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Marta Mirujin – L'avanguardia dell'arte moderna latinoamericana

1 giorno fa
Tempo di lettura: 12 min
marta Minujín joven en su estudio con obra de colchones

Minujín è stata una pioniera dell’arte moderna e si è affermata come figura importante tanto in Argentina quanto sulla scena internazionale, grazie alla sua capacità di trasformare gli spettatori da fruitori passivi a partecipanti attivi attraverso happening, ambienti interattivi e forme d’arte legate ai mezzi di comunicazione.

Le sue opere incarnano l’essenza stessa dell’arte moderna: un desiderio instancabile di risvegliare lo spettatore dalla propria inerzia. Minujín crede profondamente nel potenziale dell’arte come strumento capace di intensificare la vita.


Il cambiamento di un icona

Fin dall’infanzia, Marta Minujín si distingueva per il suo spirito vorace e intraprendente. Nacque il 30 gennaio 1943 a San Telmo, un quartiere di Buenos Aires. «Sono nata in un mondo di pazzi, la mia famiglia era un po’ folle», racconta Minujín, che descrive la propria infanzia come un periodo che preferirebbe non ricordare. Sin da piccola dimostrò una personalità determinata e una curiosità insaziabile: a soli dodici anni aveva già le idee chiare sulla propria vocazione di artista plastica. Mentre viveva con una cugina si iscrisse da sola a diverse scuole nazionali di Belle Arti, tra cui la Cárcova e la Pueyrredón, dove studiò tutte le discipline offerte: incisione, pittura, disegno e scultura. Non riuscì tuttavia a diplomarsi in nessuna di esse.


Più tardi, all’età di sedici anni, vinse una borsa di studio del Fondo Nacional de las Artes per la Francia. Fu allora che si emancipò dai genitori e falsificò la propria età per poter sposare Juan Carlos Gómez Sabini. Il loro matrimonio durò fino alla morte del marito, avvenuta nel 2021. Prima ancora di compiere vent’anni Minujín intravedeva già un futuro brillante davanti a sé: si candidava a ogni borsa di studio di cui venisse a conoscenza e riusciva regolarmente a ottenerla. In seguito, vinse la prestigiosa borsa di studio Guggenheim a New York, dove avrebbe sviluppato gran parte della propria carriera nei successivi dieci anni, affermandosi come esponente della Pop Art e dell’arte psichedelica.

Marta Minujín all'Istituto Di Tella, presenta "La Menesunda" (1965)
Marta Minujín all'Istituto Di Tella, presenta "La Menesunda" (1965).

Minujín sarebbe diventata una delle figure più note dell’arte moderna latinoamericana, oltre che una presenza femminile di rilievo in questo ambito. Introdusse linguaggi artistici come gli happening, la performance e le installazioni, dando vita a opere effimere e sculture monumentali, capaci di mettere in discussione ogni concezione e ogni logica che, all’epoca, definivano l’arte. I suoi lavori si potrebbero definire «magnifici», sia per la loro imponenza fisica, che per la loro portata concettuale. Tra le sue opere più celebri figurano strutture di cotone alte quindici metri date alle fiamme, obelischi realizzati con pan dolce e cortei di persone munite di nebulizzatori, che riempivano le strade di profumo.


Arte tra l’essere e il nulla: l’esistenzialismo parigino

A Parigi Minujín ebbe modo di esplorare l’arte immersa nell’atmosfera bohémien ed esistenzialista che permeava la città negli anni Sessanta. Fu il suo primo incontro con gli ambienti intellettuali del mondo dell’arte, dai quali avrebbe preso le distanze con grande determinazione nel corso di tutta la sua vita.

In quegli anni, la sua arte si distingueva per la sua appartenenza al movimento artistico informalista, allora molto in voga, che rifiutava le convenzioni tradizionali dell’arte in favore dell’astrazione e della spontaneità. Tra i materiali che utilizzava spiccavano il cartone, la sabbia e la colla, con cui creava superfici caratterizzate da rilievi e texture.

Marta Minujín joven en paris

Fu proprio in questo periodo che realizzò le sue prime sculture, utilizzando grandi scatole di cartone e assemblando vecchi materassi recuperati per strada o nelle discariche degli ospedali. Nasceva così la sua particolare ossessione per i materassi, con i quali, come spiega lei stessa, ha una vera e propria “storia d’amore”:


Trascorriamo metà della nostra vita sui materassi. Nasciamo su uno e, molto probabilmente, un giorno moriremo su uno.

Nel 1963 realizzò la sua prima installazione, La chambre d’amour, per una mostra collettiva al Museo d’Arte di Tokyo. L’opera invitava i visitatori a lasciarsi andare all’intimità, facendo l’amore, dormendo o semplicemente rilassandosi tra materassi colorati, racchiusi da una struttura di legno.


marta Minujín "la chambre d'amour"

Al termine della borsa di studio, a soli diciotto anni, Minujín realizzò il suo primo happening, La Destrucción (1963). Lo definì una sorta di autoannientamento: chiese ad alcuni amici artisti di distruggere tutte le opere che aveva realizzato durante il suo soggiorno di studio in Francia.


Loro [gli artisti invitati] dovevano presentarsi nel terreno abbandonato di Impasse Ronsin alle 18 del 6 giugno, portando con sé gli strumenti di lavoro che meglio li rappresentavano. Dovevano intervenire sulle mie opere, in un gesto di distruzione simbolica: sovrapporre le proprie immagini alle mie, eliminare, cancellare, modificare i miei lavori. Creare per distruggere; bruciare la mia identità (Haverford College, s.d.).
Marta Minujin dopo "La Destrucción" (1963)
Marta Minujin dopo "La Destrucción" (1963)

Bruciando le proprie opere, Minujín compì un gesto di resistenza, rifiutandosi di finire nei «cimiteri culturali» dei musei e delle gallerie, luoghi in cui, secondo lei, l’arte era destinata a morire. Un’«eternità che non mi interessava», come spiegava. Gli spettatori associavano l’immagine dell’opera a uno strano mix di euforia e desolazione tipico del contesto del dopoguerra.


La passione per la psichedelia

In seguito, con il suo trasferimento a New York, la sua arte avrebbe preso una direzione completamente diversa, ispirandosi alle correnti pop e psichedeliche dell’epoca. Minujín si definisce una vera hippie di quegli anni. Tra i ricordi più vividi della sua memoria ci sono le giornate trascorse a Central Park, tra gli alberi e l’erba, e i pomeriggi passati a leggere William Blake. Ricorda anche il tempo condiviso con gli hippie di Woodstock e dell’isola di Wight, quelli «veri», come li definisce lei, con i quali aveva costruito una comunità e una rete di sostegno, sia economico che sociale. 

minucode 1968

Durante il soggiorno newyorkese strinse amicizia con artisti come Andy Warhol e Allen Ginsberg, entrambi noti per il loro ruolo nei movimenti controculturali che si opponevano al consumismo del dopoguerra. Le sue opere furono accolte con grande interesse dalle gallerie d’avanguardia e la sua notorietà crebbe grazie a lavori come Minuphone (1967) e Minucode (1968).


Con quest’ultima opera Minujín intendeva indagare i codici sociali che regolano il mondo dell’arte, degli affari, della moda e della politica. A questo scopo organizzò quattro cocktail party, invitando persone appartenenti a ciascuno di questi ambiti.  L’invito venne pubblicato sul giornale insieme a un questionario che invitava gli intervistati a classificarsi in un’area. Con 1.000 risposte, vennero create le liste di invitati e, durante ciascuna delle feste, i partecipanti furono ripresi mentre interagivano e si comportavano nei loro ruoli sociali. Furono invitati a tornare alcuni giorni dopo per vedere i video di se stessi proiettati sulle pareti della galleria.

minucode retrouve
Volevo che si vedessero “a ritroso”, per osservare il proprio comportamento, per vedere le proprie interazioni sociali (MoMA, 2021).

Argentina, ribellione contro l’accademia “gringa”


In seguito, Minujin si trasferì in Argentina, il suo paese natale, che la ispirò a realizzare un’arte ancora più audace, capace di oltrepassare i confini. Nonostante la brillante carriera e la reputazione che si era costruita a New York, si trattò ancora una volta di un atto di rifiuto nei confronti della società elitaria dell’arte: «Se vivessi lì [a New York], non avrei mai realizzato “Il Partenone dei libri”, né “L’obelisco di pan dolce”. Starei creando arte sofisticata e farei parte della scuola americana». Il ritorno in America Latina è stato un atto di ribellione e rivendicazione, un ritorno nel proprio Paese per creare un’arte che avesse un impatto sugli eventi politici dell’epoca. Attualmente, Minujín continua a vivere a Buenos Aires, dove si reca nel suo atelier almeno mezza giornata ogni giorno.

    Un’arte che non ha nulla a che vedere con l’essenza argentina. Quindi preferisco essere argentina, restare qui e basta

Al suo ritorno realizzò alcune delle sue opere più iconiche, tra cui il Partenone dei libri (1983), costruito per la prima volta sull’Avenida 9 de Julio, a Buenos Aires. Un’installazione realizzata per celebrare il ritorno alla democrazia dopo la dittatura militare; costruita come un Pantheon, utilizzando libri vietati dalla giunta al potere. Dopo cinque giorni di esposizione, due gru inclinarono leggermente l’installazione su un lato, affinché gli spettatori potessero prelevare i libri e portarli con sé.


panteon de libros Buenos Aires argentina
Marta Minujin, Partenone dei libri (1983)

Quest’opera va intesa come la materializzazione di una protesta contro la censura, la persecuzione degli scrittori e il divieto dei testi motivati da interessi politici e dal desiderio di influenzare i nostri pensieri, le nostre idee e persino i nostri corpi. Una protesta per la libertà di critica e di riflessione.


obelisco de pan dulce argentina Minujín

Infine, un’altra opera di rilievo è l’Obelisco di Pan dulce (1979), che fa parte della serie «La caduta dei miti universali»; queste opere miravano a reinventare i simboli nazionali attraverso la partecipazione del pubblico. Minujin riprodusse un obelisco pieno di pan dolce confezionato sottovuoto, che simulava l’obelisco di Buenos Aires, inclinandolo in modo tale che tutti gli spettatori potessero prendere un sacchetto di pan dolce. «Ho deciso che, per demitizzare il mito, in realtà, la gente deve mangiare il mito».


obelisco de pan dulce argentina Minujín caido




Vale la pena riflettere sul ruolo che Minujín si è conquistata nel corso degli anni, influente sia nell’arte latinoamericana che a livello internazionale, guidando il movimento dell’avanguardia globale. Le sue performance e i suoi happening testimoniano un prima e un dopo nella comprensione dell’arte e nel ruolo dello “spettatore” e del partecipante, poiché mettono in discussione le posizioni di potere e di valutazione. Il suo persistente fascino per i materassi e le loro infinite possibilità testimonia un’artista la cui pratica si presenta coerente, dinamica e impegnata innanzitutto nella sperimentazione.


Marta Mirujin – Vanguardia del arte moderno latino americano 

 

marta Minujín joven en su estudio con obra de colchones

Minujín fue pionera en el arte moderno, se consagró como una figura importante tanto en Argentina como a nivel internacional en la transformación de espectadores pasivos en participantes activos mediante happenings, entornos participativos y arte de los medios de comunicación.  

Sus obras representan la esencia pura del arte moderno, un deseo incansable por despertar al espectador de su inercia, ella cree profundamente en el potencial del arte como medio para intensificar la vida.  


El devenir de un icono 

Desde su niñez Marta Minujín gozaba de un espíritu voraz, nació el 30 de enero de 1943 en un barrio porteño de San Telmo. “Nací en un mundo de locos, mi familia era medio loca”, dice Minujín, quien describe su infancia como un tiempo que no quisiera recordar. Desde niña gozaba de un espíritu voraz y determinado, a los doce años ya tenía completa claridad sobre su vocación como artista plástica. Mientras vivía con su prima, se anotó sola a varias escuelas nacionales de Bellas Artes como la Cárcova y la Pueyrredón, en donde estudió todas las opciones ofrecidas: grabado, pintura, dibujo y escultura. Pero, no llegó a graduarse de ninguna.  


Más adelante a sus 16 años se ganó una beca del Fondo Nacional de Artes en Francia por la cual se emancipó de sus padres y falsificó su edad para poder casarse con Juan Carlos Gómez Sabini, un matrimonio que duró hasta la muerte del cónyuge en 2021. Con menos de 20 años podía vislumbrar un futuro brillante, se presentaba a todas las becas que encontraba y asimismo las recibía, posteriormente ganaría la beca Guggenheim en Nueva York en donde desarrollaría gran parte de su carrera durante los próximos 10 años, como exponente del Pop art y el arte psicodélico.  


Minujín se establecería entre las figuras más reconocidas del arte moderno latino americano, además de ser una importante representación femenina en el campo.

Marta Minujín all'Istituto Di Tella, presenta "La Menesunda" (1965)
Marta Minujín en el Instituto Di Tella presentando "La Menesunda" (1965).

Trajo medios como los happenings, el performance y las instalaciones, trabajos efímeros y escultóricas de gran escala que desafiaban cualquier concepción o lógica que se tenía del arte en la época. Sus trabajos podrían describirse como “magníficos” debido tanto a su magnitud física como a su magnitud conceptual. Entre sus obras destacan estructuras de algodón de 15 metros de alto en llamas, obeliscos de pan dulce, una marcha de personas con aspersores que llenaban las calles con perfume.  


Artes desde el ser y la nada, el existencialismo parisino  

En París pudo explorar el arte desde el ambiente bohemio y existencialista que impregnaba la ciudad durante los años 60 's. Fue su primer contacto con la sociedad intelectual de las artes, a la cual repelerá con gran fuerza a lo largo de su vida.  Durante esta época, su arte se caracterizaba por ser parte del movimiento artístico informalista famoso en el momento, el cual rechazaba las convenciones tradicionales del arte, a favor de la abstracción y la espontaneidad. Entre los materiales que utilizaba se destaca el cartón, arena y pegamento para crear superficies con relieves y texturas.

Marta Minujín joven en paris

Aquí realizó sus primeras esculturas con grandes cajas de cartón y pegando viejos colchones que recogía de las calles y los basureros de los hospitales; el inicio de la fijación con los colchones, con los cuales, como explica ella tenemos una “historia de amor”.



Pasamos la mitad de nuestras vidas sobre colchones. Nacemos en uno y lo más probable es que un día moriremos en uno.  

En 1963 realizó su primera instalación “La chambre d’amour”, para una exposición colectiva en el Museo de Arte de Tokio. Esta obra fomentaba la intimidad e invitaab a los asistentes a hacer el amor, dormir y relajarse entre coloridos colchones cercados por una estructura de madera. 

marta Minujín "la chambre d'amour"

Al terminar su beca, con tan solo 18 años realizaría su primer happening, “La Destrucción” (1963), según ella, una autoaniquilación, en la que les pidió a varios de otros amigos artistas que destruyeran todas las obras que había realizado durante sus estudios en Francia. 

Ellos [los artistas invitados] tenían que comparecer en el terreno baldío (Impasse Ronsin) a las 18hs del 6 de junio, trayendo los elementos de trabajo que mejor los expresasen. Tuvieron que crear sobre mis obras (como destrucción simbólica); tuvieron que sobreponer sus imágenes a las mías, eliminar, borrar, modificar mis obras. Crear para destruir; quemar mi identidad” (Haverford College, s.f) 

Al quemar sus obras Minujín realizó un acto de resistencia, negandose a ser parte de los “cementerios culturales” de los museos y galerías donde, según ella, el arte iba a morir, una “eternidad que no me interesaba” como explicaba. Los espectadores relacionaban la imagen de la obra con una mezcla extraña de la euforia y la desolación del contexto de posguerra. 


Pasión por la psicodelia

Posteriormente, al asentarse en Nueva York su arte tomaría un giro completamente diferente, inspirada en las corrientes pop y psicodélicas de la época. Ella se autodenomina como una verdadera hippie de la época. Entre los recuerdos que más destacan en su memoria están los días que pasaba en el Central Park, entre los árboles y el pasto, tardes que pasaba leyendo a William Blake, y que compartía con los hippies de Woodstock, y de la Isla de Wight, los hippies “de verdad” afirma ella, con quienes había construido una comunidad, una red de apoyo tanto económico como social.

Durante su tiempo en Nueva York hizo amistades con artistas como Andy Warhol y Allen Ginsberg, los dos conocidos por sus movimientos contraculturales del consumismo posguerra. Sus obras tuvieron una gran acogida en medio de las galerías de arte vanguardistas, su reconocimiento iba creciendo de la mano de obras como el Minuphone (1967) y el Minucode (1968).


minucode 1968

En este último, Minujín buscaba explorar los códigos sociales de las artes, los negocios, la moda y la política; para lo cual organizó cuatro fiestas de cócteles con invitados que se desenvuelven en cada una de estas áreas. La invitación fue publicada en el periódico junto con un cuestionario que invitaba a los encuestados a clasificarse en un área. Con 1.000 respuestas, se crearon listas de invitados, y durante cada una de las fiestas los asistentes fueron grabados interactuando y desenvolviéndose en sus roles sociales. Luego fueron invitados a regresar unos días después para ver los videos de ellos mismos proyectados en las paredes de la galería. 

minucode retrouve

 

Quería que se vieran a sí mismos hacia atrás, para observar sus propios comportamientos, para ver sus propias interacciones sociales (MoMA, 2021).  

Argentina, rebelión frente a la académica gringa 

Posteriormente, Minujín se devolvió a Argentina, un país suyo y que la inspiró a hacer un arte aún más atrevido que transgredió las líneas. A pesar de la gran trayectoria y reputación que había construido en Nueva York, fue de nuevo un acto de rechazo a la sociedad elitista del arte “Si viviera allá (en Nueva York), El Partenón de libros” nunca lo hubiese hecho, ni “El obelisco de pan dulce”. Estaría haciendo arte sofisticado y sería de la escuela americana”. El volver a América Latina fue una decisión de rebeldía y reivindicación, volver a su país creando arte que impacta en los eventos políticos de la época. Actualmente, Minujin sigue viviendo en Buenos Aires, en donde va a trabajar en su taller al menos medio día todos los días. 


panteon de libros Buenos Aires argentina
Marta Minujin, Partenone dei libri (1983)
Un arte que no tiene nada que ver con la esencia argentina. Entonces prefiero ser argentina, quedarme acá y listo.  

Cuando volvió realizó una de sus obras más icónicas, entre ellas el Partenón de libros (1983), se construyó por primera vez en la avenida 9 de julio, en Buenos Aires. Una instalación realizada para celebrar el retorno de la democracia tras la dictadura militar. Construida como un Panteón a partir de libros prohibidos por la junta del gobierno. Después de cinco días de exposición, dos grúas inclinaron la instalación ligeramente hacia un lado, para que los espectadores pudieran retirar los libros y llevarlos consigo. Esta obra se entiende como la materialización de un reclamo frente a la censura, la persecución de escritores y la prohibición de los textos motivados por intereses políticos y el deseo de influir en nuestros pensamientos, nuestras ideas e incluso nuestros cuerpos. Un reclamo por la liberación de la crítica y la reflexión.  


obelisco de pan dulce argentina Minujín

Finalmente, otra obra destacada en el Obelisco de Pan dulce (1979), esta hace parte de una serie “La caída de los mitos universales”, estas obras buscaban reinventar símbolos nacionales a través de la participación del público. Minujin reprodujo un obelisco lleno de pan dulce empacado al vacío, simulando a el obelisco de Buenos Aires, el cual se inclinó de forma tal que todos los espectadores pudieran coger una bolsa de pan. “Decidí que, para desmitificar el mito, realmente, la gente tiene comerse el mito”

obelisco de pan dulce argentina Minujín caldo

 




Vale la pena reflexionar sobre el papel que consolidó Minujín a través de los años, influyente tanto en el Arte de América Latina como a nivel internacional, dirigiendo el vehículo de la vanguardia global. Sus performance y happenings son evidencia de un antes y un después en la comprensión del arte y el rol de un “espectador” y asistente, ya que se están desafiando las posiciones de poder y apreciación. Su persistente fascinación por los colchones y sus infinitas posibilidades habla de una artista cuya práctica se entiende consistente, dinámica y comprometida antes todo con la experimentación.


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