Scattare l'emancipazione con Mars
- Barbara Brutto

- 7 nov 2025
- Tempo di lettura: 5 min
Rubrica: Emergere
Mars è una giovane artista che vive a Zurigo. Nonostante operi principalmente nel mondo dell’arte, ha recentemente creato – con un team completamente al femminile – una serie di scatti, dove makeup, moda e fotografia si uniscono per dare voce alla battaglia tra male gaze e female gaze.
Raccontaci il tuo percorso formativo e com’è nato il tuo interesse per la moda.
Ho frequentato il liceo artistico, successivamente ho iniziato la facoltà di storia dell’arte presso l’università di Zurigo, ma sentendo la mancanza di un approccio più pratico e creativo alla materia, dopo un anno ho scelto di iscrivermi all’accademia di arte, sempre a Zurigo.
In realtà il primo contatto con la moda è arrivato grazie allo shooting, in precedenza non avevo fatto altre esperienze, anche se nei miei lavori ho sempre dipinto e illustrato soggetti femminili.

Com’è nata l’idea dello shooting e qual è stato il processo creativo?
L’idea è nata tra me e Ludovica Denami (makeup artist). Lei desiderava truccarmi per uno shooting da inserire nel suo portfolio, mentre io, per un compito dell’accademia, dovevo realizzare degli scatti a tema “protesta”. Abbiamo pensato così di unire le due cose, creando un progetto che coniugasse l’estetica del suo shooting e il tema della mia assegnazione; il resto si è sviluppato di conseguenza.
Lo shooting narra un'evoluzione, potresti raccontarcela?
L’evoluzione riguarda una ribellione e un empowerment personale. I primi due scatti sono caratterizzati da un’estetica che riprende i canoni degli anni ‘60 e ‘70 e sono realizzati in casa, un luogo chiuso dove la donna è quasi una decorazione. Poi ho scelto di inserire uno scatto in bianco e nero, un plot twist che rappresentasse il passaggio che conduce alle ultime due fotografie, dove la donna, in un ambiente esterno, esce dalle mura domestiche e vive. In queste immagini si vede il mutamento sia nei look che nel makeup della protagonista, simbolo di una libertà riconquistata.
Quali sono le donne che hai preso come riferimento per la tua narrazione e in cosa ti hanno ispirato?
Le figure femminili che hanno influenzato inizialmente la mia ricerca sono Priscilla – nella pellicola del 2023 di Coppola e Iris, protagonista del film Companion, specialmente per l’aspetto di ribellione; inoltre, è sorta spontanea un'associazione a Bella Baxter di Poor Things.
Un’altra suggestione è arrivata dal videoclip National Anthem di Lana del Rey, non solo per l’estetica generale dello shooting, ma anche per la scelta di mettere la terza foto in bianco e nero. Infatti, la cantante in National Anthem interpreta due donne: a inizio video – in bianco e nero – Marylin Monroe, poi – a colori – Jackie Kenndey, e utilizza questo filtro per sottolineare il passaggio.

Cosa vuoi comunicare con questi scatti?
Il filo conduttore dello shooting è la protesta contro il male gaze e il passaggio al female gaze.
All’inizio degli scatti, è rappresentata una donna che aderisce ad alcuni canoni imposti dalla società patriarcale. Nelle prime immagini, quindi, la protagonista non si fa troppe domande su ciò che succede e sui canoni che incarna: vive la sua vita in maniera passiva. Mentre, dopo lo scatto centrale, grazie alla scelta di uno styling più libero ed espressivo, è come se si liberasse e iniziasse a vivere liberamente, non più oppressa dal controllo maschile.
Parlaci del processo creativo. Come hai costruito il progetto?
Io e Ludovica avevamo creato una bacheca su Pinterest per cercare di definire attraverso look e immagini l’estetica dello shooting; una volta subentrato il tema della protesta, ho cercato di raggruppare i look in modo tale da creare un evoluzione che avesse un filo logico. Ho creato poi una bacheca per ogni look, in modo tale che ognuno di essi riuscisse a racchiudere gli elementi pertinenti all’evoluzione. Ovviamente insieme alle influenze estetiche arrivate dai film citati precedentemente
Com’è stato rivestire sia il ruolo di creative director che quello di modella?
Da una parte è stato stimolante, interessante e pratico, soprattutto per la scelta dei look, anche se non nego che sarebbe stato più semplice avere una modella da dirigere che non fossi io. La progettazione iniziale è stata più intuitiva, mentre calarsi nella parte è stato più complesso: posare senza vedersi, capire come interpretare i vari ruoli... Alcune cose hanno funzionato, altre meno, come la comunicazione attraverso la gestualità. Negli ultimi scatti, infatti, dove dovevo sembrare libera, allegra e giocosa, in realtà ero molto concentrata e tesa, poiché oltre a posare, dovevo pensare a tutta la direzione dello shooting.

Parlaci dello styling dei cinque look, dai vestiti al hair and makeup.
La stylist è stata Ottavia Cannizzaro, ma anche io sono stata coinvolta, essendo un mio progetto. Il primo styling, comunque, è suo: si tratta di un abito a pois anni ‘60 proveniente dal suo archivio, sul quale non abbiamo apportato alcuna rielaborazione creativa, siamo state molto fedeli allo stile dell’epoca.
Per la seconda foto, invece, indosso abiti dall’estetica più contemporanea, chiara suggestione dal film Companion. Lo scopo, infatti, non era emulare l’epoca ma cercare di prendere gli elementi cardine dello stile anni ‘60 e rivisitali in chiave moderna, usando i nostri capi.
Per gli altri look, invece, gli abiti sono contemporanei, colorati e giocosi per rispecchiare la libertà ottenuta.
Per l’ultimo look abbiamo scelto un abito con pattern diversi, abbinato ad una collana che ho realizzato personalmente. La collana rappresenta la mia autonomia nel potermi vestire in maniera genuina, senza essere assoggettata ai canoni della moda.
Il makeup è stato essenziale per l’ideazione dello shooting, dettando un’estetica che è stata completata con la scelta dei vari outfit. Per i primi due look, è stato scelto un makeup molto fedele all’epoca dove il protagonista è l’eyliner nero, entrambi realizzati con lo scopo di rendermi bella o appetibile per il male gaze. Per i look finali, invece, abbiamo deciso di puntare su uno stile più particolare e audace con lo scopo di esprimere al meglio quello che volevo comunicare attraverso gli scatti, senza cancellare o coprire quelli che la società considera difetti.
A chi ti ispiri principalmente? Ti va di consigliare il lavoro di qualche artista?
Avendo un background nel mondo dell’arte, lə artistə che mi ispirano principalmente fanno parte del paesaggio contemporaneo giapponese e sono Aya Takano, Ai Natori e Nara Yoshitomo. Inoltre, seguo molto anche il lavoro di Toko Ohmori, che invece è illustratrice per riviste di moda.
Pur trattandosi della mia prima esperienza di shooting, sono sempre stata interessata alle illustrazioni di moda, e questa volta ho potuto provare un approccio più diretto alla materia attraverso uno scatto piuttosto che un dipinto.
Come è avvenuta la scelta della fotografa? Come si è formato un team tutto al femminile e come è stato lavorarci?
Inizialmente ci eravamo accordate con un fotografo a cui avevamo esposto con anticipo il nostro progetto, ma che la sera prima ci ha dato buca. A quel punto abbiamo dovuto trovare un’altra fotografa, Camilla Crolle, che all’ultimo ha salvato lo shooting e si è rivelata, anzi, essere molto più adatta, rispetto al primo fotografo, per l’estetica e il tema del servizio. Volendo effettivamente ritrarre il passaggio dal male gaze al female gaze, è stato fondamentale avere dietro l’obiettivo l’occhio di una fotografa. Anche io, dovendo posare, mi sentivo più a mio agio a farmi ritrarre da una donna. Così si è creato un team completamente al femminile, che è risultato essere il coronamento del significato del servizio. Sul set respirava un’atmosfera che ha giocato a nostro vantaggio, ottenendo l’effetto che volevamo trasmettere e trasformando lo shooting in un’esperienza positiva.
b.b.

















Commenti