Sorellanze: Gli anni in bianco e nero di Francesca Giannone
Rubrica: Libreria Femminista
Francesca Giannone ci ha abituate ai capolavori: dal suo esordio con La portalettere, premio Bancarella nel 2023, tradotto in più di quaranta paesi, passando per Domani, domani, anch’esso tra i più letti in Italia, le aspettative sul suo terzo romanzo, uscito a maggio 2026, erano altissime. Gli anni in bianco e nero lascia nuovamente un segno profondo tra le sue lettrici che si sono affezionate alle personagge della scrittrice salentina.
Francesca Giannone Gli anni in bianco e nero
Si tratta di donne che rompono gli schemi patriarcali nei quali sono state confinate. Lo fanno nella quotidianità, nelle relazioni, con piccole scelte coraggiose e con l’aiuto di altre che, come loro, si domandano in quale modo allargare quegli orizzonti troppo stretti per tutte:
“mentre inzuppavo un biscotto nel latte caldo, riflettei sul fatto che, da sempre, fossero i padri a portare le spose all’altare, affidandole nelle mani di un altro uomo. E i ruoli delle madri, nella cerimonia? […] Non lo trovavo giusto” (p. 94).
“Il personale è politico”, riprendendo lo slogan di Carol Hanisch poi divenuto simbolo della seconda ondata di femminismo, in tutti i romanzi di Giannone.

Al centro della scena de Gli anni in bianco e nero ci sono quattro sorelle, di sangue, ma soprattutto di emancipazione, in una provincia del sud, che non è diversa da tante altre realtà del tempo, come testimoniano le lettere inviate da tutta la Penisola a Gabriella Parca (hyperlink: https://www.enciclopediadelledonne.it/edd.nsf/biografie/gabriella-parca) che costituiscono la base del suo libro cult: Le italiane si confessano del 1959. Il nuovo romanzo di Giannone è un’opera corale, in cui le sorelle Elia si fanno portavoce di molte altre con esperienze di vita simili in tutta Italia e ben oltre.
Mimì (con la sua “Anita” ed in seguito la sua “Sophia”, cineprese che catturano la quotidianità), Giovanna, Ada e Maria vanno incontri a destini diversi, ma allo stesso tempo simili, segnati dall’essere donna nel dopoguerra: tra voglia di affermarsi, corpi alla mercè degli uomini e padri ancora troppo padroni. Fuitine, controllo della verginità e luoghi proibiti, come il cinematografo, sono al centro della quotidianità delle quattro sorelle che insieme alla madre ribaltano con i mezzi a loro disposizione destini segnati da perimetri patriarcali. Sono altre donne a diventare complici della loro agognata libertà, o al contrario a ricordare loro di comportarsi come i padri comandano poiché il patriarcato, bisogna sottolineare, è formato sia da donne che da uomini. Nella sartoria della famiglia, in seguito divenuto atelier, tra romanzi di Jane Austen e fughe al cinema Apollo, ordini, misure e nuovi abiti, si scrive una storia alternativa. Le domande “scomode” poste a Parca nella posta del cuore dei due settimanali a fumetti per i quali lavorava la giornalista potrebbero averle scritte anche le sorelle Elia in cerca di consigli.
“Niente riuscì a impedire le frustate che lui le scaraventò addosso con la cintura dei pantaloni, insieme a una raffica di insulti volgari e indegni che, nel tempo avrebbero lasciato, cicatrici ben più profonde dei colpi sulla carne” (p. 141).
Giovanna è innamorata di Luigi, che il padre non tollera per la sua militanza politica nel Partito Comunista. Ada, invece, è lesbica, e per il suo orientamento sessuale finisce in manicomio. Prima del 1978, anno dell’approvazione della legge Basaglia, infatti, bastava una telefonata per rinchiudere qualsiasi donna che non si comportasse come voluto dal patriarcato del tempo. Ada era una delle tante donne finite in reclusione pur non soffrendo di nessuna psicopatologia; un destino troppo comune che ancora oggi porta con sé molte stigma culturali. La “matta”, la “deviata” è con facilità nell’immaginario collettivo troppo spesso una donna “da rinchiudere”.
Maria che ha seguito un percorso più tradizionale, quello del matrimonio come pianificato dalla famiglia, si invaghisce di un musicista. Mimì è, però, la personaggia tra le personnage, appassionata di film, non vuole fare l’attrice tantomeno la costumista, ma la regista come Lina Wertmüller. È la più piccola e fa tesoro delle esperienze delle sorelle, uscendo con caparbietà da tutti i confini: geografici e patriarcali. Non torna indietro come Maria, non importa cosa dica Vicenzo, da sempre al suo fianco, parte per rimanere fuori confine stabilmente.
Ne Gli anni in bianco e nero Giannone impiega una scrittura che sviscera i sentimenti, che crea sorellanza e dialogo con le lettrici; è un’opera femminista, in cui la storia delle donne non è accessoria ma centrale alla trama:
“pillola e divorzio, educazione sessuale, rapporti pre-matrimoniali, ipocrisia e moralismo della Chiesa […]” (p. 232).

È storia; è parte di tutte noi. È la stessa autrice ad aver sottolineato questo punto in una recente intervista (https://www.enciclopediadelledonne.it/edd.nsf/libri/ti-trovo-cambiata):
“Amo moltissimo il libro di Parca. Lo riapro di tanto in tanto per ascoltare ancora le voci di quelle ragazze, per capire dove eravamo e se e quanta strada è stata fatta da allora. […] È anche per ciascuna di loro che, oggi più che mai, dobbiamo rivendicare il nostro essere femministe, e continuare a costruire una società giusta e paritaria da abitare, per noi e per le ragazze del futuro” (Ti trovo cambiata, p. 323).
Gli anni in bianco e nero è destinato ad un nuovo successo globale, d’ispirazione per “le ragazze del futuro”, di immedesimazione per quelle del presente e del passato, di scoperta per chi non avesse prima riflettuto su queste tematiche; Mimì con la sua cinepresa arriverà molto lontano, come Anna che con la sua bicicletta da portalettere ha percorso chilometri su chilometri per accorciare le distanze di privilegio tra i generi.
f.c.




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