La storia selvaggia di Grazia Deledda
- Penelope Contardi

- 3 giorni fa
- Tempo di lettura: 7 min
Rubrica: Vita da strega
È il 10 dicembre 1927 e, per la seconda volta nella storia, una donna viene insignita del Premio Nobel per la letteratura: è la scrittrice Grazia Deledda. Questo traguardo, però, è costato all’autrice una vita di costante e resiliente lotta nei confronti della società, della famiglia e del suo paese natale.

La scrittrice nasce nella notte del 27 settembre 1871 a Nuoro, Sardegna: questo luogo non le dà soltanto i natali, ma è la linfa di tutto il suo prolifico operato, l’anima delle sue storie e la forgia del suo carattere. La famiglia Deledda è numerosa – sette tra fratelli e sorelle – e benestante, anche se ciò, soprattutto per una donna della Sardegna di fine ottocento, non garantisce la libertà personale. Il padre è un imprenditore con una passione per la poesia e la letteratura, mentre la madre una severa casalinga, con cui Deledda instaura un rapporto conflittuale. A causa della visione conservatrice della madre e delle usanze del tempo, la piccola viene indirizzata a lasciare gli studi terminata la quarta elementare, per dedicarsi ad attività più consone ad una futura donna, ma ella comunque non arresta la sua istruzione, prima sotto la guida di un precettore e poi da autodidatta. Deledda è una bambina sveglia e curiosa: ciò la porta a rubare i libri dei fratelli maggiori – che hanno la fortuna dei maschi di poter proseguire gli studi e perseguire importanti carriere – per imparare il più possibile, leggendo avidamente qualsiasi testo le passi sotto mano. La giovane mostra un carattere schivo e riservato che le impedisce di instaurare molte amicizie: le storie che incontra nei libri diventano, così, rifugio da un mondo a lei ostile. Ma la sua fonte principale sono le storie che origlia dalle serve: racconti di banditi, passioni, vendette, faide familiari, riti e superstizioni, che diventano terreno fertile per la sua fantasia.
Durante gli anni giovanili di Grazia la sua famiglia è segnata da numerose difficoltà, tra cui l’arresto per furto di un fratello, la caduta nell'alcolismo di un altro e la morte per malattia di una giovane sorella e del padre. Nel contempo, però, nonostante le pressioni a lasciare il sogno della scrittura per dedicarsi ad attività più redditizie a sostegno ai propri cari, Deledda non demorde e continua ad inviare i suoi racconti a tutti gli editori del continente, finché nel 1886, a soli 15 anni, viene pubblicata sulla rivista L’ultima moda. Sulla medesima, viene anche pubblicato il romanzo Memorie di Fernanda, raggiungendo soprattutto gli apprezzamenti di un pubblico femminile. Prosegue la sua attività sotto lo pseudonimo Ilia de Saint Ismail, pubblicando Stella d’Oriente nel 1890, romanzo di scarso successo iniziale. Nemmeno il falso nome la salva dalle maldicenze della gente di Nuoro, che condanna la sua vocazione: persino il prete del paese la addita pubblicamente durante una predica, in cui la esorta a pregare anziché pubblicare storie indegne. Nella famiglia stessa la madre – spaventata dal giudizio popolare – cerca di indirizzarla verso attività più adatte ad una ragazza, mentre i fratelli si prendono gioco delle sue aspirazioni.
Già dai primi racconti, la protagonista è la terra sarda, che diventa scenario di vicende private e allo stesso tempo universali: natura selvaggia, codice d’onore, peccato e redenzione colorano le sue pagine che iniziano a riscuotere i primi riconoscimenti. A 17 anni firma per la prima volta un racconto col suo vero nome, facendo scoppiare definitivamente lo scandalo, ma Deledda prosegue sicura sulla sua strada, rimanendo fedele alla sua vocazione.
La famiglia reagisce negativamente al successo, arrivando addirittura a bruciare alcuni dei suoi manoscritti. L’opinione pubblica si divide sul territorio sardo: chi la accusa di diffamazione, chi la acclama per aver messo in luce degli aspetti urgenti e importanti, ritraendo la sua terra con maestria. Crescendo, sia personalmente che creativamente, la volontà di lasciare la ormai soffocante Nuoro diventa una necessità, ma comprende presto che l’unico mezzo per realizzare questo obiettivo è il matrimonio.
Vive un primo rapporto platonico col giornalista Stanis Manca, con cui instaura una lunga corrispondenza, ma che si tramuta presto nella sua prima grande delusione d’amore. Allo stesso tempo la sua carriera continua a donarle sempre più soddisfazioni, come gli apprezzamenti di Ruggero Bonghi – che scrive la prefazione al suo testo del 1995 Anime oneste – e i riconoscimenti di Luigi Capuana per il suo primo grande successo La Via del male. In questo testo troviamo un tema ricorrente per le opere dell’autrice, ossia un forte dilemma morale che si svolge seguendo il percorso di colpa, castigo ed espiazione, il tutto ambientato ovviamente nella sua isola natale.
Le vendite crescono, i rapporti con gli intellettuali più in voga del momento aumentano e il suo stile evolve, presentando analisi sociali più profonde e trame più complesse.

Nel 1899 si trasferisce a Cagliari ospitata da Maria Manca, direttrice di Donna sarda. Qui la sua vita subisce
una piacevole svolta inaspettata: conosce Palmiro Madesani, un funzionario statale amico di amici. Grazie al gioco “obbligo o verità” i due palesano il loro interesse reciproco e dopo pochissimo tempo arriva la proposta di matrimonio, che Grazia accetta senza ripensamenti. La smania di costruire una nuova vita la porta a imporgli un ultimatum riguardo le nozze, chiedendo che si celebrino entro due mesi dal fidanzamento. Nonostante i molti vantaggi che porta l’unione con Madesani, il matrimonio non è soltanto legato a questioni pratiche, ma è anzi supportato da un forte sentimento espresso all’interno delle romantiche lettere che si scambiano quando sono lontani.
Nel 1900, grazie a questa unione, dopo una breve parentesi nel mantovano, la scrittrice ha la possibilità di spiccare il volo verso Roma, città ricca di fermento letterario, stimoli, possibilità e soprattutto di una stanza tutta per sé nella quale dedicarsi interamente alla sua attività principale. Presto si afferma nei salotti intellettuali romani dove viene soprannominata per la sua tempra “la selvaggia”. Nonostante questo nuovo contesto, la Sardegna rimane sempre la prima ispirazione per le sue storie.
Suo marito la supporta con costanza, arrivando, dato il successo della moglie, a lasciare il suo precedente lavoro per diventare il suo segretario e agente letterario. Con l’arrivo dei figli Franz e Sardus il suo scrivere non si arresta: al contrario, pare che l’autrice prenda grande ispirazione dalla nuova vita familiare, riuscendo a trasporla nei suoi romanzi attraverso personaggi più complessi che esplorano nuovi aspetti dell’esperienza umana. Nel 1903 pubblica Elias Portolu, che la conferma come una delle penne più interessanti d’Italia e dà il via a una serie di romanzi – Cenere (1904), Canne al vento (1913), L'incendio nell'oliveto (1918) e Il Dio dei venti (1922) – di grandissimo successo.

Stringe amicizia con artiste e intellettuali quali Matilde Serao, Sibilla Aleramo e Eleonora Duse, la quale crea una messinscena cinematografica di Cenere. Tuttavia anche in questo ambiente, che pare così aperto e fin avanguardistico, le critiche legate al suo essere donna non mancano. Il giornalista Ugo Ojetti, ad esempio, scredita il ruolo di Madesani soprannominandolo “Grazio Deleddo”, poiché disattende le aspettative di genere patriarcali all’interno della coppia. Anche Pirandello, nonostante i rapporti amicali in cui sono, nel 1911 pubblica Suo Marito, romanzo che pare ispirato alla coppia, in cui un uomo opportunista sfrutta il talento della moglie. Lei non si cura delle maldicenze, a cui è ben abituata, e la sua relazione rimane salda, pur mantenendo sempre una distanza critica dal circolino degli intellettuali del tempo. In ogni caso non rifiuta la compagnia di nomi del calibro di Puccini o Ungaretti, con cui spende volentieri le vacanze.
Nonostante la guerra porti difficoltà nella vita quotidiana, la sua produzione non si arresta e, anzi, aumenta le sue attenzioni verso tematiche sociali e politiche: le sue opere iniziano ad essere tradotte in tutte le lingue e a riscuotere successo internazionale.
Durante una cena di famiglia come tante, un giornalista bussa alla porta portando la notizia della vittoria del Premio Nobel per il 1926: il 10 dicembre dell’anno successivo, Grazia Deledda segna la storia con la conquista del massimo riconoscimento ufficiale nel campo letterario, assegnatole con la seguente motivazione: “per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale, che ritrae in forme plastiche la vita quale è nella sua appartata isola natale e che con profondità e con calore tratta problemi di generale interesse umano”. Per la prima volta un’italiana vince un Premio Nobel.
Il discorso di accettazione è breve e parla delle due origini con gratitudine; Mussolini cerca di appropriarsi del suo risultato in quanto eccellenza italiana, ma la scrittrice si oppone, evitando di ringraziare il regime. Non si rifiuta di incontrare il duce dopo il riconoscimento ottenuto, ma provocatoriamente gli chiede di far rientrare dal confino un suo compaesano antifascista, dimostrando la sua posizione nei confronti del fascismo. Non è questa la prima volta che si confronta direttamente con la politica: Deledda può essere infatti considerata come la prima donna candidata al Parlamento italiano a causa della sua candidatura del 1909 nella lista del Partito Radicale Italiano. Ovviamente il gesto era fortemente simbolico, in quanto le donne al tempo non potevano neppure votare.

Gli ultimi anni vengono complicati dalla sua malattia e da quella di uno dei figli. Il suo ultimo racconto, Cosima, seppur mai terminato e pubblicato postumo funge da testamento letterario in quanto largamente autobiografico.
"In Cosima spicca la posizione contraria che le zie assumono verso le ambizioni letterarie della nipote, una probabile rappresentazione degli ostacoli culturali che la giovane scrittrice si trovava ad affrontare. [...] Nonostante questa ostilità Grazia non reciderà mai totalmente il legame con l’isola nativa e non smetterà mai di mettere al centro delle proprie storie quella Sardegna barbara, a volte gretta e miserabile, ma portatrice di un significato arcaico, a testimonianza della capacità di rimanere uguale a se stessa, imperturbabile nel tempo."
NOE Club del Libro - NovaRES nella voce dedicata alla biografia di Grazia Deledda su Enciclopedia delle donne.
Grazia Deledda
“Il mare: il grande mistero, la landa di cespugli azzurri; con a riva una siepe di biancospini fioriti; il deserto che la rondine sognava di trasvolare verso le meravigliose regioni del Continente. Se non altro ella avrebbe voluto restare lì, sullo spalto dei macigni, come la castellana nel solitario maniero, a guardare l’orizzonte in attesa che una vela vi apparisse con i segni della speranza, o sulla riva balzasse, vestito dei colori del mare, il principe dell’amore.”

Grazia Deledda muore a causa di un tumore al seno il 15 agosto 1936, a 65 anni, con 30 romanzi e centinaia di racconti pubblicati, restando ancora oggi l’unica donna italiana ad aver ottenuto il Premio Nobel per la letteratura. Nonostante tutti i riconoscimenti ottenuti in vita, rimane un’ombra nella storia della letteratura italiana, troppo poco conosciuta e letta, raramente studiata e celebrata nei programmi scolastici, come dimostra la mancanza di una traccia a lei dedicata per la maturità del 2026, anno del centenario del premio. Sono perciò più che mai importanti i progetti di riscoperta dell’autrice, come Un’estate di Grazia, “un progetto di lettura condivisa per l’estate strutturato per abitare e attraversare i fantasmi sardi con una rilettura contemporanea e radicale di Grazia Deledda”, presentato da Giulia Paganelli. Quest’ultimo, insieme a tutto l’operato di divulgazione del progetto culturale di Enciclopedia delle donne, si propone di creare informazione colmando i vuoti sulle storie di donne che vengono ancora oggi e con costanza oscurate e dimenticate.
p.c.




Commenti