Cauterio, il romanzo di Lucía Lijtmaer tra libertà e capitalismo urbano
Rubrica: Libreria femminista
Difendete ciò che è vostro è stato l’ultimo messaggio di Maricarmen Abascal, la donna disabile di 87 anni divenuta simbolo della crisi abitativa spagnola.

Il 23 settembre 2026, dopo più di settant’anni passati in un appartamento in via Alcade Sainz de Baranda, nel distretto di Retiro di Madrid, era stata costretta a lasciare l’edificio su una barella prima di essere portata in ambulanza all'ospedale Gregorio Marañón, dove è morta due settimane dopo.
La società Urbanagestión le aveva aumentato l’affitto da 500 a 2.650 euro, lasciandola letteralmente in mezzo a una strada e svelando il funzionamento del business immobiliare che sta cambiando i quartieri di gran parte delle città: una logica di massimizzazione del profitto.
Gli abusi in questo settore sono una pratica talmente diffusa che da qualche tempo sono entrati a far parte della letteratura come qualcosa che deforma, svela o trasforma non solo lo spazio, ma l'identità dei personaggi.
Donne sull’orlo di una crisi di nervi
Me ne vado a vivere a Madrid. Una cosa che comunque assomiglia abbastanza alla morte, si legge nel primo capitolo di Cauterio, unico romanzo pubblicato in italia della giornalista e scrittrice Lucía Lijtmaer. Un libro scandito, in parte, da nomi di luoghi gentrificati: Paseo de la Castellana, Calle Hermosilla.

Proprio il Paseo de la Castellana, centro economico, bancario e commerciale di Madrid, negli ultimi tempi è stato lo scenario di importanti proteste sociali legate all’emergenza casa, un luogo dove gli interventi di ‘riqualificazione’ hanno aumentato drasticamente il valore dei quartieri popolari limitrofi innescando dinamiche di speculazione e foodification con la sostituzione di negozi locali a favore della grande distribuzione.
In Calle Hermosilla invece, una delle arterie con maggiore attività commerciale, che ospita negozi di moda esclusivi e flagship store, ci sono attualmente 347 case in vendita. È qui che una delle personagge del romanzo s’immerge nel capitalismo olfattivo per annusare un’identità sociale che non le appartiene, dove le dinamiche di mercificazione trasformano il corpo e l'odore stesso in marcatori di classe sociale:
“Mentre perdo tutto ciò che non ho mai avuto, qualcosa che non è mai esistito, Evan, i nostri figli, tutti i nostri amici, mentre perdo quella casa che ho arredato con così tanta cura con tappeti tessuti a mano e ceramica francese, mentre ogni cosa svanisce, finisco a piangere sconsolata in qualche Zara della città. Io merito quella vita. Perché non ce l’ho? Chi me l’ha rubata?”
Anche la casa diventa un oggetto dove si posizionano valori elevati, un feticcio identitario carico di aspettative:
“L’appartamento è piccolo e più o meno economico, se teniamo conto che è in pieno centro. È umido, è vero, e i muri sono molto sottili, ma possiede anche un bel terrazzino, ‘la sua qualità migliore’, così aveva detto il tizio dell’agenzia immobiliare quando ero andata a vederlo, ‘ha il terrazzo!’, e per questo motivo il prezzo lievita ogni anno, come se gli girassero personalmente le palle all’idea che qualcuno possa sfruttarlo, quasi a impormi una sua propria tassa turistica. Motivo per cui, tutte le volte che posso, mi sistemo qui fuori, come se fosse un lusso indescrivibile, una spa tailandese, e contemplo il panorama.”
Uno spazio fisico che nel libro di Lijtmaer funziona come un vero e proprio sottotesto, un’estensione materiale della psicologia, dei segreti e delle tensioni di una relazione:
“da quando ti sei trasferito in questo appartamento sono cambiate molte cose. E lo hanno fatto come in uno stato di dormiveglia: come qualcosa che accade senza che si sappia bene come o perché. Sei venuto tre mesi dopo il nostro primo incontro, e ora i muri sono bianco avorio, ci sono un tavolo e alcune sedie nuove, un po’ instabili ma belle e alla moda, e un copridivano di lana che dona un aspetto antico e placido all’abitazione. L’interno profuma di cibo appena fatto, e io ormai leggo raramente. Immagino che questa sia la domesticità, perché anche se ho avuto altri compagni, non ho mai vissuto con nessuno. Alcune cose sono cambiate, sì. Leggo meno, non come prima. La coppia crea questo genere di situazioni: ti concentri meno, lavori meno, vedi più film sul divano, ti cacci in discussioni ridicole sugli aspetti quotidiani. Quale frutta comprare, dove hai messo le lampadine, chi lava i piatti.”
È in questo periodo che una delle due protagoniste del romanzo inizia a prendere dei tranquillanti. Sono gli stessi che la accompagnano, sempre in giorni feriali tra le dieci e mezzogiorno, da Zara. Il miscuglio esatto di lorazepam e fluoxetina.
Da Londra a Brooklyn passando per Salem
In parallelo alla cronaca contemporanea ambientata tra Barcellona e Madrid, Lijtmaer fa un salto indietro di oltre 400 anni per romanzare la vita di Deborah Moody, unica donna europea ad aver fondato un insediamento nel Nuovo Mondo: Gravesend, un quartiere nella sezione centro-meridionale di quello che oggi è conosciuto come il distretto di Brooklyn a New York City.
È attraverso la figura di Deborah Moody che si introduce il cauterio, lo strumento che dà il titolo al libro: “ti darò qualcosa per proteggerti”, le dice una guaritrice, anticipando il tema della stregoneria, intesa come una storia di resistenza femminista che esplora il potere e la dimensione politica di certi rituali.
“È un cauterio. Lo vedi? Quando lo scaldi nel fuoco, cambia colore, può diventare cenerino, rosso ciliegia, rosso scuro, e serve a curare. È in grado di isolare le infezioni ustionando i tessuti intorno. Ti aiuterà a purificare ciò che avrai bisogno di salvare.”
A Londra, dopo aver contratto un matrimonio di convenienza ed essere rimasta vedova, Deborah Moody inizia la sua emancipazione abbracciando con fervore le idee del movimento anabattista. Questo desiderio di libertà spirituale ha un costo: a causa delle sue posizioni, considerate eretiche e pericolose, fugge verso il Nuovo Mondo, inseguita dai tribunali religiosi della Chiesa d'Inghilterra.
Abituata a un altro paesaggio, è nelle colonie oltreoceano che inizia a comprendere la dimensione del suo agire:
“Le strade lì non erano solchi serpeggianti, ma linee rette, affilate come forbici, che separavano il bene dal male. I primi mesi lì, tanto ordine mi rincuorò. Ci sono poche cose paragonabili ad avere una struttura, un senso, al fatto che il cammino più corto tra due punti sia una linea retta.”
In un dialogo continuo e fervente con Dio, da cristiana radicale qual è, capisce che comunque, per restare fedele a se stessa, c’è e ci sarà sempre un prezzo da pagare:
“Presto realizzai che i nostri muri erano costruiti con il legno, certo, ma erano di vetro, dove Dio poteva vedere ogni cosa, non tu però, Padre amato, ma qualcuno di più inquisitorio, con cui non avevamo spazio nemmeno per pensare.”
Si riferisce ai reverendi delle colonie del Massachusetts, guidati da una forte impronta puritana. Uno in particolare non tollera che lei possa accumulare denaro e terre per affrancarsi economicamente, oltre ad accogliere altre donne in casa per leggere la Bibbia e interpretare autonomamente le Scritture.
È il 1639, mezzo secolo prima dei processi alle streghe.

“Poco dopo essermi sistemata nella mia nuova casa mi informarono di una cosa strana: a Salem le donne scomparivano. Poche, ma scomparivano. Nessuno sapeva perché.”
Lijtmaer qui fa uso di un espediente, un falso storico, per inserire nella narrazione un’altra figura chiave nella storia della libertà religiosa nelle colonie: Anne Hutchinson, considerata una delle prime femministe americane.
Deborah Moody e Anne Hutchinson non avrebbero mai potuto incontrarsi perché Hutchinson era stata espulsa dalle colonie due anni prima. Questa ricostruzione alterata del passato serve a stabilire una sorellanza, a dare un peso al dissenso religioso con cui entrambe contestarono le rigide ortodossie del New England puritano. Donne pericolose, processate a distanza di sei anni l’una dall’altra e sempre in fuga, costrette a cercare ambienti più sicuri.
“È stata la mia voce, ero io. Volevo ribattere, volevo sconfiggere quel reverendo con la faccia da porco che continuava ad assillarmi.”
È nello sradicamento, nella perdita della casa, della comunità e della reputazione, che si manifesta la violenza dell’abuso. Mettere in discussione l’autorità e discostarsi dalle norme imposte, siano queste morali o giuridiche, significa esporsi al rischio di essere percepiti come una minaccia all’ordine collettivo.
In Cauterio non si arriva alla conclusione della vita di Debora Moody, non si approda a Gravesend, la città che ha progettato. Il libro si chiude con un’ultima partenza che però ne è il presagio:
“Se la prima volta che me ne ero andata in tutta fretta l’avevo fatto senza un piano, ora nella fuga mi trovavo con della terra comprata agli olandesi a qualche giorno di viaggio. Avrebbe dovuto essere il nuovo mondo, per tutte noi.”

Deborah Moody morì intorno al 1659 proprio a Gravesend, la comunità che aveva fondato per offrire rifugio a molte persone, soprattutto donne, perseguitate per le proprie convinzioni religiose. La sua tomba non è mai stata identificata con certezza, non esiste una lapide, anche se la tradizione storica ritiene che sia stata sepolta nel cimitero del villaggio. Il suo corpo, come in una spaccatura tra desiderio di libertà e bisogno di un luogo sicuro, riposa nell'anonimato, fuori da ogni mappa.
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Lucía Lijtmaer è nata a Buenos Aires, è cresciuta a Barcellona e oggi vive a Madrid. Si è laureata in filologia inglese presso l’Università di Barcellona e ha conseguito un master in giornalismo internazionale presso l’Università di Westminster. Ha scritto due saggi: Yo también soy una chica lista sugli stereotipi femminili e sulle aspettative del politically correct, e Ofendiditos sulla criminalizzazione della protesta. Collabora regolarmente con El País e co-dirige insieme a Isa Calderón, sceneggiatrice e umorista femminista, il podcast Deforme Semanal.
g.t.





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