloniale, patriarcale e capitalista.
Il lascito di Duras rimane dunque un pilastro per comprendere non solo il passato imperiale francese, ma la natura stessa del dominio e l’urgenza di una lotta comune per lo smantellamento di tutte le gerarchie di potere.
c.t.









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