Sa Babbaieca: per un cinema indipendente tra mitologia e ambienti
Rubrica: Emergere
Sa Babbaieca è un cortometraggio diretto da Matteo Banni, la direttrice della fotografia è Eva Castellucci ed è stato prodotto da Onirica Pictures. Indagando la tradizione nuragica che vede un uomo costretto ad uccidere suo padre, il film propone uno sguardo incentrato sulla mitologia sarda e sul rapporto fra ambiente e uomo, il quale perde la sua tradizionale centralità sia nella narrazione sia a livello visivo.
L’opera ha vinto il Regional award al Figari international film festival, la menzione speciale al Terrae Film Fest e sarà al Sedicicorto Forlì International Film Festival a inizio ottobre.
F: Raccontateci il vostro percorso.
M: Ho sempre guardato tanti film, ma la mia decisione di fare cinema è nata quando studiavo psicologia all’università. C’era un corso gratuito in cui ognuno doveva scrivere un soggetto per un cortometraggio e il più votato sarebbe stato realizzato. Vinse il mio e in quel momento sentii una felicità che non avevo mai provato: una cosa che era nata dalla mia testa sarebbe diventata realtà. Lì ho capito che nella vita avrei voluto fare quello. Dopo la laurea ho studiato sceneggiatura alla Civica Scuola di Cinema Luchino Visconti dove ho conosciuto le persone che sono diventate poi parte del nostro collettivo Onirica. Ci accomuna la stessa idea di cinema e, in un momento in cui non sapevamo come fare i primi passi, ci siamo aiutati a vicenda realizzando i nostri cortometraggi, poi piano piano siamo diventati più grandi ed è stato più facile trovare finanziamenti.

E: Sono nata in una famiglia teatrale, per anni ho seguito i loro lavori sul palco e pensavo di voler fare l'attrice. Col tempo ho capito che mi interessava di più l'arte visiva, le luci, la scenografia, lo spazio, quello che sta attorno. Ho sperimentato con la fotografia, ma sentivo la mancanza del movimento che avevo ereditato dal teatro. Così, anche grazie al mio amore per la storia dell’arte, sono giunta alla direzione della fotografia, concependola come quadri per ospitare la parola e le azioni dei personaggi. Prima di riuscire ad entrare al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma ho fatto alcune esperienze lavorative a Bologna. Ho fatto degli stage su lungometraggi ed è lì che mi sono scontrata veramente con il maschilismo sul luogo di lavoro.
Dopo un primo sconforto, ho capito di voler continuare, anche per poter, assieme alle altre, cambiare questo ambiente ancora così machista. Negli anni ho fatto tanta gavetta, come elettricista e macchinista, e ora sto lavorando per lo più come direttrice della fotografia.
F: Matteo, com’è nato Sa Babbaieca?
M: Avevo visto il film La ballata di Narayama di Shōhei Imamura che finisce con un uomo che deve portare sua madre su una montagna e lasciarla morire. Mi sembrava una storia familiare: mi ricordava la leggenda della tradizione nuragica Sa Babbaieca, dove il figlio deve uccidere direttamente il padre, invece di lasciarlo morire lì. Ho proposto ad Angelo, un ragazzo del collettivo, di scrivere insieme un cortometraggio su questo. Ci ho messo un po’ a realizzarlo e ciò che ha veramente sbloccato il progetto è stata Eva, il cui stile era esattamente ciò che stavo cercando. Ci siamo conosciuti alla Naufragare Summer School di Approdi di Bellaria (RN) tenuta da Alessandro Comodin nel 2023. Le ho parlato del progetto ed è stato subito evidente come fossimo allineati sul modo di raccontare la storia.
Mi piace lavorare con Eva perché dà un apporto creativo estremamente importante ogni volta. Spesso il risultato finale del film non soddisfa il regista, invece in questo caso è venuto molto meglio di quello che avevo in testa. Lei mi ha dato molta fiducia, così ho aperto una campagna di raccolta fondi e ho organizzato un po' di eventi in Sardegna, dove ho conosciuto una guida ambientale, Dennis Mura, che mi ha aiutato a trovare e scegliere le location migliori. Sono molto grato del fatto che c'è stato sempre un bell’ambiente, forse perché eravamo persone molto affini. È stata davvero una bellissima esperienza che ricorderò per sempre.

F: Eva, in base a cosa scegli i progetti a cui partecipare e come ti sei approcciata a questo?
E: Io scelgo di lavorare a un progetto se alla lettura mi accende qualcosa, se sento sia stimolante per me. Amo poter collaborare creativamente all’idea, dare una forma visiva alla scrittura insieme, dialogando. Non mi piace rimanere passiva e accettare di lavorare ad un progetto senza sentirlo, in qualche modo, anche mio. Quando Matteo mi ha parlato del progetto c'è stata subito una grande sintonia. Lui cercava delle immagini che mettessero in luce la coesistenza tra uomo e ambiente, come fossero entrambi personaggi della storia. Sono molto grata alla mia squadra che mi ha permesso di realizzare il lavoro e il set è stato veramente piacevole, tranquillo, armonioso.

F: Il vostro è un film in cui l’ambiente ha un ruolo importantissimo, diviene personaggio e comunica con gli uomini. Come avete lavorato e a cosa vi siete ispiratə?
M: A livello di costumi e scenografia l'idea era di creare uno spazio che sembrasse fuori dalla realtà in ogni modo ed era importante che l’ambiente avesse sempre lo stesso spazio rispetto ai personaggi: è in questo modo che abbiamo pensato il piano inquadrature. I documentari girati in Sardegna di Vittorio De Seta, in cui l’uomo non era per forza il protagonista della scena, sono stati una grande fonte di ispirazione.
E: C’è anche stato un momento magico. Dovevamo girare l’ultima inquadratura del film: il punto di vista del padre che guarda la roccia da cui poi si lancerà e per caso abbiamo scelto esattamente quella a cui la leggenda fa riferimento. Un caso incredibile!

F: Voi di Onirica, dopo un periodo passato a Roma, siete tornati nelle vostre città d’origine. Qual è la vostra idea di cinema e come lavorate insieme?
M: Spesso ci vantiamo del fatto che non abbiamo mai girato niente a Roma e penso che non lo faremo mai, perché essendo tutte persone di regioni diverse ci interessa molto il legame che abbiamo con il luogo. Io sono tornato in Sardegna perché ho sempre sentito un legame con la terra, sia per ciò che riguarda gli ambienti, sia per la cultura. È una scelta politica, ma anche di benessere: stare dove ci si sente meglio. Ormai è così facile spostarsi e comunicare che non c’è il pericolo di isolamento.
Il nostro intento è fare cinema con il necessario: ogni progetto ha dei bisogni specifici. Al tempo stesso, è importante trovare metodi produttivi per cui si crei un bell'ambiente senza gerarchizzazioni. Nelle produzioni grandi e medie c'è sempre un divario gigantesco tra sopra la linea e sotto la linea. Ci sono tre o quattro che guadagnano 10-15 volte tanto rispetto a chi fa lavori di manovalanza, che si ritrova a prendere il minimo sindacale. In Onirica crediamo fermamente nell'uguaglianza in tutti i sensi e nell’idea che il cinema crei relazioni, amicizie. Lavorare con persone che conosci ti permette di sapere cosa può darti una persona, cosa puoi chiedere e quindi fare in modo che tuttə siano nelle condizioni di fare il loro migliore lavoro possibile e che poi ne siano fierə.

F: Eva, prima accennavi ai problemi che hai incontrati nel lavorare in un ambiente dominato dal maschilismo. Cos’hai notato e come ti posizioni nei tuoi lavori sia nelle troupe sia come direttrice della fotografia?
E: La mia primissima esperienza su un set è stata pessima, ho subito parecchio sessismo e da lì ho sempre affrontato quegli ambienti tenendomi pronta alla difesa, a rispondere alle ingiustizie e a comunicarle. Crescendo, sono diventata più consapevole delle mie possibilità.
Le donne che nel mondo del cinema sono arrivate a grandi risultati, spesso, purtroppo, lo hanno dovuto fare con i denti e con le unghie, per cui se sono lì ci credono tantissimo. Da direttrice della fotografia, cerco di formare la mia squadra con quante più donne mi è possibile. L’uomo assolutamente può essere un alleato fondamentale, ma credo sia importante, nel mio piccolo, a parità di bravura, prediligere il genere femminile rispetto a quello maschile, perché spesso accade il contrario. La vedo come una scelta politica, necessaria, per poter crescere in questo lavoro con tante sorelle.

F: Ci sono delle pratiche per tentare di resistere?
E: Io ho fatto Becoming Maestre, un programma di tutoraggio e mentoring organizzato dai David di Donatello e Netflix, da cui è nato un gruppo con figure del cinema molto diverse, in cui ci aiutiamo a segnalarci lavori e ci diamo una mano. Allo stesso modo faccio parte di un gruppo di elettriciste e macchiniste. Si sta diffondendo la pratica di creare una rete di scambio e di sostegno, in cui almeno dal basso si cerca di prediligere la figura femminile.
F: Secondo voi può esistere un cinema senza gerarchie?
E: Sì, credo possa esistere un cinema in cui le gerarchie non siano più verticali, ma orizzontali, in cui ogni elemento è rispettato come fondamentale. Dalla collettività e quindi dallo scambio, dal dialogo, credo si possa realizzare davvero un cinema migliore, più umano, in cui si cresce insieme.
M: Ognuno sul set è là per un motivo, quindi è giusto riconoscere e rispettare questo. Nessuno potrà mettere bocca sui costumi se non la costumista e il compito del regista sarà dire “questo mi piace, questo non mi piace”. Ho sempre odiato la dicitura “Film di”: fa apparire il regista come unico possessore dell’opera, invisibilizzando il lavoro corale. Se lo si risalta, invece, il lavoro diventa più facile, molto meno stressante, perché nessuno ha il peso di dover pensare a tutto, ma ognuno si focalizza su una cosa, quella che gli piace di più fare.
Inoltre, se eviti gerarchizzazioni, dal punto di vista economico fare un film è molto più semplice. Nelle produzioni grandi sembra essere ancora impossibile, però ci sono case di produzione, come ad esempio Okta Film, che credono nell’importanza di fare un film in modo intelligente, perché bastano molti meno soldi di quanto si pensi se vengono distribuite bene le risorse.

F: Qual è la cosa più urgente che ci sarebbe da cambiare nel mondo del cinema?
E: È difficile dire una sola cosa. Personalmente, pensando alla mia storia, sento sia urgente cambiare la visione della donna sia nelle storie sia nella Storia del cinema.
M: Sono d’accordissimo sul fatto che sia necessario cambiare la prospettiva unicamente maschile. Credo inoltre sia importante creare un sistema di welfare per le persone che lavorano nell’arte e nella cultura, dar loro una stabilità economica, perché non sia più un privilegio poter fare un’opera cinematografica.

F: Avete dei consigli da dare a giovani che si vogliono approcciare al mondo del cinema?
M: Il consiglio che darei è continuare ad andare avanti. Probabilmente su dieci progetti che stai portando avanti ne passa solo uno, ma questo passa proprio perché stavi lavorando anche sugli altri. Purtroppo le condizioni in questo momento non sono delle migliori nel cinema italiano, per questo è fondamentale trovare una rete di supporto e smettere di pensare che si debba fare tutto da solə. Se non avessi trovato Onirica, probabilmente non avrei fatto niente di quello che ho fatto. Il bello del cinema è che è un’arte collettiva.
E: Il cinema è un mondo molto complesso. Sul set ci possono essere momenti gioiosi, ma anche di grande tensione e avere al fianco persone con cui ti capisci con uno sguardo e con cui ti sostieni reciprocamente rende tutto più leggero e affrontabile. Poter scegliere o crearsi l’ambiente lavorativo è uno degli aspetti più belli di questo lavoro, ma anche uno dei meno scontati.
f.v





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