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Una cosa vicina con Loris G. Nese e Chiara Marotta

Rubrica: Voci d'artistə


Presentato lo scorso settembre alle Giornate degli Autori presso la Mostra d’arte cinematografica di Venezia, Una cosa vicina – film di Loris G. Nese con la produzione e il montaggio di Chiara Marotta per la loro casa di produzione Lapazio Film – è arrivato nelle sale questo marzo e verrà presentato oggi al Cinema Odeon di Vicenza, mentre l’8 giugno al Cinema Europa di Bologna. Il film racconta la storia del personaggio di Loris G. Nese, cresciuto a Salerno negli anni Novanta con un cognome che pesa sempre più durante la sua crescita. Gli uomini della sua famiglia, compreso il padre, muoiono troppo giovani e lui non è in grado di spiegarsi il perché. È il cinema di genere ad offrirgli uno specchio della violenza attorno a lui, ed è proprio lì che da adulto decide di tornare per ricucire i pezzi della propria storia. Una cosa vicina è un film pieno di ombre, di sfaccettature, che tenta di restituire la complessità della vita giocando con i cliché e le narrazioni dominanti.




F: Da cosa è nato questo film e come si inserisce nel tuo percorso, Loris?


Loris G. Nese
Loris G. Nese

L: Una cosa vicina è stato il primo progetto cinematografico a cui io abbia mai lavorato in maniera consapevole, se così si può dire. Dieci anni fa, insieme a Chiara Marotta, mi sono avvicinato alla produzione cinematografica spinto da una doppia esigenza: da una parte c’era la voglia di “sviscerare” delle questioni che erano rimaste, durante la mia crescita, irrisolte; il mio è stato un tentativo di ricollocarmi all'interno di questo flusso narrativo per provare a raccontare dal mio punto di vista una storia che mi sembrava tutti – soprattutto nella mia città – conoscessero meglio di me. D'altra parte, il film nasce come risposta a una serie di racconti che sono nati nel cosiddetto “post Gomorra”, cioè dall'uscita del libro da cui poi sono tratti il film e la serie. Essi si focalizzano sulla periferia italiana, in particolare quella campana, in una direzione che mi sembrava tesa a raccontare il punto di vista dei criminali, in alcuni casi rendendoli addirittura degli eroi e in altri rischiando di appiattire delle sfumature che invece a me interessava raccontare. Ho cercato di mostrare l'altra faccia di queste grandi narrazioni che riguardano la macroarea del male, il fatto che esso può manifestarsi in numerose forme e che, ovviamente, non è sempre così semplice distinguerlo dal bene.



F: Nei tuoi lavori passati avevi già iniziato ad analizzare queste tematiche?


L: Sì, in realtà tutto il lavoro svolto precedentemente è stato produrre diversi cortometraggi al fine di trovare il giusto approccio con il pubblico. Sperimentare con forme più brevi mi ha permesso di partire da dati autobiografici “nascosti” dietro dei personaggi di finzione, fino a palesarmi in maniera sempre più evidente. Ciò è accaduto soprattutto nel cortometraggio che ha preceduto la realizzazione di Una cosa vicina, ovvero Z.O.– che sta per zona orientale – riguardo le dinamiche criminali nate in un complesso di case popolari della mia città. Il corto è stato concepito come uno spin-off, per iniziare ad interrogarmi sulla possibile forma del racconto, ma anche dalla voglia di sperimentare con l'animazione.


Frame di "Una cosa vicina" di Loris G. Nese prodotto da Lapazio Film


F: Da quanto va avanti la vostra collaborazione e come è nato Lapazio Film?


Chiara Marotta
Chiara Marotta

C: Io e Loris abbiamo cominciato a lavorare insieme dal corto Quelle brutte cose, presentato al Festival di Venezia nel 2018 – dove ha vinto il premio per il miglior montaggio alla Settimana Internazionale della Critica – e poi al Sundance, nel 2019. Sempre nel 2018 abbiamo fondato Lapazio Film; è stato molto bello veder crescere la nostra carriera insieme al nostro progetto, notare uno sviluppo da entrambe le parti. La società ha sede a Salerno, nostra città d'origine; cerchiamo di collaborare il più possibile con troupe campane, volendo salvaguardare la realtà salernitana e il cinema campano, raccontando storie che ci appartengono e che sono nate nel nostro territorio.



F: Come si posiziona il film da un punto di vista politico rispetto agli stereotipi riguardanti la periferia campana? 


L: Il problema a monte, come ho detto prima, è che narrazioni del genere tendono a proseguire verso un flusso sempre identico, sfruttando i soliti stilemi narrativi. È stato per noi fondamentale chiederci come raccontare questa storia in modo che fosse chiara a chi non l'ha vissuta, a chi non la conosce, liberandosi contemporaneamente di tutti i cliché che gravitano attorno a queste narrazioni. L'abbiamo fatto principalmente grazie ad un espediente tecnico immediato: dare dei piccoli ganci narrativi all'inizio del film attraverso cui raccontare le dinamiche criminali e gli antefatti, per poi liberarcene fino in fondo. Quindi la scelta politica derivante da questo approccio è stata di non focalizzarsi sulle azioni criminali in sé, ma su ciò che ne è derivato, quindi raccontare il minimo indispensabile per poi lasciare spazio a ciò che è successo dopo, alla quotidianità dei personaggi con i suoi paradossi. Questo è stato possibile rendendo il film non tanto il racconto di una persona venuta a mancare, ma il percorso di vita di un personaggio specifico: il mio. Abbiamo cercato di valorizzare la natura ibrida di questo percorso partendo dal presente, ma portandoci dietro tutto il mio immaginario infantile, al fine di mostrare il progressivo avvicinamento alla verità che ha acquisito negli anni forme mutevoli. La scelta è stata quella di creare un’atmosfera orrorifica: il genere horror ci sembrava molto efficace, sia perché si discosta dai generi tipici per questo tipo di storie, come il crime, ma anche perché trovo che riesca a sublimare l'incapacità di comprensione tipica dell'infanzia, quello stadio della vita durante il quale le cose che non si capiscono assumono delle forme mostruose, un trauma che diventa con l’età qualcosa di ancora più grande, sempre più reale.

Uno dei temi di Una cosa vicina è la mancanza di strumenti che permettono di elaborare questa storia: penso, per esempio, ai momenti di confronto con le persone intervistate, in cui è percepibile una difficoltà nel comunicare e nel chiamare le cose col proprio nome.


Frame di "Una cosa vicina" di Loris G. Nese prodotto da Lapazio Film. Salerno.

C: Nel film la città diventa quasi una figura genitoriale e i personaggi protagonisti sono i suoi figli: questo è un tema centrale nel film. Per rendere l’idea, oltre a realizzare riprese della Salerno di oggi, abbiamo utilizzato vari materiali d’archivio, tra cui quelli di AAMOD,  di Rai Teche, dell'Istituto Luce e di Cinecittà. Abbiamo cercato sia materiali visivi che sonori, usati per costruire la città, la sua evoluzione, l'alluvione di cui si parla nel film degli anni 50 - che ha causato poi la costruzione della nuova zona orientale - al fine di trattare un lato urbanistico che si interroga sull'effettiva funzione di questa “nuova” città, la Salerno orientale, e il rapporto che ha con il centro storico.



F: In Una cosa vicina è perfettamente riconoscibile l’equilibrio tra la realtà attuale e il vissuto di Salerno, ma si può percepire anche una componente onirica, mostruosa. 

Come mai avete deciso di usare linguaggi sperimentali oltre alla narrazione classica?


C: Loris ha cominciato a lavorare alla scrittura nel 2016, cambiando molte volte anche il modo in cui voleva relazionarsi con i personaggi coinvolti e con la storia. Successivamente, durante la fase di montaggio, abbiamo catalogato e visionato tutti i materiali raccolti durante gli anni, tra cui le interviste, il materiale d’archivio e delle piccole prove d'animazione: scenette horror, stop motion con la plastilina, animazioni in 2D, ecc… La nostra idea era quella di non dare un ordine cronologico preciso: si comincia con l'adolescenza, si va verso l'età adulta e poi si torna all'infanzia. Noi volevamo far intendere questa commistione di linee temporali anche e soprattutto attraverso il montaggio e lo stile stesso del film.


Frame di "Una cosa vicina" di Loris G. Nese prodotto da Lapazio Film

L: Una cosa vicina nasce con l'idea di mostrare i cambiamenti del mio personaggio rispetto alla città, la sua storia che si mischia con la mia. Volevo creare un’atmosfera suggestiva che credo sia già abbastanza concreta grazie all'aspetto fiabesco dei vicoli medievali, dei palazzi barocchi e della zona orientale, con questi complessi di case popolari degli anni ‘50, ‘60, ‘70. Combinando vari stili ci sembrava di lasciare spazio al turbamento interiore del personaggio, mostrare la differenza tra un passato idealizzato e un presente più crudo, reale.



F: Com'è stato, invece, relazionarsi con gli intervistati? Mi ha molto colpito il modo in cui, attraverso le domande che ponevi, cercavi la tua storia negli altri che, al tempo stesso, diventavano quasi dei personaggi, sentendo di dover rispettare all’interno di quel sistema dei ruoli, anche di genere.


L: Questa domanda è molto interessante in quanto racchiude il senso di tutto il film: da mia madre, cercavo particolari risposte, mentre dal confronto con i miei amici ne cercavo altre. Io ho avuto bisogno di studiare la storia perché, pur essendo un personaggio coinvolto, sentivo la necessità di colmare dei buchi anche attraverso il dialogo con gli intervistati; ho fatto delle domande a camera spenta prima di filmare, ho cercato di tracciare dei confini, provare a capire quali erano le dinamiche che hanno preceduto poi una serie di reazioni. Il dialogo è continuato anche dopo, nella fase di montaggio, è stata una continua trattativa e collaborazione. Il ritratto che più mi interessava curare era quello di mia madre, la sua posizione nel contesto più ampio delle dinamiche sociali legate al ruolo della donna in ambienti in cui è presente la criminalità organizzata. Un discorso diverso per quanto riguarda i miei amici dei quali mi interessava più capire l’opinione riguardo la mia storia, com’era stato per loro scoprire la verità. I due punti di vista, quello di noi figli e quello della città, dei genitori, si sono uniti in un grande dialogo collettivo; l'obiettivo era di consentire ai vari personaggi di interagire e riflettere insieme.


Frame di "Una cosa vicina" di Loris G. Nese prodotto da Lapazio Film

F: Anche la scelta del titolo è interessante: una cosa molto vicina a te, ma comunque difficile da raggiungere. 


L: Certo, la tematica riguarda tutti, riguarda me: il film nasce proprio dalla messa in discussione dello spettatore. Mi piacerebbe che lo spettatore si sentisse coinvolto e provasse a tirare le fila, in alcuni casi anche opponendosi apertamente, ma sempre mettendosi in discussione. Il film è una sorta di “avvicinamento alla razionalizzazione” per cercare una conclusione effettiva, una soluzione reale difficile da trovare, e quindi siamo finiti con il  giocare con questo paradosso.


Frame di "Una cosa vicina" di Loris G. Nese prodotto da Lapazio Film


F: Essendo questo un film difficilmente catalogabile, com'è stata la produzione, la ricerca di finanziamenti e la distribuzione? Come vi siete trovati nel sistema cinematografico attuale? 


Poster di "Una cosa vicina" di Loris G. Nese prodotto da Lapazio Film

C: Con Lapazio Film abbiamo cominciato ricevendo un primo finanziamento ministeriale, poi abbiamo presentato il progetto a Rai Cinema che ci ha creduto molto proprio per la sua capacità di raccontare una storia di questo tipo in maniera differente. Successivamente, abbiamo ricevuto un finanziamento della Film Commission della Regione Campania, riuscendo a sostenere i costi anche della produzione. Attualmente stiamo gestendo la distribuzione, sempre con la nostra società. É stata sicuramente una bella sfida: il nostro è un film autoriale che non fa parte del circuito commerciale tradizionale, ma abbiamo deciso di intraprendere comunque un percorso di distribuzione classico” perché ci tenevamo tantissimo a presentarlo fisicamente nelle sale. È un momento molto intenso: ogni proiezione genera delle reazioni immediate grazie alle domande del pubblico dopo la visione e devo dire che è uno scambio intrigante, le domande sono sempre diverse e riescono a generare riflessioni che fanno bene anche a noi.


L: Per Una cosa vicina abbiamo deciso di abbracciare la definizione di documentario, ma è sempre molto complesso perché è un settore fortemente codificato. Ad esempio, nella fase di ricerca dei finanziamenti ci è stato chiesto di inserire la parola “mafia” nel titolo: noi ci siamo rifiutati perché ci avrebbe inseriti subito in un settore specifico del mercato. Il nostro obiettivo era, invece, utilizzare una modalità di racconto variegata, attraverso tecniche diverse, stili diversi… abbiamo creduto fortemente in questa frammentarietà che nel suo insieme è riuscita a comunicare al pubblico ciò che volevamo e noi ne siamo molto grati.


Frame di "Una cosa vicina" di Loris G. Nese prodotto da Lapazio Film


F: Pensate che il film abbia avuto un impatto a Salerno?


L: Sì, sicuramente sul pubblico: da quando abbiamo iniziato le proiezioni c'è stata una risposta significativa che non è mai scontata, soprattutto nelle nostre zone. Una cosa vicina ha generato delle riflessioni sulle dinamiche territoriali e sociali che hanno attraversato Salerno e credo sia una cosa positiva. Poi capiremo solo nel corso del tempo come verranno rielaborate, quali frutti daranno, ma solo il fatto di aver permesso alle persone di confrontarsi con una nuova visione è soddisfacente.


m.f. e f.v.

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