La donna muore: personaggi femminili e rappresentazione contemporanea
- Chiara Maremmani
- 1 ora fa
- Tempo di lettura: 6 min
“Se la protagonista è una donna, assicurati che sia sposata per la fine del libro”, dice il proprietario di una casa editrice a Jo March alle prese col suo primo racconto, nel film Piccole donne (2019). “O morta, è uguale”, aggiunge.

Parole che alla vera scrittrice del romanzo, Louisa May Alcott, sono state riferite davvero, obbligandola a dover creare per la sua protagonista un interesse romantico maschile. Solo così avrebbe potuto pubblicare, nel 1868, Piccole donne, una forzatura che la regista e sceneggiatrice Greta Gerwig, astutamente, nel suo adattamento del 2019 esplicita. Parole reali e realistiche quindi, le donne nella letteratura del tempo avevano solo due destini possibili: morte o matrimonio.
Ma al giorno d’oggi, i personaggi femminili nei prodotti culturali hanno tante altre vie d’uscita?
Nel 2018, la scrittrice giapponese Aoko Matsuda pubblica un racconto breve chiamato Onna ga shinu, La donna muore, successivamente inserito in un volume contenente altri suoi racconti brevi tradotti anche in italiano.

“La donna muore”, scrive. “Muore per creare un colpo di scena. Muore per far sviluppare la storia. Muore per l’effetto catartico. Muore perché nessuno sapeva cos'altro fare con lei. Muore perché non c'erano idee migliori per la storia. Muore perché la sua morte era l’idea migliore che a qualcuno potesse venire in mente”.
Matsuda si prende gioco di questo e di altri stereotipi narrativi con lucidità, e critica tutte le storie che ne usufruiscono, alternando la satira alla riflessione arguta. Secondo la scrittrice, spesso ci si rifiuta di ammettere che le forme espressive, dai film, ai libri, alle serie, siano portatori dei valori della società, e che quindi siano intrinsecamente politiche. Le storie all’interno di mondi patriarcali sono per forza di cose intinte di elementi patriarcali, e come tali vanno analizzate e messe in discussione.
Matsuda non è la prima a focalizzarsi sulla questione: nel 1999 la fumettista Gail Simone coniò un nuovo termine, il fridging, creando un vero e proprio sito per fare una lista dei fumetti che contenevano descrizioni e situazioni umilianti e violente per i personaggi femminili. Il termine nasce proprio dal concetto di “women in refrigerators”, che Simone trovò nel fumetto Lanterna Verde volume 3 del 1994, in cui l’eroe, tornato nel suo appartamento, scopre che il cattivo di turno ha ucciso la sua fidanzata e ne ha scomposto i pezzi nel suo frigorifero. Il termine richiama proprio la violenza grafica e gratuita a cui le donne sono sottoposte solo per mandare avanti la trama e per fungere da cardine emotivo per il protagonista uomo.

Certo, il 1999 non è il 2026, e il mondo contemporaneo dei fumetti è costellato di contro esempi dove le figure femminili sono sempre più complesse e fuoriescono dagli stereotipi sessisti. Eppure, millenni di patriarcato continuano a influenzare il modo in cui le storie sono scritte.
In un articolo su Ex-Puritan, viene analizzato il caso di Supernatural, notando come l’incidente scatenante che rende i personaggi cacciatori sia sempre la morte di una donna a loro vicina, che sia la moglie o la fidanzata. La critica è che troppo spesso la donna non sia altro che un espediente, a cui non viene donato nemmeno un minimo di introspezione o di caratterizzazione. “Non ci è concesso preoccuparci del fatto che una donna avesse amici, famiglia, sogni, ricordi e tutto ciò che complica una vita umana. La tragedia si concentra sul protagonista. Ora la sua vita è più difficile. Ora deve bere di più, fumare di più e litigare di più per far fronte alla situazione. Ora pensa a lei qualche volta quando fa sesso con altre donne. Se è colpa sua se lei è morta, lui deve sopportare il peso di quella colpa, che è ovviamente la cosa più triste della sua morte”.
È ciò che, nel gergo di internet, ha preso piede come il dead girl trope, sviluppatosi nei prodotti culturali horror e thriller. Un pattern simile a quello della manic pixie dream girl: la costruzione di un personaggio femminile eccentrico, fantasia oggettificata la cui unica funzione è aiutare il protagonista di turno. Un archetipo alla base del male gaze, ma se in questo caso la donna rimane comunque dotata di autonomia, pur asservita a scopi narrativi che hanno come perno l’uomo, nel dead girl trope la donna nemmeno serve viva.
Elisabeth Bronfen ne parla nel suo saggio Over her dead body: Death, Femininity and the Aesthetic, evidenziando come la morte della donna venga usata dai protagonisti uomini per proiettarvi i loro scopi e le loro fantasie. Già Edgar Allan Poe, come dice lei, scrisse: 'the death of a beautiful woman is, unquestionably, the most poetic topic in the world'.
In linguaggio narratologico, l’agency che i personaggi devono avere per poter mandare avanti una trama, la capacità di azione, in quelli femminili tende puntualmente a mancare, una ricorrenza che ha matrici culturali e misogine. Ancor di più se la donna muore già prima che la storia cominci. Si chiamano dead beginnings, come afferma la studiosa Joanne Clarke Dillman, e perpetuano sempre lo stesso concetto: la donna non è altro che uno scopo, un fantasma emotivo che perseguita il protagonista. Non ha altri fini.
Come già sottolineato con Simone, questa tendenza è ancora più accentuata nel mondo dei supereroi e si sbaglia a ritenere che questo riguardi solo la realtà oltre oceano. Nel libro Rappresentare la violenza di genere. Sguardi femministi tra critica, attivismo e scrittura, si mette in luce proprio questo concetto partendo da film italiani.

Tra questi, Lo chiamavano Jeeg robot di Gabriele Mainetti (2015) è un’operazione artistica che vuole proprio inserirsi dentro il mondo dei fumetti, e nel farlo reitera questo stesso pattern sessista. Il personaggio di Alessia subisce una violenza sessuale da parte del protagonista maschile, volutamente dipinto come anti-eroe, che non viene problematicizzata se non come un test morale ed emotivo per farlo evolvere. Perfino la morte della ragazza altro non è che una presa di coscienza per lui. “Esattamente come accade nel caso di altre figure ritenute «socialmente svantaggiate», come immigrati o omosessuali (e perfino i giovani), i personaggi femminili messi in scena non sono quasi mai personaggi a tutto tondo, ricchi di complessità e sfumature, capaci di esistere al di fuori del ruolo di vittima ad essi assegnato nell’economia simbolica della storia, ma figure emblematiche di uno specifico problema.”
Non sono personaggi, quindi, che prendono la parola o che hanno facoltà di azione nellastoria, ma che servono solo come oggetti per raccontare il dominio maschile. Dal punto di vista narrativo, non sono altro che funzioni. Oggetti, mai soggetti.
Di nuovo, ciò che Matsuda aveva già scritto. “E così, la donna muore. La donna muore così che l’uomo possa esserne triste. Muore così che l’uomo possa soffrirne. Muore per donargli un destino. Muore per farlo cedere al lato oscuro. Muore per fargli piangere la sua morte. E mentre lui resta là, stracolmo di tristezza, stracolmo di vita, la donna giace là, in silenzio”.

Guardando la cultura di massa per ragazzi non sempre si è rassicurati. Prendiamo Elizabeth Swann nella saga cinematografica della Disney Pirati dei Caraibi: l’acquisizione di agency della donna, che si scardina dallo stereotipo di damigella in pericolo per divenire, nel terzo film, re (ma attenzione, mai regina) dei pirati di tutto il mondo, va di pari passo con la chiusura del suo arco di trasformazione: alla fine della battaglia finale, dove il suo ruolo è determinante, la donna viene lasciata a terra ad aspettare il suo uomo, e a portare in grembo suo figlio. A differenza degli altri due protagonisti maschili, non viene esplicitato cosa ne sarà della sua vita, ma solo che è separata dal suo grande amore. E ciò sembra bastare agli sceneggiatori, che dopo averle donato una parabola fuori dallo stereotipo, non sanno in che modo concludere il suo arco.
Spesso è questa l’impressione: che non si sappia che farne, di una donna. Il punto, con questa panoramica, non è sottintendere che al personaggio femminile vadano assegnati sviluppi migliori, ma sottolineare come tali sviluppi e destini siano appositamente meno approfonditi, vari, e ricalchino dinamiche sessiste. E suggerire di scrivere storie in cui la complessità del personaggio femminile, le sue ambizioni, ciò che impara nell’arco di trasformazione, valgano tanto quanto lo sviluppo del personaggio maschile.
Se le storie riflettono come la società pensa, noi vogliamo pensare solo a donne libere e autonome. E se muoiono, che lo facciano con le loro regole.
c.m.




Commenti