Waking the witches: riappropriarsi dell'industria discografica
- Marta Frugoni

- 7 ore fa
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Nella storia della produzione musicale moderna, la proprietà dei diritti di registrazione e dei master è un privilegio tipico delle grandi etichette discografiche. Di conseguenza, in un passato non troppo lontano, i diritti spettavano quasi esclusivamente agli uomini e, logicamente, anche la narrazione della loro perdita è stata spesso associata a performer maschili, prendiamo come esempio la causa legale di Prince contro Warner Bros, agli inizi degli anni ‘90. Solo dal 2019, a causa dello scandalo mediatico legato al furto dei diritti dei primi quattro album di Taylor Swift da parte del produttore Scooter Braun, le voci femminili sono riuscite a trovare un giusto spazio nel dibattito sul controllo e la proprietà dei propri cataloghi, evidenziando quanto le discriminazioni nel settore discografico siano presenti ancora oggi.

L’evoluzione del controllo discografico
Il controllo dei diritti dei master è, ovviamente, un tema cruciale che influenza l’opportunità di guadagno di chi compone musica. Questo processo di acquisizione economica si distacca dalle norme classiche della proprietà intellettuale, secondo cui i diritti dovrebbero appartenere naturalmente all'autore: nel caso delle registrazioni sonore, essi vengono attribuiti a chi si assume il maggiore rischio imprenditoriale, ovvero la major. Nel trattato dell’Organizzazione Mondiale della Proprietà Intellettuale (WIPO), infatti, il produttore viene indicato ancora oggi come colui che organizza e finanzia le sessioni di registrazione, gestendo le principali difficoltà a livello artistico e finanziario.

Nella seconda metà del ‘900, la scarsa autonomia lasciata alle artiste e agli artisti, a cui spettava solo una quota delle royalties, ha portato sempre più persone del settore a rivendicare il possesso diretto della propria musica, grazie a nuove strategie contrattuali e all’utilizzo di società di loro proprietà, diffuse soprattutto dagli anni ‘80 in poi. Tuttavia, la discriminazione e i pregiudizi hanno spesso impedito alle lavoratrici di accedere alle stesse opportunità di negoziazione e di effettivo acquisto dei propri master, escludendole da opportunità cruciali per la loro carriera e di partecipare a fondamentali decisioni che influenzino la direzione artistica e la distribuzione delle proprie opere. Inoltre, le artiste si sono spesso trovate a dover lottare contro stereotipi di genere che hanno limitato le loro capacità di networking e collaborazione, aggravando così il divario esistente nell'industria musicale. La mancanza di rappresentanza e role model ha ulteriormente ostacolato il loro accesso alla leadership e all'influenza decisionale, impedendo progressi significativi verso un vero equilibrio di potere nell'ambiente musicale.
Per cercare una vera parità, occorre affrontare le radici di questa processo di discriminazione, promuovendone la consapevolezza e, nel contesto di un’industria musicale attraversata da profonde disuguaglianze di genere che hanno sistematicamente marginalizzato le artiste donne, l’esperienza di Kate Bush emerge come un esempio di indipendenza e autonomia.
Il caso di Kate Bush: pioniera dell’indipendenza
Nel panorama di inizio anni ‘70, saturo di neonati talenti, la cantautrice britannica Kate Bush ha saputo affermarsi non solo come una delle voci più innovative e influenti, ma anche come un’artista capace di mantenere il controllo totale sulla propria opera. Nata nel 1958, Kate Bush si avvicina sin da piccola alla musica, ma la sua carriera prenderà davvero il via grazie al successo dell'album d'esordio The Kick Inside, e in particolare al singolo Wuthering Heights (1978). Bush chiarisce da subito che le sue qualità vanno ben oltre il timbro distintivo, la presenza eterea e l'ispirazione poetico-letteraria dei suoi componimenti e che la sua aspirazione è quella di una carriera a tutto tondo, coltivata grazie ad una sorprendente capacità di mantenere il controllo sulla propria opera, dal punto di vista creativo, tecnico e economico.
Appena ventunenne, si lancia in un'impresa titanica e organizza, insieme ai suoi fidati collaboratori – tra cui i due fratelli – il Tour Of Life (inizialmente conosciuto come Lionheart Tour dal suo secondo album Lionheart, che richiama anche il segno zodiacale dell'autrice): 18 mesi di preparazione tra intense prove di ballo e canto per costruire 6 settimane di performance in club di tutta Europa, acclamato da pubblico e critica grazie alla sapiente "combinazione delle sue abilità di mimo, magia e capacità di cambi costume durante lo spettacolo".

Bush, già nota per l'uso innovativo di proiezioni visive, tecnologia audio e microfonica e per un'articolata trama narrativa durante i suoi show, vuole che il tour offra un'esperienza teatrale in contrasto con le esibizioni di altri musicisti rock contemporanei: "danza, poesia, burlesque, magia e teatro", sostiene la cantante. Ogni spettacolo viene quindi suddiviso in quattro sezioni, concludendosi con due bis, che prevedono diciassette cambi di costume, e coinvolge tredici persone sul palco. Quest'ultimo è costruito con una rampa retrattile al centro e un grande schermo sul quale possono essere proiettate diapositive e filmati. Il tutto è completato da otto luci mobili – follow spot – che seguono i musicisti e gli artisti. La tenacia di Bush traspare durante tutto il processo: immortalata dalla BBC nel documentario Kate Bush: On Tour, la cantante afferma più volte di essere certa di avere e meritare il rispetto dei colleghi, persone con cui lavora a stretto contato tutti i giorni, il cui aiuto è essenziale per trattare e creare la sua musica.
Seguendo il suo desiderio di diventare un'artista a 360 gradi, nel 1980 ottiene un accordo di licenza autogestita per i suoi master, una mossa all’avanguardia per l’epoca e, nonostante alcuni dei suoi primi album siano ancora di proprietà delle etichette acquisite da Warner, Bush conserva la totale proprietà delle sue registrazioni tramite la sua società Noble And Brite Holdings Limited.

Ad oggi, dopo il grande successo commerciale del singolo Running Up That Hill (collegato al suo uso nella serie campionessa di incassi Stranger Things), un dettaglio sorprendente emerge dai dati di Spotify: Kate Bush possiede i diritti di registrazione dell'album Hounds Of love, attraverso la Noble And Brite, il che significa che la cantante detiene la maggior parte delle royalties derivanti dalla riproduzione del brano, anche se distribuito dalla Warner Music Group, ottenendo giustamente il vantaggio maggiore. Nell'ultima settimana del 2025, il brano ha raggiunto 57 milioni di streaming, traducendosi in oltre 200.000 dollari di royalties: questo esempio dimostra come il possesso diretto dei diritti possa tradursi in un vantaggio significativo.
“Kate Bush owns the entire recording copyright to Running Up That Hill, as well as the Hounds Of Love album, and the rest of her biggest hits. Those hits are distributed by Warner Music Group. But they are owned by Kate Bush. They’re not even credited as being licensed to anyone.”
Tim Ingham in Kate Bush is the world’s biggest independent artist right now. She’s owning it - “MusicBusiness Worldwide”
La dinamica del mercato: disparità strutturali
L'autonomia di Bush ha sicuramente ispirato molte artiste e artisti, contribuendo a cambiare le regole del gioco nel settore musicale e dimostrando che la proprietà dei diritti deve essere un elemento chiave di indipendenza e successo economico soprattutto per le donne. Sfidare le logiche di un settore dominato da stereotipi e squilibri di potere è ancora oggi molto difficile per le artiste, che incontrano maggiori difficoltà rispetto ai colleghi uomini nel negoziare accordi di proprietà.
Il panorama musicale sta cambiando: sempre più artisti, indipendenti e non, stanno affrontando il mercato mantenendo il controllo diretto sui propri cataloghi. Tuttavia, la rappresentanza nelle posizioni di produzione e ingegneria è ancora ridotta e molte professioniste vengono lasciate in attesa di opportunità. Per cambiare questa situazione, è necessario intervenire a livello strutturale, promuovendo trasparenza sui dati di genere, politiche inclusive e un cambiamento culturale nel settore musicale. Il futuro della musica potrebbe essere segnato da un maggior equilibrio tra artisti e major, con un modello in cui la proprietà dei diritti non è più un privilegio riservato a pochi, ma un diritto accessibile a tuttə, indipendentemente dal genere.
M.F.




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