Alejandra Pizarnik, una voce tenace e perpetua
- Ana María Rodríguez Angulo
- 3 giorni fa
- Tempo di lettura: 8 min

Alejandra Pizarnik è stata una delle figure più distinte e significative della letteratura latinoamericana del XX secolo. La sua opera rimane ora più che mai viva, ed è composta principalmente dalle sue raccolte di poesie e dai suoi diari personali. Pizarnik trasmette, in una prosa surrealista e d'avanguardia, l'angoscia insita nell'esistenza femminile, l'irritabilità generata dall'abitare un mondo che sembra esserti contro e l'indifferenza nel percorrere una vita che non ha mai potuto essere completamente tua.
Una giovinezza disorientata
Pizarnik nacque il 29 aprile 1936 ad Avellaneda, in Argentina. I suoi genitori erano immigrati ebrei fuggiti dall’Impero Russo, da una città – l’attuale Rivne, Ucraina – segnata al tempo da povertà, violenza antisemita e costanti persecuzioni. In Argentina trovarono rifugio, ma la paura non cessò mai; insieme alla sorella maggiore Myriam, crebbero nel mezzo dell'inquietudine causata dagli echi del nazismo in Europa e con la sensazione di non appartenere realmente alla terra che abitavano.
Ereditai dai miei antenati l'ansia di fuggire. Dicono che il mio sangue sia europeo. Io sento che ogni globulo proviene da un punto distinto. Da ogni nazione, da ogni provincia, da ogni isola, golfo, accidente, arcipelago, oasi. Da ogni frammento di terra o di mare che ha usurpato qualcosa e così mi ha formata, condannandomi all'eterna ricerca di un luogo d'origine. Tratti dai suoi diari (1955).
La ricerca d'identità fu una costante della sua vita, soprattutto durante l'adolescenza e la giovinezza. Un'epoca segnata dalla balbuzie e dall'acne, da problemi di immagine corporea che la portarono a una dipendenza dai farmaci per dimagrire, e dalla complessa relazione all'interno del nucleo familiare, dove subiva costanti paragoni con la sorella Myriam, che meglio soddisfaceva le aspettative di figlia imposte dalla madre.

Il suo rifugio divennero le parole. Fin da bambina, la sua fame di letteratura era vorace: leggeva ogni opera in modo metodico e meticoloso, orientandosi verso gli autori del surrealismo e dell'esistenzialismo francese, tra i quali spiccano Sartre, Rimbaud e Proust. Con la stessa dedizione si avvicinò alla scrittura, vedendola come un modo per ordinare e liberare il turbine di emozioni che si intrecciavano in lei: nelle pagine dei suoi diari lasciò impresse le sue angosce, i suoi desideri, le sue fonti d'amore e d'odio e i dubbi che le toglievano il sonno, tessuti attraverso una prosa inquieta e intrepida.
Rivendicare una rotta

La sua metamorfosi in Alejandra Pizarnik segnò un punto di svolta definitivo. Si distaccò dal nome di battesimo, Flora, attraverso un lento processo di riappropriazione: prima firmandosi timidamente Flora Pizarnik, poi Flora Alejandra, fino a cancellare ogni traccia del primo per conquistare se stessa e assicurarsi la sua identità.
All'università iniziò gli studi in Filosofia, Lettere e Giornalismo, che abbandonò più tardi per formarsi come artista sotto la guida del pittore surrealista Juan Batlle Planas. Nel 1955 pubblicò il suo primo libro di poesie, La tierra más ajena. Sebbene all'inizio le sue poesie avessero una struttura più lunga e narrativa, influenzata dalle sue letture, con il tempo il suo stile si evolse in poesie brevi, una scrittura più effimera, che non cercava di spiegare ma suggeriva una storia attraverso frammenti successivi.
Non so nulla di uccelli, non conosco la storia del fuoco. Ma credo che la mia solitudine dovrebbe avere le ali. La mancanza (1958).
Parigi e il gruppo di esiliati
Il 31 dicembre 1959, Pizarnik decise di trasferirsi a Parigi, dove rimase per i successivi quattro anni. Lavorò traducendo autorevoli autori francesi come Artaud, Césaire e Bonnefoy; fu anche giornalista ed editrice per diverse riviste come Cuadernos. Successivamente, iniziò i suoi studi alla Sorbona, dove strinse amicizia con personalità come Julio Cortázar, Rosa Chacel, Silvina Ocampo, Octavio Paz ed Elena Garro, figure di rilievo nelle sfere intellettuali e artistiche dell'epoca, che le offrirono una rete di sostegno e una mano amica tra le profonde strade parigine. Contemporaneamente stabilì contatti con persone come Simone de Beauvoir e Jean-Paul Sartre. Parigi fu dunque per Pizarnik un mondo di abbondanza culturale e intellettuale, in cui si trovò costantemente circondata da incontri ammalianti. Così la sua opera si nutrì di pomeriggi e notti colmi di conversazioni, in un ambiente febbricitante e in un contesto politico e culturale che non concedeva tregua.

Svolgeva il suo lavoro di lettrice e scrittrice con meticolosità e costanza; poneva l'accento su ogni paragrafo, ogni frase, ogni parola, persino su ogni sillaba. Era molto critica verso se stessa: rileggeva, revisionava e cancellava; il suo lavoro pubblicato era frutto di un lungo tempo di epurazione. Nel 1962 pubblicò Árbol de Diana (L'albero di Diana), risultato di questa esperienza parigina, nonché una delle sue opere più importanti e acclamate fino ad oggi.
Il racconto incompleto del Boom latinoamericano
Pizarnik, insieme ad altre di queste figure, fece parte del Boom Latinoamericano, fenomeno letterario ed editoriale degli anni '60 e '70 in cui molteplici opere di una prolifica generazione di autori furono ampiamente distribuite in Europa e negli Stati Uniti. Questi autori, sebbene scrivessero da anni, beneficiarono dell'improvviso interesse nei confronti del continente instillato dalla Rivoluzione Cubana. Questo movimento si distinse per la sua originalità, sia nella forma estetica che nelle storie narrate e nel modo di plasmare il linguaggio: generi popolari come il Realismo Magico ebbero origine proprio in questo movimento.

Secondo il discorso popolare, il movimento fu portato avanti esclusivamente da autori maschili, come Mario Vargas Llosa, Julio Cortázar, Gabriel García Márquez, Octavio Paz... Tuttavia, autrici come Pizarnik, Elena Garro, Gabriela Mistral, Rosario Ferré o Marvel Moreno sono state sistematicamente dimenticate e respinte dal canone, e il loro contributo al movimento rimosso.
Il ritorno e l’addio
Per tutta la vita, Pizarnik visse in qualche modo torturata dal suo ambiente e dalla sua stessa esistenza. Al ritorno in Argentina, entrò e uscì da istituti psichiatrici a causa della depressione e dei diversi tentativi di suicidio. Il 25 settembre 1972, a soli 36 anni, durante un fine settimana di libera uscita dal centro in cui era ricoverata, decise di togliersi la vita con un'overdose di Seconal. Pizarnik è stata innegabilmente una delle artiste letterarie più importanti dell'America Latina; la sua opera ha segnato uno standard per la poesia nel continente e, allo stesso modo, è riuscita a spiccare in un ambiente considerato esclusivamente maschile.
a.m.r
Traduzione di Chiara Tommasi
Alejandra Pizarnik, una voz tenaz y perpetua

Alejandra Pizarnik fue una de las figuras más destacadas y significativas de la literatura Latino Americana del siglo XX. Su obra permanece más que viva, compuesta principalmente por sus colecciones de poemas y sus diarios personales. Pizarnik transmite en una prosa surrealista y vanguardista, la angustia que implica la existencia femenina, la irritabilidad que engendrada habitar un mundo que parece estar en tu contra y la indiferencia de transitar una vida que nunca pudo ser completamente tuya.
Una juventud desorientada
Pizarnik nació el 29 de abril de 1936 en Avellaneda, Argentina. Sus padres eran inmigrantes judios, quienes habían huido desde lo que ahora es Rovno, Ucrania, ciudad que en ese momento formaba parte del imperio Ruso y estaba marcada por la pobreza, la violencia antisemita y las persecuciones constantes. En Argentina encontraron refugio, pero el miedo nunca cesó: junto a su hermana mayor Myriam, crecieron en medio de la inquietud por los ecos del nazismo en Europa, y con la sensación de no pertenecer del todo la tierra que habitaban.
Heredé de mis antepasados las ansias de huir. Dicen que mi sangre es europea. Yo siento que cada glóbulo procede de un punto distinto. De cada nación, de cada provincia, de cada isla, golfo, accidente, archipiélago, oasis. De cada trozo de tierra o de mar que han usurpado algo y así me formaron, condenándome a la eterna búsqueda de un lugar de origen.
La búsqueda de identidad fue una constante en su vida, sobre todo durante su adolescencia y juventud. Época que estuvo marcada por el tartamudeo y el acné; por problemas de imagen corporal que la llevaron a una adicción a los fármacos para bajar de peso; y por la compleja relación en su núcleo familiar, pues recibía constantes comparaciones frente su hermana Myriam, quien cumplía mejor las expectativas de hija que imponía su madre.

Su refugio se volvieron las letras, desde muy chica tuvo un hambre voraz por la literatura, leía cada obra de una forma metódica y meticulosa, inclinándose por autores del surrealismo y existencialismo francés, entre los que resaltan Sartre, Rimbaud y Proust. Asimismo comenzó a escribir, como una forma de ordenar y de liberar el torbellino de emociones que se enredaban, en las páginas de sus diarios dejó plasmadas sus angustias, sus deseos, sus fuentes de amor y de odio y las dudas que le quitaban el sueño; tejidas a través de una prosa inquieta e intrepida.
Reclamando un rumbo

Su transformación total hacia Alejandra Pizarnik marcó un antes y un después. Su nombre original, Flora, lo fue cambiando gradualmente: primero empezó firmando tímidamente como Flora Pizarnik, luego agregó Flora Alejandra y finalmente lo quitó por completo, haciendo suyo su nombre, conquistando sobre sí misma y asegurando su identidad.
En la universidad comenzó con sus estudios en Filosofía, letras y periodismo, los cuales abandonó más tarde para formarse como artista de la mano del pintor surrealista Juan Batlle Planas. En 1955 publicó su primer libro de poemas, La tierra más ajena si bien al principio sus poemas tenían una estructura más larga y narrativa, influenciada por lo que leía, con el tiempo su estilo evolucionó en poemas breves, una escritura más efímera, que no buscaba explicar sino insinuaba una historia a través de restos.
Yo no sé de pájaros, no conozco la historia del fuego. Pero creo que mi soledad debería tener alas. La carencia (1958).
París y el grupo de exiliados
El 31 de diciembre de 1959 Pizarnik decidió mudarse a París, donde permanecerá durante los próximos 4 años. Trabajó traduciendo notables autores franceses como Artaud, Cesaire y Bonnefoy, también fue periodista y editora para otras revistas como “Cuadernos”. Posteriormente comenzó sus estudios en la Sorbona, donde estableció amistad con personas como Julio Cortázar, Rosa Chacel, Silvina Ocampo, Octavio Paez y Elena Garro, figuras notables en las esferas intelectuales y artísticas de la época, quienes le brindaron una red de apoyo y una mano amiga en las profundas calles parisinas. Al mismo tiempo estableció contacto con personas como Simone de Beauvoir y Paul Sartre. París fue entonces un mundo de abundancia cultural e intelectual para Pizarnik, en donde se vio rodeada constantemente por encuentros cautivadores. Así su obra fue nutrida por tardes y noches repletas de conversaciones, en un ambiente convulso, y un contexto político y cultural que no daba tregua.

Su labor como lectora y escritora la desarrollaba con minuciosidad y constancia, hacía énfasis sobre cada párrafo, cada frase, cada palabra incluso cada sílaba. Era bastante crítica consigo misma, releía, revisaba y tachaba, su trabajo publicado era fruto de un largo tiempo de depuración. En 1962 publicó el Árbol de Diana, resultado de esta experiencia, una de sus obras más importantes y aplaudidas hasta el momento.
El Boom latino americano es contado a la mitad
Pizarnik, en conjunto con otras de estas figuras, hicieron parte del Boom Latinoamericano, el cual hace referencia al fenómeno literario y editorial durante las décadas de 1960 y 1970, momento en que múltiples obras de una generación prolifera de autores fueron ampliamente distribuidas en Europa y Estados Unidos. Estos autores, aunque llevaban años escribiendo se beneficiaron del súbito interés sobre el continente a causa de la Revolución Cubana. Este movimiento se caracterizó por su originalidad, tanto en la forma estética como en las historias contadas y su manera de moldear el lenguaje, géneros populares como el Realismo Mágico tuvieron su origen en este movimiento.

En el discurso popular, este se ha caracterizado como un movimiento llevado a cabo exclusivamente por autores masculinos, como Mario Vargas Llosa, Julio Cortazar, Gabriel Garcia Marquez, Octavio Paz y demás. Sin embargo, autoras como Pizarnik, y otras autoras latinoamericanas, han sido rechazadas por el canon y sistemáticamente olvidadas en su aporte a este movimiento, entre ellas resaltan Elena Garro, Gabriela Mistral, Rosario Ferré o Marvel Moreno.
El retorno y finalmente el adiós
Durante toda su vida, Pizarnik vivió en cierta forma torturada, por su entorno y por su propia existencia. Al volver a Argentina estuvo entrando y saliendo de instituciones mentales a causa de la depresión e intentos de suicidio. El 25 de septiembre de 1972, a sus 36 años, durante un fin de semana libre que tuvo del centro en el que se encontraba en ese momento decidió quitarse la vida con una sobredosis de Seconal.
Pizarnik fue innegablemente una de las artistas literarias más importantes de Latino America, su obra marcó un estándar para la poesía en el continente, y asimismo se destaca en un ambiente que fue considerado exclusivamente masculino.
a.m.r




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