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L’abito come manifesto nella moda degli anni Settanta

Quando si pensa ai vestiti, il collegamento più immediato corre agli abiti nelle vetrine, alle modelle in TV o sui social media, a quella sequenza di forme e colori che cambiano freneticamente da una stagione all’altra. È come se l’efficacia e la pervasività della comunicazione mediatica avessero sommerso ogni altro significato profondo. Eppure, questi non sono affatto spariti. 

Una persona vestita in un certo modo fornisce costantemente dei messaggi: racconta le proprie scelte culturali, il lavoro, il genere, l’età, l’appartenenza a un gruppo o persino le preferenze politiche e musicali. Sebbene nelle società articolate come quelle odierne questo valore culturale sia spesso sfuggente e complicato da decifrare, esso resta strettamente legato ai codici di valore sviluppati storicamente da ogni comunità.

La moda può quindi essere spiegata come il prodotto di pratiche sociali interattive e comunicative tra persone che condividono determinati ideali e che, attraverso l'abbigliamento, rendono visibili delle immagini collettive. Ciò implica che gli attori sociali siano in grado di manifestare i tratti salienti dei propri stili di vita attraverso scelte estetiche precise. 

In generale, non si tratta di un sistema a sé stante che cambia ogni anno in modo sincrono, ma di un fenomeno soggetto alle trasformazioni progressive del tempo e dello spazio, specialmente in relazione alle istanze dei consumatori, ai gusti individuali, alle esigenze identitarie della società, alle subculture giovanili e alle usanze di strada.


La rivoluzione del prêt-à-porter e la politica del corpo

Ad esemplificare questo concetto sono i cambiamenti avvenuti nel sistema moda durante gli anni Settanta in Italia. In quel decennio si assistette a un violento sconvolgimento politico e sociale che si rifletté naturalmente in una rivoluzione totale dei processi di creazione e produzione dell’abbigliamento. La frammentazione degli stili e l’assenza di regole estetiche precise, alimentate da stimoli innovativi provenienti dalla cultura underground, trovarono la loro massima espressione nelle creazioni del prêt-à-porter. Già tra gli anni Sessanta e Settanta, infatti, ritroviamo esempi di "anti-moda" negli stili europei: capi come gli abiti a fiori o gli eskimo – adottati originariamente dai contestatori – vennero reinterpretati dai nascenti stilisti e trasformati in capi di uso comune.

Con l’avvento della società di massa e la centralità della comunicazione nel secondo dopoguerra, il rapporto tra moda e politica ha riacquisito un valore centrale. Non si tratta di un semplice uso dell’estetica nella comunicazione politica, ma di vere e proprie forme della politica in quanto tale. I mass-media, prima tradizionali e poi digitali, hanno fatto emergere chiaramente come la politica abbia uno stretto legame con la corporeità, sia materiale che simbolica. 


La storia d'Italia, a partire dal fascismo, è costellata da fazioni politiche che usano l’abbigliamento e il colore per distinguersi; in quel momento storico i capi non erano semplici vestiti, ma rappresentavano orientamenti precisi, come se nella vita quotidiana si fossero proiettate divisioni non meno riconoscibili di quelle militari.

Rispetto al clima del Sessantotto, gli slanci degli anni Settanta si radicalizzarono in un nervosismo collettivo. Il grido di liberazione si tradusse in tensione e i risultati delle lotte del decennio precedente, tardando ad arrivare, portarono a una profonda insoddisfazione. Le strade delle città si trasformarono in campi di battaglia e luoghi di diversità. Tutto ciò che indossava un’uniforme divenne sinonimo di repressione e, mentre il sogno collettivo perdeva i suoi connotati pacifisti, si scendeva in campo proprio contro quelle divise: l'esercito, la polizia, l’autorità. In questo panorama, le uniformi tornarono in scena tra i ventenni, ma con molta meno ironia rispetto ai giovani che pochi anni prima le indossavano sotto i cieli di Woodstock: l'abbigliamento veniva recuperato proprio per rappresentare la propria fazione politica.


Dalla contestazione al punk: le nuove divise dell'identità

Sviluppi successivi innescarono atteggiamenti molto differenti nei confronti degli elementi che costituiscono la nostra moda contemporanea, portando a un cambiamento profondo nel rapporto tra abito e identità. Il rifiuto dell'estetica tradizionale si manifestò nel bando di cravatte o camicie classiche, simboli del "sistema" verso cui tutti si opponevano. Le camicie si portavano aperte, i colletti erano ben allargati sulle spalle e si diffuse la moda di portare il pullover direttamente sopra la maglietta della salute. 

In Italia, i giovani di sinistra etichettarono subito la tendenza inglese punk non solo come controrivoluzionaria, ma persino fascista. In realtà, quel movimento spontaneo ebbe una forza che i raduni politici potevano solo invidiare: l’apatia era diventata la nuova protesta, una spinta all'autodistruzion

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e che si diffondeva rapidamente nelle capitali europee tra chi sentiva di non aver nulla da perdere.

In coincidenza con gli avvenimenti del ’77 giovanile italiano, ci si liberò dall’atteggiamento di scontro frontale. Da un lato si estremizzò la lotta con il sistema, dall’altro alcune dinamiche merceologiche della moda iniziarono a farsi spazio, in modo nascosto, anche tra i gruppi dei ribelli. Si consolidò così una particolare coincidenza stilistica: laddove non si ammetteva l’adesione a un codice estetico esteriore, venivano segretamente riscritte le pagine più interessanti delle sottoculture giovanili. La divisa era considerata la materializzazione del nemico e, di conseguenza, per contrapporsi efficacemente ad essa, fu necessario utilizzare un’altra divisa. Solo allora, a parità di codici e reciproca riconoscibilità, lo scontro poteva avere luogo.


I simboli della controcultura: Jeans, T-shirt ed Eskimo

I jeans divennero il punto di riferimento della divisa anticonformista finché, alla fine degli anni Settanta, furono inglobati nell’abbigliamento di massa insieme alla t-shirt in cotone bianco. Entrambi i capi si trasformarono in capisaldi dell’abbigliamento casual per la loro semplicità, praticità ed economicità. Era in atto un cambiamento culturale contro le regole del mondo adulto, un'ondata di innovazione e rivoluzione sessuale. Anche le tute mimetiche, nate come uniforme militare e simbolo di autorità, vennero adottate dai giovani e fatte proprie, tanto che le case di moda iniziarono presto a copiarne il design.

Un altro esempio fondamentale è l’eskimo, icona della sinistra degli anni Settanta. Giubbotto impermeabile di semplice fattura con cappuccio bordato di pelo, l'eskimo (o parka) divenne celebre con le rivolte del '68 come simbolo del proletariato. Reperibile inizialmente solo nei mercatini militari, divenne presto un indumento di largo uso. Nessuno dei giovani che lo indossava pensava di seguire una moda, poiché esso faceva parte di una "anti-moda" che pretendeva di azzerare ogni consuetudine istituzionalizzata. Queste scelte erano necessarie per distinguersi politicamente e generazionalmente, finendo così per spaccare il fronte politico tra giovani e compagni più anziani.


Il ruolo del femminismo nella ridefinizione di canoni estetici

La critica alla femminilità è stata uno dei maggiori contributi della seconda ondata femminista tra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta. La femminilità venne ripensata poiché ritenuta parte dei simboli superflui della società capitalista e risultato di secoli di patriarcato. L'aspetto fisico venne attaccato in quanto solidale a un sistema da cui le donne volevano separarsi. Trucco, gonne attillate e tacchi alti erano visti come ostacoli per chi aveva bisogno di abiti pratici, comodi ed ereditati dal guardaroba maschile, per lavorare e vivere.

Anche il reggiseno fu rifiutato categoricamente dalle femministe e dalle giovani, ritenuto un simbolo di imposizione patriarcale. Questo spinse le aziende a progettare modelli innovativi, leggeri e privi di sostegni rigidi, rompendo così con la tradizionale struttura rigida ereditata dal corpetto. Questi cambiamenti rivendicavano un ruolo sociale egualitario, non più solo familiare, chiedendo la piena parità tra i sessi. La moda risentì di questo clima: vennero introdotti pantaloni e stili unisex che miravano ad abbattere le barriere della distinzione di genere. Le giovani adottarono stili estremi, rinunciando al trucco e ai gioielli in favore di abiti funzionali, sfidando tabù radicati come quello della nudità e rigettando codici vestimentari "innaturali" che costringevano il corpo.

Il femminismo non solo propose una critica radicale del consumo, ma sferrò anche un attacco ai metodi di produzione della moda e allo sfruttamento delle donne. Il nucleo di questo cambiamento va rintracciato nel rapporto tra soggetto e oggetto: i simboli tradizionali della femminilità cessarono di coincidere con la passività. Il loro significato cominciò a mutare nel momento in cui le donne stesse iniziarono a interpretarli come strumenti per il proprio piacere e non più per quello maschile. Osservando le grandi manifestazioni per il divorzio e l’aborto, emerge un quadro variopinto: madri ben vestite accanto a figlie in jeans, lavoratrici in camice e studentesse in cappotto. In quei contesti la libertà sembrava essere già stata conquistata nel modo di vestire. 


L’esperienza degli anni Settanta evidenzia come l’abbigliamento non sia un sistema autonomo, ma il riflesso delle spinte identitarie di una società in trasformazione. La seconda ondata femminista, in particolare, ha scardinato il nesso tra abito normativo e ruolo sociale. Ciò che emerge con la rottura dei codici normativi — politici o di genere che fossero — non ha annullato il valore simbolico del vestire, ma lo ha trasformato in un sistema aperto. In questa prospettiva, la rappresentazione del sé si è svincolata dall'obbligo di appartenenza a modelli prestabiliti, consolidando la possibilità di scegliere tra molteplici opzioni comunicative.

b.b.

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