Cinema collettivo con Valentina Pietrarca
- Francesca Viapiana

- 2 giorni fa
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Aggiornamento: 18 ore fa
Rubrica: Emergere
Valentina Pietrarca ha esordito con il suo primo cortometraggio L’Ornitologa nel 2025, realizzato con il collettivo Onirica, di cui fa parte. Nata nel 2000 a Campobasso, dopo aver studiato sceneggiatura alla Civica Scuola di Cinema Luchino Visconti, ha scritto per le riviste di critica cinematografica Filmidee e Spinosa e con l’associazione Tafano si occupa della rassegna INDOCILI al Cinema Beltrade di Milano. Attualmente studia allo IUAV di Venezia, dove porta avanti la sua idea di cinema profondamente indipendente e radicale e la sua ricerca attraverso linguaggi sempre più sperimentali che indagano la queerness visceralmente. L’Ornitologa sarà al Sicilia Queer filmfest tra il 23 e il 24 maggio.

F: Raccontaci chi sei e il tuo percorso artistico.
V: Vengo da Campobasso, un luogo estremamente provinciale. Dopo il liceo, mi sono trasferita a Milano e mi sono iscritta alla Civica Scuola di Cinema Luchino Visconti, laureandomi in sceneggiatura. Quasi tutta la mia classe si è poi unita nel collettivo Onirica. Oltre a una base tecnica, quello che mi ha dato maggiormente la scuola è stata la rete di relazioni e l'importanza che ha poi in questo mestiere, soprattutto se libero e indipendente.
In seguito, ci siamo spostatə tuttə a Roma per lavorare e lì ho fatto qualche esperienza su dei set, ma mi sono presto accorta che non avrei sostenuto quel tipo di vita a lungo termine. A me piace tanto l’ambiente del set, ma solo se il lavoro è strutturato sulla collaborazione, se si creano dei rapporti importanti e orizzontali. Non mi trovo invece in dinamiche gerarchiche. L’interconnessione che ti insegna un collettivo è fondamentale per un lavoro artistico. Il fatto che io potessi strettamente comunicare solo con le persone del mio reparto, implica una struttura organizzativa quasi militare, in cui banalmente se qualcunə subisce una molestia in un reparto che non è il tuo, tu non te ne devi interessare.
Alla fine a Roma non è così facile trovare lavoro e infatti ho mosso i miei primi passi come assistente alla regia per Il primo figlio di Mara Fondacaro, un horror girato tutto in Molise, per cui la produzione era alla ricerca di persone provenienti dalla regione.
Un’esperienza che mi ha aperto tante porte è stata la summer school della rivista Filmidee. Lì ho conosciuto Davide Perego, il direttore artistico di INDOCILI, una rassegna di cinema indipendente under 35 che si svolge a Milano, nel bellissimo Cinema Beltrade. L’obiettivo è dare uno spazio distributivo e una vetrina a dei lavori che non si vedono facilmente, perché sono prodotti in maniera indipendente e sono indocili, appunto; hanno un barlume di coraggio, di sperimentazione. Ho scritto per Filmidee e poi ho iniziato a prendermi carico delle serate di Indocili, scegliendo i film e intervistando lə autorici. Questa realtà bellissima mi ha permesso di formarmi e svolgere un ruolo curatoriale: è un aspetto che ho scoperto piacermi molto, soprattutto per le persone che ho potuto conoscere. La parte relazionale di questo ambiente mi interessa tanto e la voglio coltivare. Al contrario, la mia esperienza nell’ “industria” mi ha scoraggiata un po’ proprio perché mi sembrava che tutto si riducesse al concetto di “networking”, inteso come rapporti di comodo e funzionali, qualcosa che io non riesco proprio a sopportare. Dopo un anno e mezzo nella capitale, un po' sofferto per vari motivi, mi sono spostata a Venezia e ho iniziato la magistrale allo Iuav di Arti visive e cinema espanso. In Civica qualcunə mi disse: “quando ti senti ferma, pianta un po' di cose, ci mettono un po' di tempo, però poi vengono fuori.” Ora sto iniziando a vedere i primi germogli.

F: Puoi spiegarci meglio cos’è Onirica?
V: Onirica è un collettivo di produzioni cinematografiche indipendenti, che ho fondato insieme ad altrə sei amichə ed ex colleghə della Civica, nato dallo scontro con un sistema di organizzazione di lavoro e di produzione in cui noi stavamo strettə. Volevamo trovare degli altri modi di produzione e di distribuzione, guidati da un'idea di cinema orizzontale, collettivo e indipendente. Siamo sei registə e tuttə collaboriamo ai film degli altri; il lavoro collettivo di Onirica più che nella produzione, è nello sviluppo dell’idea: creiamo delle specie di writing room, riprendendo una metodologia che usavamo in Civica. Onirica si fonda proprio sui rapporti di amicizia: lavoriamo insieme perché abbiamo la stessa filosofia, la stessa idea di cinema e siamo ossessionatə dalle stesse cose. Onirica risponde allo scoglio di quando all’inizio si vuole far cinema e non si ha un gruppo: il cinema non si può fare soli e noi siamo partitə essendo già una piccola troupe. Di recente una delle nostre ultime produzioni, Mambo Kids di Emanuele Tresca, ha avuto la sua premiere internazionale alla Berlinale, nella sezione Generation 14+: per un corto realizzato in maniera totalmente indipendente, da una piccolissima troupe di amiche e amici, è stata una soddisfazione gigantesca.
F: Raccontaci del tuo primo cortometraggio, L’ornitologa. Com’è nato?

V: L'Ornitologa è stato il nostro terzo progetto. È nato da un viaggio che stavo facendo in macchina con Angelo, che era venuto a trovarmi in Molise. Il paesaggio arido di montagna era estremamente affascinante. In quel momento ci sembrò quasi un altro pianeta, mentre invece si trattava di un luogo a mezz’ora da casa mia. Ho così iniziato a pensare a come potrebbe essere un incontro tra un’umana e un’aliena in quel luogo e come avrebbero comunicato: questa questione era fondamentale. L’aliena poi in scrittura è diventata una donna uccello, che si inserisce in un rapporto tra una madre e una figlia. Adele, la protagonista, va a trovare sua madre Clara, un’ornitologa in pensione che si è rifugiata in una casetta isolata in montagna. Clara è una donna molto razionale e ossessionata dalla convinzione di riuscire a trovare l’ultimo esemplare di una specie di uccello ritenuta estinta. Adele, però, durante la sua permanenza forse trova, in altri modi, quello che la madre stava cercando. La comunicazione è un tema centrale del corto: madre e figlia non si capiscono. Invece, Adele e la donna uccello creano una connessione immediatamente, senza ricorrere alla parola, ma attraverso il contatto, l'imitazione, la gestualità. É forse solo quando non parlano razionalmente che madre e figlia si comprendono, quando Adele racconta un sogno, un’immagine. L'incontro con la magia arriva in maniera molto naturale: non si stupisce che ci sia una donna uccello, questo succede per esempio anche nei film di Alice Rohrwacher o Apichatpoong Wheerasethakul, due mie grandi ispirazioni, in cui la magia è parte integrante del mondo che questə cineastə creano.

Io credo che questo film sia queer soprattutto nel rapporto tra la protagonista e la donna uccello, però spesso questa cosa non è stata capita. Il rapporto con l’animalità, la questione della metamorfosi, che è un desiderio, corporale, viscerale, talmente forte che muta la carne stessa, che in questo caso era il desiderio di una connessione, anche interspecie…per me questo è profondamente queer. Ora il corto è stato selezionato al Sicilia Queer filmfest nella sezione Under Queer e sarà proiettato tra il 23 e il 24 maggio, sono felicissima perché si tratta del riconoscimento di un festival che è a tutti gli effetti un’istituzione nel panorama queer, soprattutto italiano.
F: Durante un laboratorio diretto da Cesare Maria Pietroiusti allo IUAV hai realizzato un progetto più sperimentale, Buco. Ti va di parlarcene?
V: Dato che la queerness de L’Ornitologa non era stata immediatamente capita, avevo voglia di fare qualcosa che fosse più “sconvolgente”, più diretto, così che la gente capisse su cosa voglio lavorare. Ho spinto il mio interesse verso il desiderio al massimo: mi interessa come il desiderio agisce sul corpo, quanto è viscerale, irrinunciabile, potentissimo.

Il Buco nasce all’interno di un laboratorio in cui il tema era “Ama il prossimo tuo”, io l'ho declinato rispetto al conflitto tra il desiderio e l'identità sociale e politica. Per fare ricerca ho parlato con molte persone e in loro la questione si declinava in diversi modi ed era molto sentita. Nel mio caso, di identità lesbica, mi concentravo su fantasie che riguardano i dildi, gli strap-on, quindi quello che qualcunə potrebbe considerare un “surrogato fallico”. Mi chiedevo perché sentissi che il “maschile” dovesse per forza entrare nel mio sesso e perché in questo modo. Mi sto sostituendo al maschile in un tipo di rapporto eteronormativo? Questa cosa arriva davvero dal mio desiderio oppure da un retaggio culturale? Una persona che ho conosciuto mi ha raccontato che nelle pratiche sessuali con il suo ragazzo lei ha la fantasia dello stupro. Nonostante lei aborri la violenza e sia una femminista convinta, questa cosa la eccita, generando una piccola crisi della sua identità. Volevo un lavoro che fosse percepibile proprio visceralmente, nel senso che senti qualcosa quando lo guardi, quindi dovevo lavorare con immagini molto dirette. Il lavoro si è declinato in un monitor con uno split screen, installato dentro un buco. Volevo che venisse guardato dall'alto verso il basso, con tutta la dinamica di potere che rapportarsi in questo modo ad un’immagine porta con sé. Volevo che venisse spiata da una voragine, simbolo sia della profondità del desiderio, che della tomba del soggetto sessuale. Mi è venuto in mente il saggio di Leo Bersani Is the rectum a grave?, in cui auspica di abbracciare la distruzione nel sesso, indaga la propensione alla morte e all’autodistruzione nel desiderio. Il mio lavoro poi ha preso una strada un po’ diversa, però mi è rimasta molto impressa l’immagine della “tomba” del soggetto sessuale. Nel momento in cui nel sesso lesbico entra un surrogato fallico, il mio soggetto politico e sociale di donna lesbica sta morendo? Mi sto annullando? Sto diventando qualcos’altro? Eppure, al tempo stesso, c'è un piacere nell’annullamento.
Ho scelto come forma lo split screen, perché mi sono accorta che stavo lavorando su contrasti e dualismi molto netti. Ho lavorato con le immagini di Pornhub, quindi pornografia contemporanea, che è molto più violenta e interessante rispetto la questione dell’annullamento, a differenza, ad esempio, di immagini pornografiche degli anni Ottanta, che invece hanno un’estetica molto potente e affascinante, ma che non era giusta per questo tipo di lavoro. Sentivo il bisogno di bilanciare queste immagini, così ho inserito una mia fantasia diretta, scritta per essere mandata a una persona: è molto più dolce rispetto all’altra parte dell’opera ed è anche un po’ malinconica.

F: Dopo il liceo hai sentito il bisogno di andartene dal Molise e dal Sud Italia. Come vivi ora questa cosa?
V: Il Molise mi stava molto stretto all’epoca; adesso va un po' meglio, alcune cose sono un po' diverse. Alcune persone molto coraggiose sono rimaste, si sono mosse per cambiare le cose, per tanto tempo non ho voluto vedere le cose belle che c’erano. Ci sono alcune realtà molto interessanti come il collettivo transfemminista Spore: organizzano degli eventi totalmente dal basso, senza istituzioni, cose che avrei voluto vedere e frequentare quando ero più piccola, infatti le ammiro tantissimo. Pensavo che l’unico modo per lavorare in Italia fosse stare a Roma, invece le cose si possono fare trovando delle alternative per riuscire a non rinunciare del tutto ai propri desideri.

Nonostante questo, ovviamente è molto complesso. A L’Ornitologa hanno lavorato molte giovani professionistə molisanə talentuosissimə, molte delle quali sono andatə via: in Molise non c'è ancora neanche una Film Commission operativa. Quando abbiamo girato La moto, diretto dal mio bravissimo amico Matteo Giampetruzzi, al quale ho lavorato come aiuto regia, è stata molto dura. Successe ad esempio che dovevamo girare in un paese sulle montagne, ma la sindaca, di punto in bianco, ci ha bloccatə comunicandoci che non potevamo continuare perché si trattava di un progetto “con tematiche troppo delicate”: le avevo solo raccontato, già edulcorando molto il contenuto del film, che ci sarebbe stato un “bacio tra due ragazzi”. Abbiamo dovuto ricominciare da capo la ricerca delle location. È una cosa molto grave, soprattutto perché poi questo film ha avuto la sua anteprima alla Settimana Internazionale della Critica di Venezia. È un’occasione persa anche per loro. In queste situazioni si tende a finanziare solo progetti che non fanno paura a nessuno, che non osano niente. Se il tuo lavoro che tu lo faccia o meno non cambia niente, non penso valga la pena farlo. Lo facciamo solo per avere nel curriculum i lavori, oppure facciamo arte che vogliamo davvero fare? Sia io che Matteo volevamo girare nei luoghi dove siamo cresciuti, perché le nostre storie sono nate lì, in provincia. Ovviamente, c’è anche il pericolo di passare da un estremo all’altro: una zona, soprattutto nel Sud Italia, rischia di venire iperturistificata, tutti iniziano a girare là senza nessun riguardo o legame nei confronti del luogo e la spolpano fino all'osso. Quindi un po’ mi va anche bene che stiamo così… “sottocoperta”... ma almeno noi artisti molisani dovremmo poter filmare nei nostri luoghi e ricevere supporto dalle istituzioni che li gestiscono.

F: Hai dei consigli da dare alle persone giovani che si vogliono avvicinare al mondo delle arti?
V: Può sembrare banale… ma io direi solo: fatelo. Io volevo fare L’Ornitologa, ma non trovavo i soldi e lə amichə di Onirica mi hanno detto “Fallo e basta, con quello che abbiamo!” Io l'ho fatto. Come ogni primo lavoro, non è uscito esattamente come volevo, è un film sotto molti aspetti un po’ ingenuo, però è quello che mi ha aperto le porte a tutto il resto. Il mio nuovo progetto L’isola di Nina è un cortometraggio in co-produzione con la casa di produzione francese Les Steppes. I produttori principali per l’Italia sono Matteo Giampetruzzi e Paolo Sideri di Produzioni Fuoristrada, che ha prodotto anche La moto. Sono due dei miei più cari amici e sono felicissima di lavorare con loro. Sarà il film più ambizioso di Onirica, in termini di budget. Il produttore francese, vedendo il mio primo corto, mi ha detto che riusciva a comprendere molto bene la mia poetica, e questo mi ha stupita. Mettere le mani in pasta è stato fondamentale per me, per poi provare a fare qualcosa di più grande. E chiaramente, se hai già un progetto alle spalle, anche piccolo, è più facile ottenere finanziamenti. Quindi, questa cosa la consiglio tantissimo. Un’altra cosa che direi è che è fondamentale trovare le tue persone, facendoti guidare anche dall’amicizia. Bisogna avere tanto in testa quello che si vuole fare, accogliere le suggestioni e collaborare, ma tenendo però anche ben chiaro cosa rifiutare. Questo aiuta a rafforzare la propria idea, perché da regista la cosa più importante è comunicare quello che hai in testa a tante persone, anche diverse tra loro. È fondamentale tenere sempre un piccolo bagliore che ti guida, un punto fermo e non mollarlo mai.
f.v.




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