Scorci veneziani: nuovi e vecchi sguardi alla Mostra del Cinema 2026
- Chiara Maremmani
- 11 minuti fa
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Erano gli anni Trenta del Novecento quando un giovane fotografo di nome Aleksandr Michajlovič Rodčenko cercava di cambiare la storia della fotografia partendo proprio dal punto di vista da cui una foto poteva essere, secondo lui, scattata. “Dobbiamo rivoluzionare il nostro modo di pensare visivo”, diceva. “Fotografate da tutti i punti di vista tranne quello ‘dall’ombelico’, finché non diventeranno tutti accettabili”. Punti di vista interessanti, dice tra le righe Rodčenko. Punti di vista nuovi, non solo quelli convenzionali da cui siamo abituati a visionare il mondo. È così che deve muoversi l’arte, dirigendosi verso l’alterità, alla ricerca di nuovi occhi con cui mettere in discussione ciò che conosciamo.
Quest’edizione della Mostra d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia ricerca questi nuovi occhi? Quel che è certo è che già prima di iniziare ha fatto parlare di sé. Venti film in concorso, di cui uno solo, Woman Unknown (nemmeno a farlo apposta), diretto da una donna, la regista danese May el-Toukhy. Le registe donne che hanno iscritto i propri film quest’anno sono intorno al 24%, dice il direttore Alberto Barbera, rispetto al quasi 30% dell'anno scorso. Nemmeno lui sembra trovare una risposta per questa diminuzione, ma la responsabilità è da attribuirsi, secondo lui, semplicemente alla fase produttiva, in cui i film diretti da donne non vengono finanziati. “Noi abbiamo ricevuto meno titoli, la qualità ci è sembrata in molti casi non adeguata. Abbiamo accettato il fatto che ci fosse un solo film nel concorso principale. Mi auguro che la nostra storia, almeno quella di questi ultimi anni, sia a dimostrare che da parte nostra non c'è nessun tipo di pregiudizio. Avremmo fatto di tutto per avere più donne nel concorso principale, ma senza venire meno al criterio fondamentale che è quello della qualità. Noi non scegliamo i film in base al genere delle registe e dei registi, ma in base alla qualità dei film stessi, è il nostro unico criterio".

“Credo che sia ormai diventato chiaro che gli uomini fanno film migliori delle donne”, dice sarcasticamente Maggie Gyllenhaal, presidentessa di giuria di quest’anno alla Mostra. “Poi aggiunge: “Sì, credo che esista un problema sistemico. Da troppo poco tempo le registe hanno avuto davvero l’occasione di iniziare a fare cinema e ci vorrà ancora un po’ per abituarsi al fatto che i loro film hanno un approccio estremamente diverso da quello dei colleghi”.
Il problema di uno sguardo nuovo e anticonvenzionale, quindi, non è datato, ma estremamente attuale. Soprattutto se chi attesta la qualità delle opere non lo ricerca, o non lo vuole ricercare. Il mondo del cinema globalizzato, soprattutto se festivaliero, è interessato a preservarequesti punti di vista, o a tenerli rilegati nelle sezioni parallele?
La Biennale di Venezia ogni anno presenta alla propria Mostra sezioni del concorso principale e altre ー come Orizzonti e Spotlight ー meno visionate ma comunque di grande risonanza. Sono sezioni “satellite”, spesso costellate di registi emergenti e indipendenti, ma che mantengono viva la qualità del festival, ed è proprio lì che ogni anno si possono trovare le vere sorprese.
Nei primi giorni, in effetti, il concorso principale ha trasportato sul tappeto rosso grandi registi i cui film, oltre a portare il loro nome ingombrante nel titolo, rimanevano tiepidi. E se si parla di punti di vista, bisogna per forza di cose menzionare il nuovo film di Paul Schrader, The basics of philosophy. Il film dell’ottantenne sceneggiatore di Taxi driver racconta la storia di un professore di filosofia mangiato dal senso di rimorso per una colpa passata che ha tentato di sotterrare, ma che non lo lascia vivere. Il film, oltre a svilupparsi senza guizzi e con una scrittura superficiale, assume il punto di vista del carnefice di una violenza. Volendo ovviamente chiarire che chiunque può scrivere di quel che vuole, raccontare una storia del genere presuppone farsi carico della responsabilità dello sguardo che si vuole assumere e dell’importanza del tema raccontato, e senza mettere in discussione lo squilibrio di potere dall’alto da cui si parla, tutto questo risulta soltanto profondamente datato, se non dannoso e offensivo.

Oltre i titoli più ambiti, questa volta, le maggiori sorprese vengono dal mondo orientale. Tra questi, il coreano Possibile love è il film che ha fatto innamorare tutto il lido veneziano. Il film di Lee Chang-dong, qui sì, sfida davvero i nostri sguardi, perché ne comprende ben due, opposti e concilianti. Da una parte c’è la moglie di un operaio appena licenziato da una delle fabbriche più famose della Corea del Sud, e dall’altra una ricca documentarista in cerca di soggetti da intervistare per il suo nuovo lavoro sulla classe operaia. Dopo un incontro fortuito, le due iniziano una conoscenza che si estenderà anche ai loro mariti, mettendo le due coppie al centro di un continuo rispecchiamento mentre proseguono questa amicizia, mosse da invidia e da ammirazione, da ossessione e da disgusto. Eppure, il confronto non è paritario: se i primi due faticano a tirare avanti, la regista è ossessionata dal far di loro i soggetti del suo documentario. Le lotte operaie, la violenza della polizia, i diritti dei lavoratori non sono che pretesti per il suo film. Eccolo di nuovo, lo sguardo, letale e brutalmente onesto. Uno sguardo di potere, che cerca di oggettificare e succhiare contenuti dalla vita vera degli altri due. La mediazione della telecamera, che la donna utilizza costantemente, altro non è che il testimone di questo processo. Quindi è film che mette in discussione in primo luogo il cinema, e che interroga ogni singolo spettatore del festival più famoso al mondo, sulla responsabilità dei nostri sguardi.
Ma anche la sezione Orizzonti presenta puntualmente perle nascoste. Come The difficult bride, diretto e scritto dalla bengalese Rubaiyat Hossain. Un film che racconta di una giovane donna, Zaineen, e del suo percorso verso il matrimonio, fatto di appuntamenti dall’estetista, maschere per il viso, programmi di dimagrimento. Una routine che sembra quasi una punizione, soprattutto se eseguita con quella rigidità. Hossain descrive questo processo partendo dal corpo femminile, ed è proprio il corpo il primo a ribellarsi.

A Zaineen succedono cose strane: si sveglia piena di graffi, eruzioni cutanee le spuntano sulle gambe, strani animali le attraversano il corpo. Qualcosa non quadra, anche se dovrebbe avere tutto: soldi, un fidanzato amorevole che la supporta, il piano di andare a vivere a New York e continuare i suoi studi di scrittura. Zaineen è sempre più terrorizzata dal suo matrimonio, e sullo sfondo in cui si muove c’è una città costantemente catalogata dai personaggi come “non sicura”; sui display irrompono scene di rivoluzioni e disturbanti servizi sulle violenze contro le donne nel paese, prove della minaccia costante che trascendono dal tour de force estetico a cui è costretta, ma che ne sono anche la diretta causa. Il corpo è il punto di partenza, il campo di battaglia principale, che si ribella con glorioso disgusto agli standard estetici a cui è sottoposto, e quindi lentamente anche ad una società intera. Nonostante l’acerbità della storia, il film ー che gira intorno alla questione ma non la mette abbastanza a fuoco ー si distingue per un accostamento costante del corpo femminile ad elementi disgustosi, quasi a voler sottolineare quanto la cura estetica sia talmente invasiva da diventare invalidante e opprimente. Il corpo non ha altra via di fuga che diventare espressione di libertà e indice di cambiamento.
Anche qua, è il punto di vista fortemente femminile a fare la differenza.
Rodčenko aveva ragione: scattando foto dal punto di vista più scontato non riusciremo mai a rivoluzionare il nostro mondo, perché ciò che visioneremo sarà sempre ciò che sta intorno a noi. I festival devono essere luoghi in cui scoprire questi sguardi nuovi e, se non ci sono, interrogarsi sulla loro assenza.
c.m.




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