Marjane Satrapi e Persepolis: il punk della rivoluzione
- Chiara Maremmani
- 27 minuti fa
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“Punk is not ded” dice il retro della maglia che indossa Marjane, la protagonista di Persepolis, mentre gira per strada. Una giacca normale per una ragazzina di 14 anni degli anni Ottanta, se non fosse che Marjane è a Teheran, che non potrebbe nemmeno portare le sneakers, che non potrebbe conoscere artisti come Michael Jackson e gli Iron Maiden.
Eppure Marjane lo fa, perché è una normale ragazzina come potremmo essere noi, che ama il rock e che va alle feste di nascosto. È tutto il resto a essere diverso.
È questa la potenza di Persepolis, è questa la forza del racconto universale che Marjane Satrapi (1969-2026) ha tratto dalla sua storia personale. La graphic novel in quattro volumi (2000-2003), poi diventata film nel 2007, ha saputo raccontare la questione iraniana attraverso i suoi occhi, prima di bambina e poi di donna. Satrapi non offre una lezione pedagogica ma un racconto collettivo, per essere testimonianza viva e concreta della rivoluzione del 1979 in Iran e di come la vita quotidiana sia cambiata radicalmente per chi ci viveva, soprattutto per le donne. È espressione di una società femminile sotto oppressione che ha visto limitati i suoi diritti da un giorno all’altro, e che quei diritti è costretta a riprenderseli a piccole, talvolta illegali, dosi.
Satrapi dona la sua vita alla storia, ricordandoci che è dal personale che nasce l’universale.

Come è raccontato in Persepolis, Marjane Satrapi nasce a Teheran in una famiglia agiata e culturalmente aperta con ideali marxisti. Trascorre l'infanzia e l'adolescenza nella capitale iraniana, ma con l'affermarsi del regime di Khomeini e il progressivo irrigidimento del clima politico e sociale, i genitori decidono di mandarla a Vienna per offrirle la possibilità di vivere e studiare in un contesto più libero. Nella capitale austriaca prosegue gli studi superiori, ma si confronta presto con le difficoltà dell'integrazione, sperimentando in prima persona episodi di discriminazione, pregiudizio e razzismo. Nel 1988, a diciannove anni, sceglie di rientrare a Teheran per riabbracciare la famiglia e ritrovare le proprie radici. Qui si iscrive alla Facoltà di Belle Arti, dove la formazione artistica è fortemente condizionata dalle restrizioni imposte dal regime: persino le esercitazioni di disegno devono essere svolte utilizzando modelli completamente coperti dal velo.
Una volta finiti questi studi Satrapi fugge ancora, prima a Strasburgo, dove studia arte, e infine a Parigi, dove inizia a lavorare e dove vivrà fino alla sua morte. È qua che nasce la voglia e la necessità di raccontare la sua vita, e quindi nasce Persepolis.
Satrapi non è una fumettista di formazione, aveva esperienza solo come illustratrice per bambini. Per poter scrivere la graphic novel e successivamente il film ha dovuto ripercorrere i suoi precedenti anni di vita, immergendosi nel doloroso passato che si era lasciata alle spalle. Più che una ricostruzione storica, Persepolis è un racconto personale che aiuta a capire le contraddizioni della società iraniana e il difficile equilibrio tra identità, libertà e repressione. E lo fa senza nascondersi, senza vergognarsi delle parti di sé vulnerabili, senza risparmiarci elementi traumatici (come la morte dello zio in carcere) ed elementi più intimi, come quando racconta della depressione post-rottura con un ragazzo. “Avevo perso dei parenti nella rivoluzione, ero sopravvissuta a una guerra, ed era una storia d’amore che mi stava uccidendo”. Satrapi non parla dell’Iran, parla prima di tutto di sé stessa, attraverso anche ciò che è più lontano dalla rivoluzione. La storia personale e la Storia mondiale si intersecano perché è questo che accade alle persone immerse nel mondo, e nessun dettaglio diventa troppo intimo per non poter essere espresso, perché spesso è proprio quello che ci fa connettere con l’altro.

Anche lo stile grafico di Satrapi è espressione del linguaggio e del tono con cui l’artista decide di impostare il racconto: la sua matita ha un tratto essenziale, costruito quasi interamente sul contrasto netto tra bianco e nero, e i personaggi presentano una concezione volutamente bambinesca. Questa apparente semplicità del disegno è una precisa scelta artistica: il tratto pulito concentra l'attenzione sui temi raccontati, rendendo il linguaggio visivo accessibile e al tempo stesso profondamente evocativo.
Il film del 2007, che ha vinto il premio della Giuria a Cannes ed è stato candidato all’Oscar come Migliore Film D’Animazione, è stata un’operazione diversa sullo stesso materiale. Satrapi l’ha scritto e ha contribuito alla regia di Vincent Paronnaud. La tecnica è il più naturalistica possibile, e la scelta di rendere le parti presenti a colori mentre quelle al passato in bianco e nero non è solo un omaggio al fumetto originale, ma anche un’evocazione quasi teatrale dei ricordi d’infanzia. Il tono stesso del film è profondamente semplice, ma anche ironico. Satrapi spiega infatti di come la comicità sia un elemento importante per lei. In una intervista al Cinematografo del 2024 aveva detto che: “La vita è troppo triste per non riderne, perché sappiamo tutti di dover morire: se fossimo vermi, gatti o serpenti non ne avremmo coscienza, ma noi esseri umani ce l’abbiamo, e vogliamo trovare un senso alla nostra esistenza, sapere da dove veniamo e dove siamo diretti, le grandi questioni filosofiche per le quali in realtà nessuno ci ha dato la risposta definitiva.”

Insomma, Marjane ride e scherza pure sotto un regime. La sua normalità ci permette di immedesimarci con lei, senza farci scordare mai il contesto che vive quotidianamente. Rappresenta il pericolo di ogni donna nel mondo di vedersi negata una libertà che dava per scontata, mettendo in chiaro che l’emancipazione femminile è un processo costante, e che ridere dell’oppressione è il primo passo per sovrastarla.
Persepolis, in ogni caso, ha lasciato parlare di sé in Iran. Fu definito un film “che ha presentato una faccia irrealistica dei traguardi e dei risultati della gloriosa Rivoluzione islamica in alcune delle sue parti” e sempre nel 2007 fu tolto da altri festival in giro per il mondo, dimostrando la sua scomodità e quindi la sua potenza.
Satrapi non si ferma lì: nel 2004 esce Pollo alle prugne, con cui vince l’Oscar del fumetto al festival internazionale di Angoulême, riguardante un suonatore di tar iraniano.
Taglia e cuci (2009), invece, è un racconto di donne e di chiacchiere familiari lontane da orecchie indiscrete, dove Satrapi unisce cultura iraniana e condizione femminile in un racconto corale che ci presenta la realtà con semplicità e sfrontatezza.
Insomma, Satrapi ha da sempre raccontato la sua terra madre partendo dall’intimo, dal personale, anche se chiarifica che non si sente una regista pienamente iraniana, in quanto ha lavorato solo in Europa con team di animatori francesi senza mai sperimentare censura. Quando la invitato ai festival come rappresentante del cinema iraniano lei non accetta, perché appunto non fa cinema iraniano.
Sempre attenta al presente e aperta al mondo intorno a lei, Satrapi non ha mai smesso di interessarsi alle questioni sociali e a lottare per liberare il suo paese natale, sostenendo soprattutto il movimento Donna, vita, libertà. “Il regime ha creato moltissime scuole per indottrinare, ma ha fatto male i conti: una volta che sai leggere, leggi quello che vuoi e sei libero”.
La visione sempre limpida e aperta di Satrapi non rifugge i giovani, ma li celebra: “La Gen Z non conosce guerre, né uccisioni di massa. E, soprattutto, ha Internet, la chiave di tutto. Noi conoscevamo il mondo tramite il mercato nero. Questi giovani sono come i coetanei di New York e Parigi. Sfidano il regime ballando su TikTok mentre l’ayatollah è fermo al medioevo e non li capisce. La Repubblica islamica è già finita”, dice al Corriere della Sera.

Non stupisce. Lei, che in Persepolis ci viene presentata con il suo inglese sgrammaticato ma la forza di volontà di provare comunque ad impararlo ed esibirlo, sfidando le leggi e i costumi del tempo, ci ricorda che la vita non è inutile, come la protagonista urla ad un ragazzo austriaco nichilista, convinto che il punk stia nel pensare alla vita come senza senso: “Qual è il senso? Fa tutto schifo comunque. La vita è un vuoto. Quando l’uomo diventa cosciente di quel vuoto inventa la politica”. La Marjane diciottenne non è d’accordo: “Stronzate! La vita non è assurda. Non è senza senso. Alcune persone danno la vita per la libertà!”.
Quando, ospite a Bologna, le fu chiesto cosa farebbe adesso in Iran, durante le proteste femministe e sociali, lei disse che non scapperebbe, lotterebbe. Satrapi era questa, una ragazzina che cantava Eye of the tiger in camera sua con fuori la rivoluzione, insegnandoci che le vere lotte nascono dal proprio animo, che bisogna sempre “rimanere fedeli a se stessi”.
Satrapi si è spenta questo giugno a Parigi, e da quel momento Persepolis sta facendo nuovamente il giro del mondo, dimostrando non solo l’urgenza del suo racconto ma la sua potenzialità universale e provocatoria. Quando le fu chiesto da La Stampa cosa avrebbe fatto se le fosse concesso di tornare in Iran rispose: “Mi siederò lì a guardare le montagne e mangiare la mia mortadella piena di pistacchi, libera e senza velo”.
Satrapi ha insegnato ad una generazione nuova di donne a difendere i propri diritti senza rinunciare al divertimento, all’amore, alle sciocchezze. “Dire addio è un po’ come morire”, scriveva. E se fa male doverla salutare, sappiamo anche che il punk non muore mai: vive per sempre nelle nostre lotte di donne libere.
c.m.




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