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Quaderno proibito: trasgredire per cercare se stesse

13 minuti fa
Tempo di lettura: 6 min

Rubrica: Libreria femminista

26 novembre 1950. «Ho fatto male a comprare questo quaderno, malissimo. Ma ormai è troppo tardi per rammaricarmene, il danno è fatto».

A pronunciare queste parole è Valeria, la protagonista e narratrice di Quaderno proibito, romanzo di Alba de Céspedes, pubblicato nel 1952.

Le prime righe contengono già un senso di irrequietezza e di colpa, che contraddistinguono il carattere della protagonista attraverso il racconto sotto forma di diario di sei mesi della sua vita. Valeria compra questo quaderno d’impulso, non sapendo nemmeno lei perché lo ha fatto. Poi però inizia a scrivere, ed ecco che possiamo calarci nell’evoluzione dei suoi pensieri come nessuno nella sua vita può e vuole fare.


Valeria ha quarantatré anni, è sposata con Michele e ha due figliə, Riccardo e Mirella, entrambi studenti di giurisprudenza. Lavora come impiegata per aiutare economicamente la famiglia e, come di consuetudine, si occupa di tutte le faccende di casa e delle necessità di tutti i suoi cari. Questo continuo prodigarsi per gli altri l’ha portata a cancellarsi, tanto che persino il marito non la chiama più col suo nome, usa invece il nomignolo “mammà”. In un passaggio del romanzo Valeria riflette su questo fatto: «Nel rileggere quel che ho scritto ieri mi viene fatto di domandarmi se io non abbia incominciato a cambiare carattere dal giorno in cui mio marito, scherzosamente, ha preso a chiamarmi “mammà”. […] Però adesso capisco che è stato un errore: lui era la sola persona per la quale io fossi Valeria». Non solo lə figliə, ma persino il marito la relega in questo unico ruolo, togliendole la possibilità di essere prima di tutto una donna con delle necessità e dei desideri.


Nella prima pagina di diario Valeria si riappropria del suo nome, lo scrive in bella calligrafia e si compiace ogni volta che apre il quaderno dell’essersi presa questa libertà. Poi però la sua scrittura è tormentata dal rimorso, esprimere i propri pensieri è un atto peccaminoso, è come parlare col diavolo “che in esso si nasconde tra pagina e pagina”.

Valeria inizia a chiedersi perché la scrittura le dia tanta pena, quando anche la figlia tiene un diario personale e non prova alcun rimorso nel dirlo apertamente. Comprende allora che il tempo della scrittura è tempo personale e improduttivo, un’azione che non aiuta o compiace nessuno, se non se stessə.


«Un’altra cosa che mi trattiene dal confessare che scrivo: ed è il rimorso di perdere tanto tempo a scrivere. Spesso mi lamento di avere troppe cose da fare, di essere schiava della famiglia, della casa; di non avere mai la possibilità di leggere un libro, per esempio. […] Temo che, ammettendo di aver goduto sia pure un breve riposo, uno svago, perderei la fama che possiedo di dedicare ogni attimo del mio tempo alla famiglia».

La sola idea di pensare a se stessa è inaccettabile moralmente, non le si addice perché non lo ha mai fatto. Valeria vive succube delle leggi che regolano la società patriarcale e riesce a vedersi solo attraverso quello sguardo esterno che non può accettare la soggettività femminile e il fatto che possa pensare a sé.

Benchè titubante, Valeria comprende di non riuscire a smettere di scrivere, perciò inizia a scendere sempre più in profondità. Realizza immediatamente di essere infelice nella vita che conduce, specialmente per il fatto che non ha uno spazio suo nella sua stessa casa, nemmeno un cassetto – dove tenere il diario – e quando si concede di esternare questo rammarico la sua famiglia la canzona: cosa dovrà mai tenere in un cassetto chiuso a chiave “mammà”?

Nonostante il dolore palpabile che traspare da ciò che riporta della propria vita e di come viene trattata nella sua stessa famiglia, Valeria continua a scrivere e a vedere la realtà sempre più chiaramente.


«La mia vita mi è sempre parsa piuttosto insignificante, senza avvenimenti notevoli fuorché il mio matrimonio e la nascita dei bambini. Invece da quando, per caso, ho cominciato a tenere un diario, mi pare di scoprire che una parola, un accento, possono essere altrettanto importanti, o anche più, dei fatti che siamo abituati a considerare tali. Imparare a comprendere le cose minime che accadono tutti i giorni, è forse imparare a comprendere davvero il significato più riposto della vita».

Valeria ha dovuto lasciar sopire la propria coscienza, la propria personalità, per poter esistere serenamente in una società che le può fornire un solo ruolo rispettabile: quello di madre e moglie. Per rimanere felicemente all’interno di questo schema preconfezionato la soluzione migliore è spegnere ogni parte di sé che ci definisce come individuo. La scrittura però è un terreno di lotta feroce, che non dà più forza, anzi, accende i dubbi e fa sentire sconfitti e impotenti. La scrittura non porta serenità, non è fatta per questo, ma costruisce per Valeria una nuova realtà, in cui ridefinire la propria esistenza in maniera attiva e consapevole.


Mirella: il nuovo che avanza


Nel romanzo, una figura femminile si distingue particolarmente da Valeria: è la figlia Mirella, che incontriamo agli inizi dei suoi studi universitari. Valeria osserva la figlia e non riesce a capirla, perché è troppo distante da lei: esce fino a tardi la sera, studia per diventare avvocato, ha un fidanzato molto più grande – con cui condivide le aspirazioni lavorative e che la tratta come sua pari – e lavora come praticante in uno studio legale perché desidera di più per se stessa. Lo schema sociale che Valeria rispetta sommessamente sta stretto alla figlia, che non vuole essere come la madre. Tuttavia Mirella, nel suo desiderio di libertà, include anche Valeria. Inizialmente non notiamo quanto sia consapevole della condizione in cui vive la madre, poiché siamo ingannati dallo sguardo parziale della narratrice, poi però Mirella parla chiaramente: «Questo è quello che mi rivolta, mamma. Tu ti credi obbligata a servire tutti, a cominciare da me. Allora anche gli altri, a poco a poco, finiscono per crederlo. Tu pensi che per una donna avere qualche soddisfazione personale, oltre a quelle della casa e della cucina, sia una colpa: che il suo solo compito sia quello di servire. Io non voglio, capisci? Non voglio». Con freddezza Mirella mette Valeria di fronte a quella realtà di cui lei sta lentamente prendendo consapevolezza. Quando il commento arriva dall’esterno, Valeria ha la prova concreta che quello che sente è reale, e questo le provoca un’immediata chiusura in sé: ammettere a sua figlia di avere ragione scardinerebbe tutta la sua vita, tutto ciò per cui si è sacrificata.


Alba De Céspedes
Alba De Céspedes

De Céspedes non scrive per noi un finale rivoluzionario, di libertà ed emancipazione, ma un ritorno allo status quo: Valeria decide di bruciare il diario e di cancellare così le tante Valeria che nella scrittura si sono materializzate.

«Adesso io mi domando dov’è che sono stata più sincera, se in queste pagine o nelle azioni che ho compiuto, quelle che lasceranno di me un’immagine, come un bel ritratto. Non lo so, nessuno lo saprà mai. […] Ho paura».

Per la protagonista quello che ha scoperto e conosciuto di sé è troppo. Ha messo in dubbio tutto quello che pensava e fare i conti col proprio passato è insopportabile. Meglio allora dimenticare quello che è stato e richiudersi in quello che si è sempre conosciuto, nonostante lo si sopporti con dolore.


“Un tributo femminista a una generazione pre-femminista”


Sono le parole che Nadia Terranova utilizza nella prefazione che accompagna l’ultima edizione di Quaderno proibito, pubblicata nel 2022.

Alba De Céspedes, con quasi due decenni di anticipo rispetto alla presa di posizione del movimento femminista italiano, sviscera il disagio e le difficoltà di una donna italiana della classe media e rende Valeria la portavoce di un’intera generazione di donne: quelle che hanno vissuto la Resistenza pensando che il cambiamento fosse arrivato, per poi essere nuovamente relegate nei tipici ruoli di genere.


De Céspedes costruisce il suo personaggio sulle testimonianze delle lettrici che le scrivono in seguito alla pubblicazione del suo precedente romanzo, Dalla parte di lei:

« [ho] ricevuto un gran numero di lettere da donne sconosciute. […] nello scrivermi, queste donne (forse a loro stessa insaputa) mi raccontavano ampiamente del loro matrimonio, della loro casa e dei loro figli: e insomma della loro vita quotidiana. Erano lettere tutte diverse tra loro e però sembravano tutte narrare la storia della stessa persona. La descrivevano tanto minuziosamente che presto imparai a riconoscerla: aveva i capelli castani, gli occhi castani, ed era ancora giovane, ancora bella, di quella bellezza particolare alle donne intelligenti e sensibili che a tutta prima passa inosservata. Mi divenne così familiare che ebbi bisogno di un nome per chiamarla. La chiamai Valeria».


De Céspedes ha messo a disposizione di queste donne la sua posizione privilegiata di intellettuale e la sua voce, mettendo per iscritto dei sentimenti personali e oscuri, ma condivisi da un’intera generazione, che ne stava ancora prendendo coscienza. Valeria appare oggi come una versione in fieri di quelle donne che furono capaci di riunirsi in modo organico negli anni Sessanta e Settanta e che seppero mettere per iscritto la propria condizione in maniera spregiudicata e senza vergogna o timore, nella speranza di portare a una rivoluzione della condizione femminile. 


e.c.


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