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Indipendenza artistica con Eduard Popescu

Rubrica: Emergere


Eduard Popescu è un giovane artista e performer. Nato a Bucarest, è cresciuto a Mantova, dove è entrato in contatto con i progetti europei TEEN - Theatre European Engagement Network  e Teatro Magro. Si è poi formato allo IUAV di Venezia e, in seguito, ha iniziato il suo percorso lavorativo collaborando con la compagnia teatrale Motus. Recentemente si è stabilito a Vilnius, in Lituania, per continuare la sua ricerca teorica e artistica verso un’indipendenza critica di pensiero.


Eduard Popesco, Un amore senza fine, foto di Anna Cerrato
Un amore senza fine, 2025, foto di Anna Cerrato

Raccontaci chi sei e il tuo percorso di scoperta artistica.


Provengo da una famiglia con un background migratorio che è arrivata nel 2008 a Mantova, una città estremamente borghese. Non sono stato avvicinato alle arti e alla cultura dai miei genitori, perché passavano la maggior parte della loro giornata al lavoro. Per molto tempo ho provato vergogna, sentendomi distante da un contesto in cui gli altri, a scuola, apparivano invece più vicini alle tematiche culturali. Per questo motivo ho deciso di iscrivermi al liceo artistico e mi sono così avvicinato a delle persone più grandi di me che facevano parte di due progetti culturali europei: TEEN - Theatre European Engagement Network, che si occupa di invogliare i giovani ad andare a teatro, e Teatro Magro, che pur operando in un contesto provinciale, ha in passato curato una rassegna di grande interesse dedicata al teatro contemporaneo e alla performance. Mi sono inserito in un territorio molto fertile senza sapere nemmeno cosa fosse e così gli anni della mia adolescenza sono stati molto densi: ogni weekend, invece di andare a delle feste, assistevo a spettacoli folgoranti che in qualche modo mi hanno cambiato la vita e attraverso i quali ho costruito la mia persona e i miei interessi.


Proprio al Festival di Santarcangelo sono entrato in contatto con delle persone che frequentavano l’università IUAV di Venezia. Mi affascinava molto perché mi sembrava un ambiente molto aperto e con uno slancio internazionale, molto distante dalla realtà straniante di provincia a cui ero abituato. Così mi sono iscritto alla triennale di Arti visive. Per me è fondamentale sottolineare quanto le esperienze scolastiche e formative siano state determinanti nel definire il mio percorso culturale. La provincia può essere un luogo paralizzante, capace di travolgere con la sua mancanza di stimoli; proprio per questo è necessario creare e mantenere spazi in grado di sostenere, e talvolta salvaguardare, una soggettività. Senza questi progetti, non saprei nemmeno che cosa significhi creare.


Com’è iniziato e come si è sviluppata la tua collaborazione con la compagnia teatrale Motus?


Grazie a Teatro Magro avevo visto nel 2016 un loro spettacolo che mi aveva molto colpito, MDLSX, e, quando è arrivato il momento di delineare il mio tirocinio curricolare, ho scritto loro. Con mia sorpresa hanno accettato la mia richiesta e mi hanno coinvolto nella realizzazione dello spettacolo Frankenstein (a love story). Ho potuto così imparare come si crea, come si entra in relazione con la scena e con le persone che se ne prendono cura. In questo modo è iniziato il mio percorso lavorativo: dopo il mio tirocinio, ho collaborato ancora con i Motus per la performance Daemon, lo spettacolo I saw light e il loro festival Supernova. Dopo un anno di intenso lavoro, ho sentito la necessità di trovare la mia indipendenza. Ho deciso di fare un passo indietro e riprendere il mio percorso di studi in una modalità “insolita”, allontanandomi dagli spazi occidentali in cui operavo, i quali contribuivano progressivamente a un distacco dalle mie radici rumene. Ho quindi iniziato un master di ricerca artistica a Vilnius, in un contesto che osserva il mondo dall’Est, offrendo una prospettiva alternativa. Questa esperienza ha stimolato una riflessione critica sulla presenza di un unico discorso dominante in Italia, sul modo in cui la storia e l’attualità vengono narrate e sulla necessità di confrontarsi con prospettive plurali per una comprensione più complessa della cultura e della produzione artistica.


Prima parlavi dell’importanza nel tuo percorso di spazi formativi per la ricerca artistica. Nell’ultimo periodo, però, si è parlato molto dei tagli dei finanziamenti a queste realtà.


Io sono cresciuto all’interno di progetti europei, ma oggi festival, realtà di ricerca e centri di produzione stanno perdendo finanziamenti o cessano di esistere. Le realtà artistiche, per sopravvivere, ogni tre anni fanno richiesta al Ministero della Cultura per avere accesso ai fondi pubblici. Quest’anno è stata la prima volta dal governo Meloni e a giugno sono stati pubblicati i dati: realtà performative, teatrali, di danza, di ricerca sul performativo e di arti visive transdisciplinari sono state escluse dai finanziamenti. Queste restrizioni  mettono in pericolo specialmente la ricerca artistica che non rassicura un certo modello politico, quindi non coinvolgono balletto e teatro di prosa. È stato incoraggiato l’aumento del costo del biglietto ed è stato invece rifiutato l’uso di pronomi neutri e di alternative al maschile sovraesteso. Non c'è nessun tipo di apertura verso l’accessibilità, un discorso che accolga le persone con disabilità. È uno scenario terrificante. Hanno smesso di finanziare realtà con una storia e lavori intensi sul territorio; realtà come Santarcangelo Festival e Centrale Fies sono state messe in estrema difficoltà e così il loro impatto sulla collettività. Di questo ne ha parlato molto Vogliamo tutt'altro, un'assemblea dellə lavoratorici dello spettacolo.


Anche in Lituania ho preso parte a manifestazioni di protesta contro la crisi culturale: il Ministro della Cultura è stato sostituito improvvisamente da una figura priva delle competenze necessarie. Purtroppo, questa condizione non riguarda soltanto l’Italia, ma si riflette in tutta l’Europa.


Eduard Popescu, Stars are blind, degree show di IUAV al Bocciofila San Sebastiano, Venezia, foto di Christian Zoratto
Stars are blind, degree show di IUAV al Bocciofila San Sebastiano, Venezia, foto di Christian Zoratto

La tua ricerca artistica, invece, in che direzione è orientata? Se ti va, raccontaci di un tuo progetto.


La mia ricerca, sviluppata al termine del percorso triennale, si è concentrata sul caregiving e sulle lotte per il riconoscimento del lavoro domestico. Al termine degli studi, ho avuto accesso a una residenza di otto mesi presso MAC – Studi d’Artista di Padova, dove ho iniziato a elaborare un progetto che continuo a sviluppare.


Nel mio percorso universitario, un corso sugli studi performativi di genere e sessualità mi ha introdotto a Ritorno a Reims di Didier Eribon, sociologo e filosofo francese. Il testo analizza la vergogna di classe e, attraverso il racconto autobiografico, decostruisce le ragioni per cui l’autore ha nascosto le proprie origini. Ho trovato questa riflessione particolarmente illuminante, poiché rispecchiava la mia esperienza personale: anch’io avevo nascosto la mia provenienza e il fatto che il lavoro di mia madre fosse legato alla cura domestica.


Negli anni, per affrontare concretamente questa dinamica, ho lavorato direttamente nel contesto del lavoro domestico altrui, inclusa la prima casa che mia madre aveva pulito in Italia, documentando l’esperienza attraverso fotografie e video come pratica di ricerca performativa. Durante la residenza, ho approfondito la riflessione sulla vergogna come forza metamorfica: ho interrogato la mia propensione a costruire realtà alternative, sviluppando una prospettiva critica secondo cui la bugia e l’invenzione di mondi paralleli possono funzionare come strategie di resistenza a condizioni strutturali di oppressione e marginalizzazione.

Ho messo in relazione l'esperienza di mia mamma come lavoratrice domestica e la mia esperienza di figlio che non riesce ad accettarlo, collegandolo a Dracula di Bram Stoker e alle storie di vampiri che sono dei corpi che non si vedono e si attivano solo di notte. Allo stesso modo, il lavoro di cura è sempre relegato a uno ‘spazio accanto’, invisibile. Ho scelto di indagare questa condizione attraverso un morso, dei denti di vampiro, modellando sull’impronta dei miei denti quelli di mia madre. È il morso di una donna che si proietta nel corpo del figlio per raggiungere i propri desideri, ma anche quello di un figlio che ha bisogno di una struttura per poter parlare e raccontare la propria storia. La scultura è in argento, il materiale che uccide i vampiri, perché volevo mettere fine alla mia vergogna.


Un amore senza fine, 2025, foto di Eduard Popescu
Un amore senza fine, 2025, foto di Eduard Popescu

Un aspetto centrale riguarda la forte razzializzazione del lavoro di cura in Italia, storicamente e socialmente strutturata come un settore prevalentemente affidato a persone con esperienze migratorie, in particolare provenienti dall’Est Europa. Questo fenomeno si riflette anche nel linguaggio comune, dove le lavoratrici domestiche vengono spesso identificate attraverso categorie nazionali, come “le rumene” o “le filippine”, fino a comparire talvolta nei dizionari, evidenziando come la percezione sociale del lavoro di cura sia mediata da gerarchie di origine e di appartenenza etnica. Tale condizione ha costituito una delle motivazioni principali per proseguire le mie ricerche in Lituania, un contesto molto interessante per la riflessione sul lavoro di cura, considerando che entro il 2030 il paese sarà tra quelli con la più alta proporzione di popolazione anziana in Europa, ponendo il caregiving al centro delle dinamiche sociali, economiche e politiche.


Lo scorso 5 ottobre a Trento è stata inaugurata la mia prima mostra personale, Un amore senza fine, che racchiudeva i lavori che ho sviluppato dentro questa ricerca, aprendo un discorso anche su come il museo sia una struttura che nasconde forme di sfruttamento. Ad oggi, continuo la ricerca che mette in relazione la rappresentazione dellə lavoratorice domesticə nella storia dell'arte e la sua posizione laterale, mai articolata, nel museo.


Se dovessi definirti, che tipo di artista saresti?


Sono contro le gerarchie e mi piace definirmi artista multidisciplinare. Le arti visive sono un campo estremamente hackerabile e vorrei pensare al teatro dentro agli spazi del museo e viceversa. Per ora, ho avuto solo la possibilità di sperimentare in spazi espositivi, ma vorrei tantissimo esplorare lo spazio del teatro perché è ciò che mi ha più affascinato da piccolo e che più mi interessa.


Negli anni, per mantenermi, ho fatto tanti lavori diversi che non c’entrano nulla con i miei interessi: pulire un bagno per 10€ e dare lezioni di italiano sono per me delle performance e parte della mia ricerca artistica. Ad esempio, attualmente sto illustrando un libro per bambini in polacco che sta stimolando riflessioni sull’importanza di lavorare a stretto contatto con tutte le età e sulle modalità di comunicazione con un pubblico molto giovane e iperconnesso. Spero che avrò la possibilità di sviluppare un percorso in cui metto a fuoco i miei interessi, ma allo stesso tempo mi piace pensare alla mia pratica artistica come un grande gruppo di attività che mi garantiscono la vita su questo pianeta. Rispetto a questo, mi stimola molto la definizione che l’artista visiva americana Mierle Laderman Ukeles traccia nel MANIFESTO FOR MAINTENANCE ART, 1969! Proposal for an exhibition: “CARE. Lei sostiene che anche tirare lo sciacquone può essere un'operazione artistica, estendendo l'idea del ready-made.


Eduard Popescu, Un amore senza fine, 2025, foto di Anna Ceratto
Un amore senza fine, 2025, foto di Anna Ceratto

Il mondo delle arti è accessibile? Hai consigli da dare?


Personalmente, non mi sono mai interrogato sui limiti di questi spazi, poiché mi sono sempre avvicinato un po’ ingenuamente alle cose che brillavano e devo dire che per me è stato semplice e molto accessibile. Però adesso so quanto sia importante non tenere gli spazi della cultura chiusi dentro scatole, ma pensare tutte le forme espressive come comunicanti. È importante nutrire i propri interessi: andare tante volte a teatro, per poi entrare al cinema, sgattaiolare dentro la libreria, passando per l'opera, il balletto e la danza. Bisogna valorizzare tutte le forme espressive e trovare balugini anche in spazi in cui abbiamo visto cose che non ci sono piaciute o che ci hanno annoiato, e investire in queste sensazioni apparentemente negative.


Quale senti sia la cosa più urgente da mettere in atto nel panorama artistico italiano?


Credo che negli spazi artistici bisogna attivare dei discorsi che mettano in discussione il sistema delle arti, la sua struttura di potere e la sua violenza, che molto spesso sono nascoste dietro a slogan apparentemente inclusivi. Dobbiamo resistere alla riduzione estetica di tematiche fondamentali. Ad esempio, da quando vivo nell'est dell'Europa, mi sono reso conto di quanto il discorso politico in questo momento in Italia stia riducendo la gravità dell’invasione della Russia in Ucraina. Ho capito che è importante tenere insieme le lotte, perché l'occupazione è un crimine ovunque: in Ucraina, in Palestina, in Sudan. Non bisogna creare delle lotte al genocidio, all’occupazione più grande. La sofferenza è vicina, lontana da noi, ma è tra di noi. L'occupazione è un crimine dall'Ucraina alla Palestina. Palestina libera e anche Ucraina libera!



f.v.

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