Un mare molto piccolo: il documentario di Zeroscena
- Francesca Viapiana

- 2 giorni fa
- Tempo di lettura: 6 min
Rubrica: Sguardo sul reale
Zeroscena è un duo artistico attivo a Venezia composto da Elisa La Boria e Luka Bagnoli. Laureati allo IUAV, sono artisti in residenza presso Fondazione Bevilacqua La Masa e Musei Civici di Venezia. Un mare molto piccolo è il loro primo documentario e tratta del Delfinario di Rimini e del relativo processo per maltrattamento. Il film ragiona sullo sfruttamento degli animali in cattività, indagando la complessità del nostro rapporto con l’alterità. Al Bellaria Film Festival ha avuto la sua prima, in seguito è stato proiettato alla Casa del Cinema di Venezia nella rassegna Art Ecologies, poi a Rimini e a Riccione all’Into the Blue - Sea Life Fest, organizzato dalla Fondazione Cetacea. Oggi, 15 luglio, sarà al SiciliAmbiente Film Festival.

F: Com’è nato Zeroscena?
E: Nasce a inizio 2020. Io e Luka ci siamo conosciuti al corso di laurea Arti, spettacolo, eventi culturali dello IULM di Milano; lui veniva dal teatro, dalla scrittura, io invece da una pratica più legata all’immagine. Zeroscena nasce con l'idea di esplorare l'arte in maniera molto libera, senza darci come vincolo un mezzo o un tema, ma permettendoci di pensare a ogni progetto come una scena nuova da cui poter ricominciare. Il riferimento è chiaro al palcoscenico: un contenitore nel quale inquadrare e inserire la pratica artistica.
F: Sul vostro sito si legge che la vostra pratica consiste nell’indagare “luoghi circoscritti come casi studio: spazi di reclusione, ambienti domestici, luoghi di cattività, mettendo in risalto le relazioni e le contraddizioni che questi contesti politici e sociali generano”. In che modo i vostri lavori ragionano su questo?
L: Noi interpretiamo i luoghi come spazi in cui avviene una coabitazione che porta alla luce delle questioni o problematiche. I luoghi stessi sono degli archivi di queste. Per esempio, noi abbiamo un filone di ricerca ancora aperto sulla questione abitativa. Uno dei lavori è Affittasi luminosissimo bilocale, in cui abbiamo installato un finto appartamento all'interno di uno spazio espositivo a Milano, un luogo pubblico all'interno di una stazione del passante ferroviario. Avevamo creato un finto archivio di oggetti presi da tante case, con cui riempire l’appartamento. Volevamo parlare di come viviamo le case in maniera temporanea, creando una stratificazione di oggetti.

E: Ci siamo chiesti quale sia il livello minimo di oggetti per cui una casa si può chiamare tale. Lo spazio espositivo era completamente circondato da vetri, alcune cose erano solamente segnate a livello di planimetria, gli oggetti erano scelti e posizionati in modo sconclusionato. Abbiamo fotografato questo appartamento e l'abbiamo messo in affitto su Facebook e altre piattaforme. Molte persone ci hanno risposto, anche se era evidente che non fosse una situazione abitativa reale: l'operazione ha così messo in luce la situazione paradossale del mercato immobiliare nelle città.

L: Da qui, abbiamo ragionato su altre forme di abitare. Abbiamo realizzato il progetto Riscritti e rimossi in cui abbiamo lavorato sull'ex-manicomio di San Servolo a Venezia, dove abbiamo indagato il tema della reclusione. Abbiamo iniziato a lavorarci per la nostra tesi magistrale allo IUAV nel 2023. Ci siamo laureati poi a marzo del 2024 e il progetto aveva già preso in parte i suoi caratteri distintivi: il riuso dei materiali d’archivio e soprattutto delle lettere. La prima cosa che ci hanno mostrato sono state le foto. Presto ci siamo resi conto che questi album non erano per nulla rappresentativi delle persone: non contenevano ritratti, ma fotografie parametriche, scattate dall'istituzione in maniera coatta. Le persone erano sottoposte alla fotografia nel momento dell'ingresso nella struttura, era l'equivalente di un'immagine segnaletica. Erano malvestite e con lo sguardo perso. Anche al momento dell’uscita scattavano una foto per evidenziarne il cambiamento, ma spesso per l’immagine finale facevano la barba al paziente, gli tagliavano i capelli, lo vestivano bene, o se serviva invertivano l’ordine delle foto.
Abbiamo quindi chiesto se ci fossero cose scritte dai pazienti e, come immaginavamo, raccontavano tutt'altro rispetto alle fotografie. Da esse emergono i caratteri individuali, le diverse calligrafie con i loro errori, e il livello di istruzione. Abbiamo poi lavorato col montaggio ed è diventato un libro, in cui sfogliando le pagine si componeva il testo che si sovrappone alle immagini. Ne abbiamo anche realizzato un’installazione a marzo 2025 a San Servolo.

F: Mi sembra che questo progetto abbia anticipato alcune tematiche del vostro film documentario, Un mare molto piccolo.
E: Esatto, anche lì il tema centrale è la reclusione e il mezzo è l’archivio. È nato tutto durante una lezione allo IUAV del professore Marco Bertozzi, in cui Sauro e Alice Pari della Fondazione Cetacea hanno illustrato la loro attività e come sono entrati in possesso di un archivio: scatoloni di VHS del Delfinario di Rimini di cui non conoscevano il contenuto. Luka è di lì e da piccolo c’era stato, così è nata subito la scintilla.
L: Abbiamo mandato una proposta per un cortometraggio alla Fondazione ma, presto, lavorando sui materiali, ci siamo resi conto che doveva essere un lungo documentario. Il film si apre con la mia faccia, anche se nascosta, perché trovavamo importante situare il nostro punto di vista, palesare come anche noi, che stiamo facendo un film sullo sfruttamento, nella nostra vita siamo stati spettatori. Rispetto alla cattività c’è stato un cambiamento culturale enorme, ma fino a 25 anni fa andare al delfinario era una cosa ancora assolutamente normale. Non bisogna farsene una colpa, ma prenderne coscienza e guardare queste strutture per quello che sono: macchine che lucrano sull'esposizione degli animali in cattività. Persino Sauro – il direttore di Fondazione Cetacea – raccontava di aver portato la figlia Alice, da piccola, al Delfinario.

E: Quello che volevamo fare era restituire una storia alla comunità che l'ha vissuta, ma con un punto di vista diverso. Il sequestro degli animali, dovuto al fatto che le condizioni del Delfinario non rispettavano le norme, ha creato un fortissimo senso di rabbia da parte della comunità che era molto legata a ciò che quegli animali, loro malgrado, rappresentavano per la città; erano i "delfini di Rimini", nati e accuditi lì. Ancora oggi molti lo rimpiangono.
L: Il film è anche l'elaborazione di questo lutto, della fine di un ciclo molto importante per la Riviera Romagnola: negli ultimi 70 anni ci sono stati sei delfinari. Il nostro obiettivo era sottolineare i meccanismi alla base di certi sistemi di cattività, il desiderio umano di vedere l’altro, il diverso. Il business funziona perché tutti noi abbiamo questa pulsione e non possiamo ignorarlo. Così è anche per le fotografie dell’ex manicomio, anche se in termini diversi. Riconoscere che esiste questa cosa è il primo passo per cambiare la situazione e, auspicabilmente, chiudere i delfinari.
F: Come avete gestito le interviste e come avete scelto le persone? Sono molto diverse tra loro, occupano posizioni e ruoli vari.
E: La ricerca è stata svolta insieme a Fondazione Cetacea, che conosce molto bene il territorio e ha ottenuto il Delfinario e il suo archivio vincendo un bando. A noi interessava sentire entrambe le parti:sia il lato più ecologista – per esempio, abbiamo intervistato il biologo e cetologo Giuseppe Notarbartolo di Sciara – ma anche quello di chi ha avuto un rapporto diretto con l’animale, chi ha lavorato nel Delfinario – come l’addestratrice Martina Resch e la biologa Raffaella Tizzi – per capire perché i filmati sono stati fatti e perché in quel modo.

L: Ovviamente, è stato molto più complesso convincere le persone direttamente coinvolte a farsi intervistare, soprattutto se testimoni a processo, ma noi volevamo coprire e comprendere sia la parte storica che umana nella sua complessità. Sicuramente le persone del Delfinario volevano bene agli animali, li consideravano come dei famigliari, ma il nostro rapporto con gli animali è malato e va problematizzato. Nonostante noi abbiamo il desiderio di esser loro vicini e amici, sono altro da noi e così devono restare, per il loro bene e a volte anche per il nostro.
F: Il film si basa sui filmati d’archivio in VHS. Questo mezzo è centrale anche tematicamente?
E: Le immagini in VHS sono molto rovinate, alcune proprio rotte, e noi abbiamo voluto tenere conto di questa cosa: abbiamo voluto mostrarlo, senza ripulirle o limitarci a scegliere solo quelle con la resa estetica migliore. È come se i delfini fossero visti da un vetro un po' sporco. Sono opacizzati, sono ormai diventati oggetto di consumo.
L: Anche a livello musicale la questione del glitch ha mantenuto la sua rilevanza. Fabio Mina ha composto le musiche, ricamandole sul montaggio. Ha integrato i suoni rovinati del VHS alle melodie suonate da lui col flauto, elaborando elettronicamente il suono. Trovo che la colonna sonora abbia aggiunto moltissimo al film.

F: Verso il finale, nella scena girata nell’acquario di Genova, c'è un momento in cui compare l’animazione. Come e perché avete deciso di integrarla?
L: L’animazione è ad opera della bravissima Silvia Francis Berry e risponde ad una necessità, in parte pratica: volevamo mostrare le immagini dell’Acquario di Genova, dove si trovano i delfini superstiti di Rimini, senza mostrare effettivamente le immagini.
E: Non avevamo l'autorizzazione per farlo e in più erano immagini molto banali, dietro l'ennesima vasca, dietro l’ennesimo vetro, che poi è anche il punto.

L: Funge, al tempo stesso, da idealizzazione un po' bambinesca di dove potrebbero essere i delfini. Potrebbe essere il disegno che un bambino fa dopo la gita all’acquario, dell’esperienza della famiglia, più che il luogo reale. Inoltre, abbiamo giocato con il controcampo inserendo le immagini del pubblico di Rimini, cosicché sembra guardi quelle di Genova. È come se nulla fosse realmente cambiato: c’è sempre un pubblico che guarda. In più, chiude il cerchio dell’inizio, in cui c’è la mia foto da bambino al Delfinario.
f.v.




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